Cronologia della repubblica giacobina napoletana. 16° puntata. 11-17 aprile 1799. “Gli intellettuali meridionali: dal riformismo alla rivoluzione. L’eredità di Filangieri. Ruffo insiste: “Va usata clemenza nella repressione”.

Cronologia della Repubblica giacobina napoletana. Sedicesima puntata.   11-17 aprile 1799. “Gli intellettuali meridionali: dal riformismo alla rivoluzione. L’eredità di Filangieri. Nuovi equilibri nel Governo repubblicano. Il cardinale Ruffo insiste con il re: “Io non credo che vada usato il massimo rigore…”

 

Comincio a scrivere, in molte puntate, una cronologia dettagliata degli avvenimenti che –giorno dopo giorno- caratterizzarono l’esperienza della Repubblica giacobina napoletana e meridionale del 1799. Ai fatti intreccerò le opinioni e i commenti dei cronisti di quei giorni e degli storici otto-novecenteschi.

Voglio rivivere io e far rivivere ai lettori –nei limiti del possibile- le esaltazioni e le sofferenze di quelle giornate, gli entusiasmi e i fanatismi, le contraddizioni e le illuminazioni, così che risulti più chiaro, o meno oscuro, l’avvilupparsi contrastato degli episodi. “La storia è il corpo” –ha scritto Alexander Ross- “ma la cronologia è l’anima della scienza storica”, anche se (aggiungo io) la linea del tempo non spiega il Tempo, ma questo lo sappiamo da sempre senza riuscire bene a spiegarlo.

Tanti anni fa, ero studente di liceo, lessi per la prima volta le cronache di quella rivoluzione. Mi colpirono, in modo vivissimo, il martirologio finale, l’eroismo civile dei patrioti impiccati e decapitati, i tanti morti ammazzati negli scontri, la furia selvaggia della plebe, la ferocia vile della monarchia borbonica. Fui indotto a riflettere sulla separazione drammatica che i tragici fatti di quei mesi avevano prodotto, nel Sud dell’Italia, tra il ceto colto e illuminato e la grande massa della popolazione, un dato che era già stato anticipato –sia pure in misura minore- nella guerra antifeudale del 1647-’48.

“Alla fine del Settecento la situazione nelle regioni meridionali italiane si presentava in modo gravemente sbilanciato: da un lato la popolazione era aumentata, la produzione pure, il prezzo dei cereali ed altre derrate era salito moltissimo, il commercio si era intensificato, le terre comunali erano state divise, le proprietà nobiliari e borghesi si erano moltiplicate; dall’altro il lavoro scarseggiava ed erano cresciuti i disoccupati, i salari erano rimasti quelli di mezzo secolo prima, la piccola proprietà contadina era in crisi, dilagavano pauperismo e brigantaggio, c’era una fuga costante dai villaggi rurali verso le città. Non si erano sviluppati nuovi moderni rapporti di lavoro nelle campagne, non si erano visti massicci investimenti di capitali, sviluppo di manifatture, una riorganizzazione finanziaria e creditizia. Le continue usurpazioni a danno delle proprietà comunali prima, la quotizzazione dei demani poi a vantaggio dei proprietari borghesi avevano accelerato un generale processo di proletarizzazione contadina e diminuito le già scarse possibilità di sopravvivenza delle grandi masse popolari. A ciò si aggiungeva che l’attacco ai beni ecclesiastici e la soppressione di parecchi conventi avevano peggiorato la situazione dei contadini inaridendo l’unica possibilità per essi di avere piccoli prestiti ad un tasso modico di interesse ed esponendoli al ricatto delle speculazioni usuraie dei mercanti (la Chiesa, infatti, esercitava da sempre un prestito di denaro ai piccoli coltivatori, allevatori ed artigiani ad un basso saggio di profitto per venire incontro alle loro esigenze immediate). Le poche e contrastate riforme che s’erano fatte avevano colpito, in ultima analisi, le forze socialmente più deboli (i contadini) o politicamente più scoperte (il clero), aumentando anzi il potere dei gruppi più potenti: da ciò uno squilibrio sociale, una tensione e un’inquietudine popolari crescenti”. (Questo avevo scritto in un mio libro nel 1975, Cucciniello, p. 9). Questa mia analisi era stata confermata, qualche anno dopo, dal giudizio di G. Galasso: “Complessa, pluridimensionale e contraddittoria era l’articolazione nazionale del popolo meridionale, con la difficoltà obiettiva di stringere in un unico nesso le molte e discordi fila di una storia singolare. Diversi i gradi di differenziazione e di mobilità sociale, diversi la natura e il ritmo di sviluppo delle attività economiche, diversi il folklore e gli usi e i costumi, forti i caratteri di disgregazione sociale e di debolezza dello spirito pubblico”.  In un contesto di questo genere si collocano i fatti di cui qui si narra.

