Belli. Sonetti. Inferno romano. “Er ventre de vacca”, 13 gennaio 1833

Belli. L’inferno romano. “Er ventre de vacca”

 

I popolani romani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie (sincere, non artificiali). Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlar loro ciò che può vedersi delle fisionomie. Perché tanto queste diverse nel volgo di una città da quelle degl’individui di ordini superiori? Perché non frenati i muscoli del volto all’immobilità comandata della civile educazione, si lasciano alla contrazione della passione che domina e dell’affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo, corrispondente per solito alla natura dello spirito che que’ corpi informa e determina. Così i volti divengono specchio dell’anima (…) E dove con tal corredo di colori nativi io giunga a dipingere la morale, la civile e la religiosa vita del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere (vita comune, vita familiare, folklore) non al tutto spregevole da chi non guardi le cose attraverso la lente del pregiudizio (…) Il mio è un volume da prendersi e lasciarsi, come si fa de’ sollazzi, senza bisogno di progressivo riordinamento d’idee”.

Sono chiare queste indicazioni che Belli aveva scritto nell’Introduzione alla sua opera sterminata (più di 2250 sonetti). La Roma papale, nella sua decrepitezza ma anche per la sua centralità universale, era diventata la sede, eterna, di tutti i mali e le ingiustizie del mondo, un luogo escluso dalla storia e dalle sue illusioni di progresso (le leopardiane magnifiche sorti e progressive). “C’è il senso cupo di un destino immodificabile che”, scrive Asor Rosa, “accomuna nella stessa visione pessimistica del mondo servi e signori, prelati e popolo. Solo un riferimento a un altro suddito marginale dello Stato pontificio, Leopardi, potrebbe far capire la qualità e l’altezza della poesia belliana”.

La plebe di Roma: lavandaie sempre partorienti, poverelli, gatti a pigione, gabelle, ciechi di mestiere, impiegati inetti, pellegrini “sfamati a cazzimperio e miserere”, artigiani facili alle coltellate, concubine tra gli angioloni delle chiese con le trombe in bocca. Erano plebe pagana e corrotta, una plebe eterna e indomabile, a spasso fin dalla nascita tra palazzi, chiese, sculture, piazze, sacre parate. La loro grevità plebea era da secoli immersa nella bellezza universale. Erano loro, in quella Roma del papa-re, il teatro più perfetto al mondo dell’ignoranza infima e malvagia, che però a volte diventava per osmosi saggezza sacra e pagana, pur in un quadro di abbandono e di morte. Alcuni critici hanno definito Belli “un poeta dantesco”. Ma bisognerebbe aggiungere che si fermò all’inferno: l’unico luogo cui si addicono il comico e il grottesco, il lazzo osceno e il pensiero malizioso. In queste poesie Roma appare come un avamposto dell’Oltretomba, attraversato da luci fosche, marcio fino al midollo, in grado però di ghermire il lettore con le sue bellezze vischiose e imprevedibili.

L’opera poetica di Belli si fonda sul magma costituito dalla vita e dai pensieri degli strati più informi della società romana, dominata dalle gerarchie ecclesiastiche, e si traduce in una grande impresa conoscitiva, compiuta attraverso il dialetto. Gli studi più recenti ne hanno giustamente rivalutato la grandezza e, soprattutto, ricostruendo l’itinerario intellettuale formativo del poeta, ne hanno mostrato la curiosità culturale, la conoscenza di tanta filosofia e letteratura europea, la tormentata e drammatica contraddittorietà interiore tra una visione nella sostanza illuministica e un sentire politico schiettamente reazionario.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso” –diceva il grande poeta veneto- ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 

                        Er ventre de vacca               13 gennaio 1833

 

‘Na setta de garganti che rrameggia

E vvò ttutto pe fforza e cco li stilli:

Un Papa maganzese che stangheggia,

Promettennosce tordi e cce dà ggrilli.                                              4

 

‘N’armata de Todeschi che traccheggia

E cce vò un occhio a ccarzalli e vvestilli:

Un diluvio de frati che scorreggia

E intontisce er Ziggnore co li strilli.                                                   8

 

Preti cocciuti ppiù dde tartaruche:

Edittoni da facce un focaraccio:

Spropositi ppiù ggrossi che ffiluche:                                                 11

 

Li cuadrini serrati a catenaccio:

Furti, castell’in aria e fanfaluche:

Eccheve a Rroma una commedia a bbraccio.                                 14

 

                                  

 

Ci si trova in una vita lieta e comoda

Una setta di uomini protervi e infidi che delira (commette atti di pazzia) e vuole tutto con la forza e con i pugnali: un Papa di mala fede (da Gano di Maganza, traditore del paladino Orlando) che non mantiene i suoi impegni promettendoci tordi e ci dà grilli. Un’armata di guardie svizzere che non sono buone a nulla e ci vuole un occhio della testa per calzarli e vestirli: un diluvio di frati che scoreggia e intontisce il Signore con gli strilli (il vociare che fanno nelle funzioni). Preti cocciuti più delle tartarughe: edittoni buoni a farci un gran fuoco, errori più grandi dei bastimenti. I quattrini chiusi nelle casseforti: furti, ruberie, fantasie e stupidaggini: eccovi il canovaccio per improvvisare una commedia di ambiente romano.

