E. Montale, da “Ossi di seppia”: “Cigola la carrucola del pozzo”. Una lettura.

“Cigola la carrucola del pozzo” di Eugenio Montale. Ipotesi di lettura.

 

Questo è un lavoro scritto nel marzo 1993 da una studentessa del quinto anno del Liceo Scientifico Sperimentale “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che una ragazza di diciotto anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di osservazioni acute e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua ed inevitabile approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, pur filtrate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica) e sulla raccolta di “Ossi di seppia”, naturalmente ricavate dai manuali e da alcune pagine saggistiche. Mi ha interessato, invece e soprattutto, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture. A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero. Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. Con il tempo ho imparato che l’apprendere è una fatica: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla. Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

prof.  Gennaro  Cucciniello

 

Cigola la carrucola del pozzo,

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,

nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:                                              5

si deforma il passato, si fa vecchio,

appartiene ad un altro…

                                               Ah che già stride

la ruota, ti ridona all’atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

 

Un secchio pieno d’acqua dal fondo di un pozzo sale alla luce, nello stesso modo dal passato torna alla mente del poeta un ricordo. Egli avvicina la faccia allo specchio d’acqua e, confuso dal riflesso della luce, crede di vedere il volto di una persona amata; accosta le labbra all’immagine ma questa si scompone, così il ricordo si fa irriconoscibile se si tenta di precisarlo. Inutilmente il poeta invoca la visione salvifica: la carrucola, muovendosi, precipita il secchio nell’oscurità del fondo del pozzo, il passato torna ad essere distante. L’io torna a dividersi.

La speranza, o meglio l’illusione, di potersi sottrarre al “male di vivere” è affidata al ricordo, alla possibilità di strappare al buio del passato un volto caro: il viso riemerge ma solo per un attimo, e il suo svanire nel nulla coincide col fallimento dell’illusione. La poesia si costruisce intorno alla figura del pozzo, un’apertura verso il basso, una realtà inquietante perché mette in comunicazione due mondi che di solito sono separati, la superficie dove si svolge la quotidianità della vita umana e il sotterraneo, luogo dei morti e della magia. Ma il pozzo richiama anche lo sprofondare nell’interiorità, l’inabissarsi della memoria, l’inconscio.

Uno dei grandi temi della poesia di Montale è il perdersi del passato, lo svanire irrimediabile dei ricordi, l’annebbiarsi dei pochi momenti felici. Perdiamo di continuo il nostro passato: a volte ci capita di riscoprire in un’ombra, in un sorriso d’acqua, un’immagine che fu nostra, un attimo del passato, recuperato come per miracolo. Ma l’illusione è breve, subito quel volto si fa evanescente e non riusciamo a precisare il ricordo; noi stessi siamo cambiati, quell’immagine appartiene ad un altro noi che non c’è più. La secchia che s’innalza è una cosa sola col recupero della memoria; l’immagine che s’intorbida coglie l’attimo deludente in cui ci sembra di ravvisare il nostro passato; la discesa del secchio nel pozzo racconta “l’impossibilità di salvare dalla distruzione e dal nulla un frammento di vita”: il simbolo si è immedesimato con la narrazione.

Per prepararmi a questa analisi ho consultato le pagine di alcuni saggi; sono stata colpita in particolare da due modelli di lettura, una di orientamento strutturalistico, l’altra che punta a individuare nella poesia moderna la presenza del mito. La prima ha come autore A. Marchese e ne riprendo gli spunti dal suo libro, “Interpretazione semiologica della poesia di Montale”, Torino, SEI, 1977, pp. 22-4; la seconda è di G. Barberi Squarotti, “Gli inferi e il labirinto”, pp. 211-5.

Marchese costruisce un modello che, esaltando la struttura del testo, illumina soprattutto le analogie e le corrispondenze tra il linguaggio che si riferisce al pozzo e quello che, invece, parla della memoria. La lirica così può articolarsi in due quartine, separate dal verso tematico: “Accosto il volto a evanescenti labbri”. Non posso perciò separare nella mia interpretazione le due pseudo-strofe ma le devo sempre strettamente intrecciare. Posso però dire che nella prima quartina si succedono fatti positivi, immagini luminose mentre nella seconda si enucleano eventi negativi ed oscuri, anche se poi rileverò che i piani si incrociano con  ambigua enigmaticità.