Certo, c’è un rischio in questo lavoro ed è quello che si arranchi dietro agli avvenimenti alla ricerca di una contemporaneità coi fatti che giorno dietro giorno vediamo svolgersi sotto gli occhi, fatti dei quali afferriamo solo il senso ristretto e localistico, sfuggendoci la dimensione universale di cose che in quegli anni stavano trasformando l’Europa. Già Huizinga nel 1919, in “L’autunno del Medioevo”, sosteneva che i passaggi storici erano un lento declinare della vecchia epoca unita all’incubazione di una nuova età: e proprio il nostro 1799, paradigmaticamente, è un intrecciarsi terribile di perduranze –anche superstiziose- e di utopie innovative.  Si può anche restare affascinati dal gioco dei “si dice”: un gioco vario, imprevedibile, che riesce quasi a darci il respiro intimo del tempo, la voce pubblica nel suo dinamico e contrastato formarsi. I “si dice” riflettono il tessuto mutante delle opinioni e permettono quasi di vedere l’avvenimento prima ancora che sia accaduto, nei mutamenti anche psicologici che lo preparano e lo determinano.

Non scrivo di più. Ho usato un metodo di ricerca attento alla decodifica delle informazioni e alla validazione delle fonti. Lascio ai lettori l’interpretazione dei dati e le conclusioni che vorranno trarne.

                                                                       Gennaro Cucciniello

 

11 Aprile. Giovedì. Napoli. “Dal cittadino Domenico Cirillo si è proposto un prospetto di carità repubblicana per un soccorso di tanti che nella mutazione del Governo sono caduti in miseria. Merita lode il sentimento di questo conosciuto cittadino” (De Nicola, p. 134). “Che Cirillo volgesse la sua operosità ad occuparsi dei poveri, è esattissimo. Ho sott’occhio tre fogli volanti: l’uno contiene il Prospetto di carità nazionale, firmato dal Cirillo; e comincia: “Nella nostra nascente Repubblica, come accade in tutte le grandi rivoluzioni, un gran numero di individui è caduto nella più deplorabile indigenza. Moltissime famiglie mancano assolutamente di pane, i fondi e le istituzioni di carità dilapidati e distrutti dall’antico governo più non somministrano i consueti soccorsi, la mancanza del numerario limita, loro malgrado, la beneficenza dei più rispettabili cittadini; e gli impieghi da infinita gente perduti per le circostanze dei tempi, portano nell’intera popolazione la fame e la desolazione”. Gli altri due sono un Regolamento per la cassa di carità nazionale, e una specie di rendiconto delle prime somme raccolte” (Croce, pp. 255-6).

Lecce è conquistata dai Francesi. Molti furti nelle campagne. Per ogni dove pianti e miserie. I signori trasportano robe nelle ville. I borghesi fuggono verso i loro casini di campagna. Artigiani e popolo vanno a dormire negli orti. C’è tutto un portar robe e sotterrarle.

Rossano (Calabria). L’armata del card. Ruffo arriva in questa città.

Palermo. Crudeltà regale. Il re scrive al card. Ruffo: “Vi replico che non ci vuol misericordia con chi dichiaratamente si è mostrato ribelle a Dio e a me (…) Tutto quanto hanno richiesto da Procida si è spedito immediatamente, specialmente il Giudice, non facendo essi inglesi cerimonie, per cui, quando riceverete questa, molti casicavalli avranno fatti (1). Vi raccomando perciò su questo assunto di agire in conformità di quanto vi scrissimo lo scorso ordinario, tanto io, che Acton, ed egli vi replica in questa e colla massima attività: “Mazze e panelle fanno li figli belli, panelle senza mazze fanno li figli pazze”. Stiamo ora colla massima premura aspettando notizie dei cari Russicelli (2), se quelli vengono presto, spero tra breve faremo la festa, e col Divino aiuto finiremo questa maledetta istoria. Mi rincresce infinitamente che il tempo continui così piovoso, perché questo sarà sempre di un grande intoppo per le vostre operazioni” (Croce, “La riconquista…pp. 111-2).

(1)  Impiccati. I caciocavalli sono una nota forma di formaggi allungati e con una sorta di testa, che si conservano appesi per il collo. E’ superfluo far notare il cinismo dell’immagine beffarda. E’ superfluo parimenti porle a riscontro del professato carattere sacro della regalità, in questa stessa lettera, dove si parla “dei ribelli a Dio e a me”.

(2)   Modo di esprimersi volgarmente scherzoso, nell’accennare quasi carezzandoli ai desiderati soldati russi.

Palermo. La regina scrive al card. Ruffo: “Lei saprà già le nuove di Napoli:nel comparire la squadra inglese, Procida, Ischia, indi Capri e Ponza si sono rese, abbattuti gli alberi, messo il real padiglione e ritornate al loro dovere. I più rei sono a bordo della nave di Troubridge, e si è mandato un giudice di qui che passa per uomo severo, per giudicarli (…) A Napoli i repubblicani sono pieni di timore; i loro stessi “Monitori” lo dimostrano; parlano di V. E. con molto terrore: insomma tutto fa sperare bene” (Croce, ibidem, p. 113).

12 Aprile. Venerdì. Napoli. E’ arrestato Lauberg, già primo Presidente del Governo Provvisorio della Repubblica Napoletana.