 

Metro: sonetto (ABAB, ABAB, CDC, DCD).

 

Le quartine.

E’ una denuncia aspra e durissima, ma costruita con sapienza e strutturata con rara coerenza. Intanto osservate la ripetizione di “Una” (v. 1 e 5) che introduce i sostantivi “setta” e “armata”, un esercito di briganti e repressori; e poi la ripetizione di “Un” prima del “Papa” e “diluvio de frati”, un oceano clericale caratterizzato da menzogne e scurrile corporalità. Poi, attenzione alla rima in A (rrameggia, stangheggia, traccheggia, scoreggia), tutti verbi che spiegano con rara efficacia la brutalità e la ferocia dell’oppressione. Ancora, all’inizio dei versi 2 e 6, l’anafora “e vvò ttutto pe fforza” e “e cce vò un occhio”, a significare la spropositata  e avida durezza dello sfruttamento dei singoli cittadini e della rapina al bilancio pubblico. Per non dire della paronomasia della rima in B, “stilli-strilli”, pugnali-pettegolezzi, vv. 2 e 8. E infine, mi piace sottolineare gli strani enjambement dei vv. 1-2, 5-6, 7-8, curvature caratterizzate dalla ripresa (nel secondo verso) della coordinata “e”: “rrameggia / e vvò; traccheggia / e cce vò; scorreggia / e intontisce”. Il poeta qui si porta appresso le carni, gli odori e un senso di humour che lo rende umano e semplice. E’ vero che una poesia non cambia nulla, ma è anche vero che una poesia può cambiare tutto.

Le terzine.

Anche queste due strofe presentano le stesse caratteristiche di ripetizioni all’inizio dei versi e di omogeneità nelle rime. Vediamole: i sostantivi iniziali (“preti cocciuti, edittoni, spropositi, cuadrini, furti”) e quelli in rima  (“tartaruche, focaraccio, ffiluche, catenaccio, fanfaluche”) spiegano e dettagliano benissimo, con evidenza di particolari, la denuncia esposta nelle quartine. Il dominio incontrastato del clero, la pervasività della burocrazia vaticana, gli errori madornali e la corruzione dei governanti, l’avarizia nella spesa pubblica a favore del bene comune, i latrocini, le promesse e le fanfaronate per catturare un facile consenso. E non sorprende l’amarissimo verso finale: “eccheve a Rroma una commedia a bbraccio”, la rivelazione dell’improvvisazione ingannevole. Cosa ci si potrebbe aspettare da una mascherata teatrale? Così Belli si rivela maestro nel rappresentare con sardonico umorismo l’insicurezza, le paure, la violenza, la ferocia dell’oppressione. Ma anche l’assenza di alternative.

 

 

Il giorno dopo, il 14 gennaio, Belli scrive un sonetto di denuncia:

                                               La madre der borzaroletto

 

Ih che ha rrubbato poi? Tre o cquattr’ombrelli,

Cuarc’orloggio, e cquer po’ de fazzoletti.

Pec questo s’ha dda fa ttutti sti ghetti

Com’avessi ammazzato er Reduscelli?                                             4

 

Bbe’, è lladro; ma li ladri, poveretti,

Nun z’hanno da tiené ppiù ppe ffratelli?!

Si Cchecco è un lupo, indove so l’aggnelli?

Nun c’è ch’er zolo Iddio senza difetti.                                               8

 

Tant’e ttanti, Eccellenza, a sto paese

Arrubbeno pe ccento de mi’ fijjo,

E ssò strisciati, e jje se fa le spese!…                                                   11

 

Io sempre je l’ho ddato sto conzijjo:

“Checco, arrubba un mijjone; e ppe le cchiese

Sarai san Checco, e tt’arzeranno un gijjo”.

 

                                               La madre del ladruncolo

Ih, che ha rubato poi? Tre o quattro ombrelli, qualche orologio da tasca e quel po’ di fazzoletti. E per questo c’è da fare tutti questi strepiti (si dice che la sera del sabato si sentivano gli ebrei bisticciare fra loro con voci acute e stridule, nota del Belli), come se avesse ammazzato il re delle favole? Bè, è ladro; ma i ladri, poverini, non devono più essere ritenuti nostri fratelli? Se Checco è un lupo, dove sono gli agnelli? Solo Dio è senza difetti. Tanti e tanti, Eccellenza, in questo paese rubano per cento in confronto a mio figlio, e sono riveriti (con strisciamento di piedi) e si spende a loro beneficio…  Io sempre gli ho dato questo consiglio: “Checco, ruba un milione; e nelle chiese sarai San Checco e ti dedicheranno un giglio”.

Meravigliosa la difesa in tribunale di questa madre.

 

                                                                       Gennaro  Cucciniello