Barberi Squarotti legge la poesia concentrandosi sulla salita dal basso verso l’alto, dal buio verso la luce e crede di scoprire, nascosto nel testo, il mito di Orfeo ed Euridice, anche se “raccorciato all’estremo, ridotto al momento essenziale del richiamo di Euridice dal regno dei morti e di irresistibile ripetizione, da parte di Orfeo, del gesto d’amore che la perde per sempre. Dal regno dei morti non si sfugge se non per un istante, e il ritorno vi è immediato, senza scampo. La ruota della necessità, come ha portato per una concessione arbitraria, immotivata, l’ombra per un momento solo alla luce, al gesto d’amore, così la trascina, non appena l’ombra è riconosciuta e si è ricomposto quasi un rapporto con il vivo, nell’atro fondo. Stridore di pena, di dolore, di denti, di terrore si compendiano nello stridere della ruota che accompagna la sparizione: cioè tutti i significati del rumore infernale che, agghiacciante, segnala la sparizione delle ombre risucchiate nelle tenebre del regno dei morti (lamento e protesta e rinnovato orrore per la morte, insomma, che qui ben si accordano con la metamorfosi crudele che l’ombra subisce: deforme, invecchiata, alienata” (ibid, p. 213). Montale, come Orfeo, ha riportato alla luce dalle profondità del pozzo (gli inferi) il ricordo del passato ma è destinato a perderlo immediatamente e a ritrovarsi inesorabilmente lontano dalla sua visione. Così la memoria si rivela essere nello stesso tempo godimento felice e illusione amara per quello che del passato continua a far rivivere e per la consapevolezza che ognuno di noi ha che la vita concreta è altra cosa, piena di delusioni.

Schema metrico: endecasillabi con qualche rima (vv. 3 e 6; vv. 4, 7, 9) e assonanza.

Verso 1: d’improvviso siamo attratti da un suono onomatopeico, un cigolio, un rumore acuto e intenso, e da un’immagine, la carrucola che s’arrotola. Subito siamo introdotti con evidenza realistica nella situazione narrata: il rumore suggerisce l’irrompere improvviso di qualcosa che ci distacca da una condizione di assorta immobilità. “Cigola, carrucola”, due termini sdruccioli, ravvicinati e tra loro assonanzati, che sviluppano un ritmo veloce e ascendente: è il linguaggio del pozzo dalle cui profondità si attinge un’acqua benefica. Vedremo poi che alla fine, nel v. 9, la carrucola sarà diventata ruota, il cigolio si sarà fatto stridio, il secchio sarà ripiombato in basso, l’io si sarà scheggiato, il ricordo felice si sarà annullato, ci sarà la consapevolezza di una distanza invincibile. Io però avverto che fin da subito in questo inizio, apparentemente felice, si insinua un che di drammatico: il cigolio promette un evento inquietante.

Verso 2: il secchio sul bordo del pozzo è illuminato dalla luce, acqua e luce si sono fusi, l’acqua sembra fondersi con la luce che la colpisce, c’è solarità. Le immagini limpide e luminose che accompagnano il movimento di risalita, con i bisillabi che rallentano l’azione, quasi in contrasto con la velocità del sonoro precedente, promettono gioia e felicità, confermata dalla rotondità e dalla levità delle consonanti liquide, “sale, luce”. Commenta Jacomuzzi: “si uniscono qui perfettamente descrizione oggettiva e simbolo: l’immagine stupenda di luce e il senso ora gioioso e luminoso del ricordo che sorge dalla memoria”. Ma ancora una volta c’è un’anomalia: l’acqua del secchio quasi non si vede nella luce troppo intensa.

Verso 3: l’acqua è tremolante perché il secchio si è appena posato; il tremito fisico dell’acqua richiama –in correlazione oggettiva- l’affacciarsi timido ed esitante alla memoria di un ricordo, felice sembra, invocato ma ancora oscillante. Se leghiamo questo verso al verso 7 saremo sorpresi dalla consapevolezza che quel ricordo appartiene ad un altro tempo, forse si riallaccia ad un’altra persona, ci sarà lo stridio stridulo (è un’eco del Pascoli). L’allitterazione e la paronomasia di “ricordo-ricolmo” rende quasi palpabile fisicamente il paragone tra il secchio pieno d’acqua e lo svegliarsi della memoria, somiglianza accentuata dalla insistenza allitterante sulla “r” che è dominante nel verso.  