Gli intellettuali meridionali: dal riformismo alla rivoluzione. “Abbiamo già visto come, analizzata nelle sue componenti fondamentali, la formazione filosofica di V. Russo sia riportabile con naturalezza al clima culturale napoletano di quegli anni tra il 1788 e il 1796 che lo videro passare dalla prima giovinezza ad una precoce e un po’ malinconica maturità. Ma altrettanto si deve dire, con buona ragione, della sua formazione politica. Poiché quegli stessi anni segnarono pure (come è noto) il rapido tramonto dello spirito riformatore della monarchia napoletana e il diffondersi di una volontà politica nuova nella classe colta che allo spirito riformatore della monarchia borbonica si era fino ad allora appoggiata e su di esso aveva fatto affidamento per la realizzazione delle sue aspirazioni politiche e sociali. Segnarono cioè quegli anni non solo le premesse ma l’intera prima fase di quel processo che sarebbe culminato nella tragica vicenda del 1799. Il Lauberg, che un po’ prima del 1790 dedicava ancora all’Acton la sua opera filosofica e nel 1794 doveva già scampare con la fuga e l’esilio alle prime repressioni contro i candidati alla rivoluzione, può essere ancora una volta assunto a segno della situazione e del suo sviluppo. Non si trattava, infatti, di un lento trapasso dal precedente orientamento e dello Stato e della classe colta, di una graduale e spontanea evoluzione dei precedenti indirizzi riformistici in posizioni più estreme. Era, invece, una vera e propria rottura, una sotterranea e per qualche tempo latente esplosione rivoluzionaria, di cui si debbono far risalire le ragioni tanto alla monarchia e alla sua brusca virata di bordo dinanzi al precipitare degli eventi in Francia tra il 1789 e il 1792 quanto allo choc prodotto dalla rivoluzione di Francia, alla propaganda rivoluzionaria francese e al clima favorevole e alle spontanee reazioni ed iniziative che essa trovava in un paese in cui la maturazione delle idee e della passione politica era in grande anticipo su quella di adeguate e congeniali forze sociali. Il fenomeno si concretò con tutta evidenza nella formazione di una leva interamente nuova di neofiti e partigiani del rinnovamento politico ed è estremamente interessante come esso si riverberasse sullo stato anagrafico dei rivoluzionari del ’99: dalle Filiazioni dei rei di Stato si ricava che una buona metà dei condannati nel 1799 e nel 1800 non avevano superato i 30 anni, e si era quindi interamente formata nelle idee e nello spirito negli anni seguiti al 1789, e che la percentuale salirebbe ai due terzi se si considerassero i minori di 35 anni, e cioè coloro che in quegli stessi anni erano ancora abbastanza giovani per risentire con vivacità e duttilità dell’avvento di un nuovo clima etico-politico. E nel nuovo clima l’estremismo, l’utopismo, l’evangelismo rivoluzionario non erano avventure personali e smanie di animi irrequieti; erano, invece, il segno col quale una nuova generazione si affacciava, scomparsa quella dei grandi nomi del riformismo meridionale proprio tra il 1780 e il 1790, in nuove condizioni, alla vita e all’attività politica, onde molti dei contrasti dispiegatisi nella breve e agitata vita della Repubblica si atteggeranno poi come contrasti tra giovani e vecchi” (Galasso, pp. 264-5).

Alberobello (Puglia). “L’albero qui si piantò oggi e qui si tenne per pochi giorni; ed intanto si piantò perché le truppe nemiche erano in queste vicinanze e minacciavano, e tutti li paesi adiacenti lo avevano piantato da più tempo. Il detto albero si tenne per circa tredici giorni, ma in questo tempo si spiantò due volte” (Pedio, p. 391).

13 Aprile. Sabato. Napoli. “Quest’oggi vi è stata la grande notizia dell’arresto del celebre rappresentante Laubert, che si dice consegnato vita per vita: sentiremo domani che si sa di preciso” (De Nicola, p. 135).

Ragione è Legge. L’eredità di Filangieri. Nel “Monitore napoletano” di questo giorno si legge il rendiconto di una cerimonia tenuta in onore di Gaetano Filangieri, autore della “Scienza della legislazione”, morto 11 anni prima –nel luglio del 1788- a soli 35 anni, presenti la famiglia e i membri della Commissione Legislativa: “I due legislatori, Mario Pagano e Domenico Cirillo, colla nota eloquenza pagarono ambedue dalla tribuna il tributo di lode e di affezione al defunto amico (…) Questo grand’uomo, nel tempo in cui annunciare la verità era un delitto, ebbe il coraggio di alzare la clava della filosofia sulla testa dell’idra della feudalità, che noi siamo oggi pronti a distruggere”. Così Pagano. Qual era la verità annunciata da Filangieri? Alla caoticità e all’oscurità della legislazione vigente non solo a Napoli ma in tutti i Paesi d’Europa Filangieri contrapponeva i lumi della ragione su cui deve fondarsi l’ordinato ed equo vivere sociale. La legislazione non può essere fondata sull’arbitrio di tradizioni e consuetudini che perpetuano il privilegio ma dev’essere dettata dalla facoltà principale dell’uomo, dalla ragione. Nel libro si indicava il superamento non solo del vecchio privilegio basato sul sangue e sul rango, ma anche di quello nuovo basato sul censo e sul denaro. Filangieri è stato definito il Montesquieu napoletano. Ma mentre Montesquieu nello “Spirito delle leggi” ha mirabilmente descritto il diritto esistente, Filangieri delinea quello che deve essere l’ordinamento giuridico in una società che voglia essere giusta e dare a ogni uomo la possibilità di realizzare se stesso. C’è qualcosa di Platone in Filangieri, come in tutti i grandi uomini di cultura del ‘700 napoletano: il suo punto di forza sta nel fatto che c’è un piano ideale, un piano del dover essere, un piano delle norme giuridiche che è indipendente dai tempi e dai luoghi, è dettato dalla sola forza della ragione: ad esso bisogna rifarsi per creare nuovi rapporti tra gli uomini. Non si tratta di un progetto angusto, al contrario. Il riordino delle leggi è premessa per la ripresa morale, per la ripresa dei costumi, e questa a sua volta è premessa della felicità nazionale. Il benessere dei popoli dipende dal prosperare dei costumi e della vita morale, e questa a sua volta dipende dalla legislazione, che deve essere razionale, semplice, coerente, trasparente. E qui interviene l’altra idea cardine, che si affianca alla legislazione: l’educazione. La vita degli individui, la vita della comunità, non sono adeguate ai lumi. Non solo la nobiltà prevarica e opprime ma anche in tutte le altre componenti sociali si manifesta ottusità, ipocrisia, violenza, volontà di sopraffazione. Non si tratta di mitizzare il popolo. Sarà necessario un grande progetto di educazione. Come si può realizzare la democrazia senza educazione, senza cioè l’abitudine all’uso della ragione da parte di tutti i cittadini? Come si potrà realizzare la libertà se non è sviluppata la capacità di valutare, di capire, di paragonare sulla base di conoscenze fondate?

I 144 giorni della Repubblica Napoletana furono certamente un episodio della tempesta napoleonica che sconvolse in quegli anni l’Europa e scaturirono anche da tensioni sociali ma il fattore decisivo di questa pagina di storia per noi ancora oggi così importante è da ricercarsi senz’altro nella grande cultura di tutto il ‘700 napoletano, frutto a sua volta di una plurisecolare tradizione di pensiero. Questo spiega forse perché la rivoluzione di Napoli presenta un carattere più complesso e ampio della stessa Rivoluzione francese, che è la “rivoluzione borghese” per antonomasia. Quella di Napoli fu la rivoluzione dell’intelligenza, della cultura. Nello scorrere i nomi dei martiri mandati al patibolo dal re Borbone si trovano quelli di Francesco Caracciolo, di Ettore Carafa, di Gennaro Serra di Cassano, figli della migliore aristocrazia del Regno, come quelli di monsignor Michele Natale, vescovo di Vico, o dei sacerdoti Francesco Conforti e Ignazio Falconieri e, accanto a questi, scienziati come Domenico Cirillo, docenti, avvocati, medici, ufficiali, popolani. La fusione in un unico fronte di patrioti di così diversa provenienza sociale avviene intorno a ideali così alti, e insieme così storicamente concreti, da rendere l’esperienza di Napoli un patrimonio storico su cui le nuove generazioni devono riflettere a fondo, perché in esso è possibile trovare chiavi di comprensione dei problemi più gravi della società contemporanea” (A. Gargano, 2).

14 Aprile. Domenica. Napoli. “Sono stati esclusi dal Governo Provvisorio Fasulo, Rotondo, Paribelli e Laubert per ora. Laubert uscì ieri sera medesimo; non ancora si sa per ordine di chi fu arrestato. Si dice che fu risoluzione dei patriotti: si dice pure che sia già partito da Napoli. Costui veramente non era il miglior soggetto del mondo. Basta dire che fu monaco sacerdote, ed ora è soldato ammogliato” (De Nicola, p. 136). “Par di intendere, da una parte, che il Lauberg destasse opposizione pel suo carattere imperioso e per la rigidezza e il radicalismo delle sue ide, e dall’altra che sorgessero accuse contro di lui e di altri suoi compagni per dilapidazioni ed estorsioni. Essendoci ignoto quel che s’agitava nell’interno del Governo Provvisorio, non possiamo dir niente di preciso sul primo punto. Quanto al secondo, si trattava certamente di una calunnia, che era aiutata dalla cattiva impressione che faceva a Napoli questo frate sfratato in divisa militare. Il generale Thiébault rende omaggio all’ingegno e al carattere del Lauberg: “non moins remarquable par sa capacité que pour son énergie et sa vertu stoique” (Croce, p. 419).

Abrial comunica la sua riforma del Governo Provvisorio che viene diviso in due commissioni: una legislativa di 25 membri, presieduta da Pagano, e una esecutiva di 5 persone, presieduta da G. Abbamonte.

“La decisione, che pare risolvere in tal modo i problemi causati dalla precedente sovrapposizione delle due facoltà nelle mani dei medesimi organi, si rivela dal punto di vista politico un vero e proprio Termidoro nella storia della Repubblica. Dal nuovo governo sono allontanati gli esponenti più radicali: Lauberg, Bisceglia, Cestari, Fasulo e Rotondo. A rappresentare l’ala radicale nel Provvisorio rimangono in pratica i soli Abbamonte e Russo. La Commissione Esecutiva risulta composta da Abbamonte, Albanese, Ciaja, Ercole d’Agnese (che sostituisce Delfico) e Logoteta, e presieduta prima dallo stesso d’Agnese, uomo di fiducia e genero di Abrial, poi da Albanese. Dei componenti la Legislativa solo sei appartengono al precedente Provvisorio: i moderati Doria, Falcigni, Forges Davanzati, Nolli, Pagano e Raimondo De Gennaro. I nuovi designati, appartenenti anch’essi in blocco al gruppo dei moderati ad eccezione del Russo, sono: Briganti, l’arcivescovo di Taranto Giuseppe Capecelatro (che rifiuterà la carica), Cirillo, Colangelo, Coletti, Domenico Antonio De Gennaro, De Tommaso, Filangieri, Galanti, Gambale, Magliano, Marchetti, Nobili, Pignatelli, Pirelli, Russo, Salfi, Scotti, Signorelli. Abrial procede anche ad un rimpasto dei ministri e conferma la clausola circa il diritto di veto del generale in capo dell’armata francese sulle decisioni del Provvisorio. La realtà dei fatti avrebbe dimostrato ben presto che la situazione non sarebbe cambiata più di tanto rispetto a prima. Dopo le consuete difficoltà relative alla scelta dei rappresentanti, riaffiorarono le polemiche, questa volta circa lo strapotere dell’Esecutiva e del suo presidente. Si innescò così un progressivo distacco del Provvisorio dalla vita reale della Repubblica e dalle vere esigenze del popolo, ormai sempre più maldisposto verso le autorità costituite, francesi e nazionali” (Sani, pp. 41-3).

“La formulazione dell’Abrial fu una beffa dei Francesi che credettero di dare una parvenza di maggiore legalità al governo distinguendo il potere legislativo da quello esecutivo. Ma la distinzione era puramente teorica poiché nessun rapporto legava le due commissioni e chi di fatto governava era l’Esecutiva che lasciava alla Legislativa il compito di discutere accademicamente su argomenti di dottrina più che di pratica politica. La nomina fatta dall’alto, dai francesi, la mancanza di una benché minima autonomia, furono i vizi che avevano portato alla dissoluzione il primo governo e che certamente avrebbero portato alla stessa fine anche questo secondo se non fossero intervenute le masse del card. Ruffo. Tuttavia i due governi contenevano un altro e più potente germe di dissoluzione: essi infatti non erano che l’espressione della volontà del potere occupante e quindi nonché l’autonomia, necessaria in ogni organismo sovrano, mancava in essi anche il crisma della volontà popolare della quale non erano interpreti né giacobini né francesi. Quello che resse Napoli nel 1799 fu quindi, da un punto di vista strettamente giuridico, un non-governo, soggetto nelle direttive politiche e di guerra alla potenza occupante. Esso perciò esercitò effettivamente soltanto quella che suole chiamarsi ordinaria amministrazione, ed anche questa entro limiti molto ristretti. Per quel che riguarda le amministrazioni locali, il discorso è assai più complesso perché le norme che furono dettate in proposito dal governo centrale non ebbero mai, in realtà, attuazione pratica, e quindi le diverse città che furono, come si diceva, “democratizzate”, si ressero con organismi che molto spesso differivano profondamente gli uni dagli altri e rispondevano alle esigenze diverse e alle diverse situazioni locali” (Battaglini, pp. 31-2).

I patrioti domandavano con ragione la riforma del governo. Abrial finalmente giunse commissario organizzatore del nostro Stato, e si accinse a farla (…)  Le intenzioni di Abrial erano rette: Abrial fu quello che più sinceramente amava la nostra felicità e quello di cui più la nazione è rimasta contenta. Le sue scelte furono molto migliori delle prime; e, se non furono tutte ottime, non fu certo sua colpa, poiché né poteva conoscere il paese in un momento, né vi dimorò tanto tempo quanto era necessario a conoscerlo. Egli divise i poteri che Championnet avea riuniti (…) Con ciò Abrial volle darci la forma della Costituzione prima di avere una Costituzione; e con ciò rese i poteri inattivi e discordi i poteri dei cittadini. Questo involontario errore fu cagione di non piccoli mali, perché la divisione dei poteri ci diede la debolezza nelle operazioni in un tempo appunto in cui avevamo bisogno dell’unità e dell’energia di un dittatore; ch’egli per altro non poteva darci, perché, incaricato di eseguire le istruzioni del Direttorio francese, avrebbe ben potuto modificare in parte gli ordini che si trovavano in Francia stabiliti, ma non mai cangiarli interamente. Talché tutti i fatti ci inducono sempre all’idea, la quale dir si può fondamentale di questo mio “Saggio”: cioè che la prima norma fu sbagliata, ed i migliori architetti non potevano innalzar edifizio che fosse durevole” (Cuoco, pp. 162-3).

“Nonostante la sua breve durata e la limitatezza del suo ambito geografico, la Repubblica costituì tuttavia un evento decisivo per la presa di coscienza politica della borghesia meridionale, e una rottura definitiva con il cauto riformismo del ‘700. Nei pochi mesi in cui poté esplicarsi, l’attività legislativa dei repubblicani investì in maniera radicale i principali problemi del paese, quali già erano emersi nel dibattito riformatore dei decenni precedenti. Così, fu soprattutto il problema della terra e della feudalità ad essere messo a fuoco, ciò che, da un lato, rifletteva la centralità della questione agraria nella struttura economico-sociale del regno, dall’altro costituiva un elemento di sostanziale continuità con le preoccupazioni che in particolare nell’ultimo ventennio erano state al centro del dibattito politico e dell’attività di governo. Tuttavia, la “questione feudale” veniva ora affrontata in un’ottica e in una prospettiva ben diverse da quelle del precedente riformismo, rispetto al quale la frattura politica si sommava ad una frattura anche generazionale. Con questa Repubblica si affacciava una generazione maturata proprio negli anni della crsi del riformismo, della reazione repressiva, dell’emigrazione politica. Per i repubblicani non si trattava più di attuare una razionalizzazione del sistema vigente, ma di realizzare una sua totale e radicale eversione, sul piano sociale come su quello istituzionale (…) Profondamente condizionata dagli eventi esterni, l’esperienza repubblicana rivelò anche, e soprattutto, le contraddizioni già presenti nell’evoluzione del regno nell’”età delle riforme”, i limiti, le ambiguità, la scarsa coscienza di sé della borghesia terriera meridionale, composta di piccola nobiltà di provincia, massari, mercanti di campagna, amministratori di feudi e di beni ecclesiastici, e dalla quale provenivano in maggioranza i liberi professionisti e il ceto forense. Reclutati appunto principalmente nei ranghi delle professioni liberali e del ceto forense, ma anche fra possidenti, benestanti, mercanti, piccola nobiltà cadetta e nelle file del clero, i repubblicani si ritrovarono sostanzialmente isolati di fronte al resto del paese e anche divisi al loro interno: segno anche questo dei molteplici e complessi legami tra vecchie e nuove forze e dei loro reciproci condizionamenti, che emersero soprattutto nella discussione della legge feudale e nel conflitto tra le posizioni più o meno intransigenti verso i baroni. La prevalenza di orientamenti moderati portò ad affrontare il problema dell’adesione popolare alla Repubblica, ben presente all’azione dei rivoluzionari, in maniera prevalentemente paternalistica ed assistenziale” (Rao, pp. 134-7).

15 Aprile. Lunedì. La legione del generale Schipani, destinata alla Calabria, è sconfitta a Castelluccia.

“Nella riforma del governo attuata dall’Abrial Gabriele Manthoné fu nominato ministro della guerra ed ebbe notevole influenza sulle decisioni del Provvisorio negli ultimi mesi della Repubblica. Cesare Paribelli, che fu il principale consigliere dell’Abrial in questa scelta di uomini, non volle far parte del governo e partì per la Cisalpina e poi per la Francia, con l’intenzione di ottenere aiuti dal Direttorio per la repubblica napoletana, ma dovette fermarsi a Genova e si recò in Francia più tardi. Tra qualche giorno partirà per la Francia anche Carlo Lauberg, contro il quale si era sviluppata, dopo la partenza di Championnet, una campagna ostile, materiata di accuse personali non rispondenti a verità” (Candeloro, p. 260).

Il cardinale Ruffo parte per Cosenza.

16 Aprile. Martedì. Napoli. Prima riunione del nuovo Governo Provvisorio.

“La repubblica non poteva sostenersi se non a patto di formare intorno a sé una rete di interessi, con l’abolizione totale del feudalesimo, con la liquidazione della proprietà ecclesiastica, col garantire le carte dei Banchi, e col fare insomma tutte quelle mutazioni che si compierono poi, in condizioni più propizie, durante il decennio francese e dettero salda base al governo murattiano. Per attuare quest’opera, aveva bisogno di un esercito, che la difendesse e garantisse,  e le procacciasse la calma necessaria. Ora l’esercito non poteva crearsi subito con forze nazionali, che o non erano mature o, come le plebi delle città e delle campagne, le si erano volte contro. Unico appoggio, dunque, il corpo di occupazione francese, che aveva aiutato i patrioti a proclamare la repubblica, come essi l’avevano aiutato a penetrare in Napoli, e alla cui ombra il nuovo Stato avrebbe dovuto crescere e rafforzarsi. Ma quel corpo francese, fuori delle linee militari, sempre sul punto di essere richiamato sui teatri delle guerre europee, era un appoggio precario” (Croce, nota I).

Cosenza. Il card. Ruffo scrive ad Acton: “Io sono sempre per obbedire ai comandi di V. E. ed amerei la severità se fossimo al principio della ribellione: allora sarebbe sperabile che alcuni risoluti esempi giovassero a ritenere gli altri nel dovere; ma nel caso nostro il rigore deve mettere nella disperazione tutti costoro e farli sostenere il cattivo per necessità per non trovare altro scampo, dove all’incontro quando il rigore non minaccia che pochi capi veramente distinti, questi verranno ben presto abbandonati dalla maggiore quantità di quei rei che credono potersi redimere con una multa o con qualche tempo di prigionia. Finora poi la mia clemenza è stata un effetto di necessità; ora che ho un tribunale non posso fare altro che dare tutta la libertà a questi tali d’impiccare e fucilare, ed hanno questi ordini da molto tempo, ma non condannano con tanta facilità. Un capo militare farebbe più presto. Io non ho un generale… ed ormai sarebbe necessario che siamo per cominciare la guerra per le pianure…”. Ed al Re, fisso nell’idea di una feroce repressione, sempre sullo stesso argomento, il cardinale scrive: “Io non credo che vada usato il massimo rigore, anzi debba dissimularsi la maggior parte dei delitti; allora i soli capi dei capi non possono trascinare nel loro partito quelli che sperano il perdono, che sono rei di seconda classe, ai quali bisogna far supporre anzi che saranno premiati se ritornano pienamente al loro dovere. “Divide et impera”, questa è la maniera che deve produrre bene. Come Cotrone, Rossano, così dicono Altamura non voglia rendersi ai commissariati, perché temono del rigore di essi, e sperano nella mia clemenza. Pochi sono i veri ribelli per genio, la maggior parte gli ha prodotti il timore” (Serrao, pp. 203-4).

17 Aprile. Mercoledì. Napoli. V. Russo chiede che tutti i membri del vecchio Governo Provvisorio rendano i conti del loro operato e che si diminuiscano gli stipendi, portandoli ad un massimo di cinquanta ducati.

Ieri mattina il rappresentante Rossi fece mozione nella Commissione Legislativa, perché si prendessero tutti i conti di tutti coloro ch’erano stati nel Governo. Questa mattina ha fatta l’altra, perché si minorassero i soldi a tutti coloro che servono la Repubblica, volendo che il massimo soldo non eccedesse i ducati cinquanta il mese, e che si dovessero proporzionare al bisogno”. Il diarista prevede con lucidità profetica quello che avverrà tra due mesi: I nostri palpiti frattanto crescono, da tutte le parti si avanzano gli insorgenti, e sono state battute le truppe repubblicane. I Francesi non se ne interessano, né possono interessarsene, perché non sono in numero da opporsi ad una popolazione di cinque milioni di anime che è in insorgenza. Si dice che vi sia trattato secreto già conchiuso cogl’Inglesi e partito Regio, e che i forieri siano la partenza delle donne che seguirono l’esercito, e la partenza dei feriti. I Francesi che restano si chiuderanno nei castelli per consegnarli agl’Inglesi; il Generale si ritirerà ad Aversa, e la città resterà in preda del furore del popolo, oh che massacro se Dio non ci provvede colla sua divina misericordia. Quest’oggi si è veduta una novità misteriosa, vi è stata della gente che è andata segnando i portoni di Napoli, distinguendoli con tre diversi segni, rosso, nero e bianco; quale ne sia il significato v’è chi cerca indovinarlo, e dice rosso fiamma, nero morte, bianco saccheggio; altri dice, rosso indica il partito regio, nero il repubblicano, il bianco l’indifferente. Domani vedremo le misure che prenderà il governo”  (De Nicola, p. 138).

“Gennaro Serra di Cassano, incaricato di organizzare la Cavalleria nazionale in una legione di 4 squadroni, tentò di farne il pilastro di un esercito tutto napoletano, in grado di garantire la difesa della Repubblica anche quando i francesi –gli appariva inevitabile- avrebbero abbandonato la città. Fatalmente, essendo le casse pubbliche prosciugate, nel bando di appello da lui firmato fu necessario rivolgersi a chi possedeva un cavallo o poteva acquistarlo. Eleonora Pimentel, amicissima di Gennaro, se ne indignò sul Monitore, giudicando quel bando una scelta aristocratica, un attentato all’eguaglianza. Serra reagì con garbo ma con fermezza. Oggi, sul Monitore, è uscita la sua replica: “Cittadina. L’interesse che voi prendete per la nostra felicità vi dà il diritto di pretendere delle dilucidazioni sopra un progetto di cavalleria nazionale, che solo le circostanze del momento permetter possono in una perfetta democrazia. Bisogna, a mio credere, principiare dall’essere, pria che ci occupiamo del ben essere. Ci rimangono ancora disgraziatamente di molti nemici. Ricordiamoci che per vegliare alla custodia di una sì vasta capitale è assolutamente necessaria una cavalleria. Voglia il Cielo che il popolo, buono in generale ma in parte traviato, riconosca ben tosto i suoi dritti, ed allora a lui solo si confiderà la sua difesa, divenendo superflua ogni misura provvisoria. Lo scudo più valido di un popolo sovrano è l’amor della Patria. Proseguite, cittadina, ad interessarvi per lei, ad illuminare i suoi figli, e riunitevi con coloro che a voi somigliano in patriottismo, per opporvi al sistema disorganizzatore che fra noi disgraziatamente comincia a progredire; non si tolga una sola pietra all’edifizio della nostra rigenerazione, senza rimetterne un’altra, altrimenti il crollo sarà inevitabile”. Qui si traccia una lucida analisi dei mali che minavano la Repubblica: la franca rivelazione dei molti nemici in agguato, l’ammissione del malcontento del popolo, la denuncia del contrasto tra i dirigenti, il monito ad agire con concretezza” (Gargano, pp. 19-21).

Corigliano (Calabria). Il card. Ruffo emana un editto di clemenza verso i patrioti pentiti.Considerando noi l’attaccamento che i Calabresi nutriscono verso la Cattolica Religione e la fedeltà loro verso il proprio legittimo Sovrano della quale hanno già date le più luminose ripruove; e riflettendo altresì che molti, più per timore loro ispirato da’ nemici e da’ pochi ribelli, che non già per massime o per mal’animo hanno aderito al perverso partito della fellonia, abbiamo determinato, secondando la natural clemenza della maestà del Re nostro Signore di accordare, come di fatti accordiamo, un general perdono a tutti coloro che accortisi del loro traviamento, dopo un breve intervallo di tempo proporzionato alle distanze locali, ritorneranno al buon partito, dandone non equivoci segni, e si ricrederanno dell’errore, a cui sono stati trasportati dai seduttori e perturbatori della subordinazione e della pubblica tranquillità. Coloro però che ad onta dell’amorosa Sovrana condiscendenza persisteranno tuttavia nel loro traviamento non avranno più luogo a sperare commiserazione e sperimenteranno tutto il rigore delle pene comminate contro i rei di Stato, egualmente che i loro aderenti. Quindi vogliamo e comandiamo che dalla pubblicazione del presente in poi ognuno si astenga dal molestare, insultare ed offendere con fatti o con parole coloro che per l’addietro fossero stati aderenti ai ribelli e che poi pentiti avessero profittato del perdono che pubblichiamo. Pone il Re in dimenticanza il loro delitto, e lo debbono porre a sua imitazione anche tutti i fedeli suoi sudditi, e tutti i buoni Cristiani ai quali il perdonare è comando della Legge Divina. Siccome nei giorni antipassati si erano dai perturbatori dell’ordine a bella posta sparse delle massime tendenti all’anarchia e a sciogliere ogni vincolo sociale, si ordina sotto le più severe pene, da estendersi anche alla pena di morte, che ogni popolazione presti esatta ubbidienza, e sia subordinata al proprio Magistrato” (Battaglini, pp. 112-3). “Servirsi del popolo pertanto significò per il Ruffo venire in aiuto del popolo. Profondo conoscitore dell’animo, dei bisogni e delle aspirazioni del popolo, cercò in esso di attingere non solo forze militari per combattere i repubblicani, ma le forze per un’opera di consolidamento monarchico nell’interesse del popolo e della monarchia. Restaurare la monarchia significava per lui ricostruire e conciliare: la clemenza, la generosità avrebbero dovuto essere mezzi a quel fine. Invece per sovrani e per ministri ritornare a Napoli significava abbeverarsi di vendetta” (Rodolico, p. 241).

 

                                              

 

Nota bibliografica

  • M. Battaglini, “La rivoluzione giacobina del 1799 a Napoli”, D’Anna, Firenze, 1973
  • G. Candeloro, “Le origini del Risorgimento. 1700-1815”, Feltrinelli, Milano, 1978
  • B. Croce, “La riconquista del regno di Napoli nel 1799”, Laterza, Bari, 1943
  • B. Croce, “La Rivoluzione Napoletana del 1799”, Laterza, Bari, 1953
  • G. Cucciniello, “Politica e cultura negli Illuministi meridionali”, Principato, Milano, 1975
  • V. Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799”, Laterza, Bari, 1976
  • Carlo De Nicola, “Diario napoletano (1798-1825)”, Napoli, 1906, vol. I
  • G. Galasso, “Mezzogiorno medievale e moderno”, Einaudi, Torino, 1975
  • G. Galasso, “La legge feudale napoletana del 1799”
  • A. Gargano, “L’eredità di Gaetano Filangieri”, in “Il Mattino. Speciale Bicentenario”, Napoli, 21 gennaio 1999.
  • P. Gargano, “Gennaro Serra di Cassano. Un portone chiuso in faccia al tiranno”, Magmata, 1999
  • T. Pedio, “Giacobini e sanfedisti in Italia meridionale. Terra di Bari, Basilicata e Terra d’Otranto nelle cronache del 1799”, Adriatica, Bari, 1974
  • A. M. Rao, “Il regno di Napoli nel ‘700”, Guida, Napoli, 1983
  • N. Rodolico, “Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale”, Firenze, 1926
  • V. Sani, “La Repubblica napoletana del 1799”, Giunti, 1997
  • Serrao De Gregori, “La repubblica partenopea e l’insurrezione calabrese”, Firenze, 1934, v. I