Verso 4: il secchio si trasforma in una figura geometrica astratta ed essenziale, perfettamente rotonda, che incornicia l’immagine riflessa di felicità sorridente. Nell’acqua traboccante e ondeggiante del secchio si inquadra un volto ridente, tanto bello ed attraente nella nostalgia del ricordo da far scattare nel poeta la voglia di vederlo più da vicino, di baciare quelle labbra incorporee. La rima “secchio-cerchio” rende splendidamente l’accostamento, quasi l’identificazione. Come non richiamare nel verso 6 la ripresa della rima con “vecchio”, a conferma del parallelismo strutturale prima sottolineato? Ed è da rimarcare ancora, nei versi 3 e 4, la simmetria fra “ricordo” e “immagine” (la memoria evoca la visione), fra “trema” e “ride” (dall’acqua all’illusione), e lo scambio inaspettato (trema il ricordo, non l’immagine), cosicché i dati della realtà si compenetrano fortemente con il loro valore simbolico.

Verso 5: ma quanto più ci si accosta a quel viso e lo si vuol sfiorare, la fisicità si corruga, la memoria si sfalda, rincorre gli anni con affanno, non riesce a trattenere il ricordo, comprende che il tempo è passato irreparabilmente. E’ crudele questa impossibilità dolorosa di ridonare vita alla memoria di cose e persone care. Si è sperato di recuperare il passato (il pozzo) per averne consolazione e conforto ma tutto è risultato inutile: l’illusione si è trasformata in spietata delusione. L’aggettivo “evanescenti” unisce simbolo e realtà: allude infatti sia alla mancanza di nitidezza di ciò che l’acqua riflette, sia alla memoria sfumata che il poeta ha dell’immagine, sia alla precarietà e alla fugacità della visione. Rilevo l’assonanza, piena di profondità, di pozzo, ricordo, ricolmo, accosto, volto, fondo: non è un caso che è in questo verso-cerniera che si traduce la reale fisicità e spontaneità del gesto, introduzione al veloce mutare della prospettiva nella seconda parte del componimento. In un’antologia scolastica, edita da Paravia, si commenta che “Montale sembra fondere, pur cancellandone ogni traccia e rielaborandole in chiave del tutto originale, le suggestioni di antichi racconti mitologici: l’episodio di Narciso, che annegò nella fonte dopo aver cercato di abbracciare la sua immagine riflessa, di cui si era innamorato; il supplizio di Tantalo, condannato a non poter soddisfare la fame e la sete da cui era tormentato”.

Versi 6-7: il ricordo svanisce e questo perdersi della memoria corrisponde a un tempo passato che si allontana e, distanziandosi, si deforma, si disgrega: quell’immagine ridente e gioiosa si corruga e il poeta non è più capace di costruire un’identità perduta (il passato… appartiene ad un altro). Accostando il volto alla superficie dell’acqua, l’immagine s’increspa e scompare, venendo inghiottita immediatamente da un passato che all’istante si deforma, ed è percepito come diverso dal ricordo lieto che se ne aveva un attimo prima. Altro per paronomasia si lega a ruota e ad atro del verso 8, tutti in un campo semantico negativo e con un gioco di sinistro anagramma. Ora il verso si spezza: la frattura è profondissima, il soggetto ha perso ogni speranza. Nel pozzo della memoria la ruota del tempo, il meccanismo inarrestabile che crea distanze e fratture, ha trascinato non solo il volto amico e amante ma anche una parte stessa del poeta. Il movimento si inverte, il secchio ridiscende e l’azione è connotata dal suono, come all’inizio, ma il cigolio è diventato stridio. Il verbo stride, posto alla fine del verso, si svolge attraverso l’enjambement in quello successivo e accentua la cupezza sia sensoriale che psicologica separando nettamente gli opposti campi semantici della rappresentazione, sottolineati a contrasto dalle rime “ride” (v. 4, l’illusione gioiosa), “divide” (v. 9, la perdita definitiva).

Versi 8-9: il cigolio è diventato stridio, la carrucola si è fatta ruota, la luce è stata sostituita dal buio. La seconda onomatopea sigla con l’asprezza del suo suono la fine dell’idillio. Il secchio sprofondato ha cancellato il ricordo e lo ha rinchiuso per sempre nel buio del pozzo (quella zona oscura e ormai sepolta della psiche alla quale ci si era illusi per un momento di poter strappare qualche brano di vita vissuta). L’atro fondo, coi suoi echi letterari danteschi, è simbolo di morte ed è reso più espressivo ed incisivo dall’allitterazione in “tr” che lo unisce a stride. Il quadro è completato dall’antitesi che si costruisce, con echi musicali, tra vi si fonde del verso 2 e fondo del verso 8, ricolmo secchio del verso 3 e si deforma il passato, si fa vecchio del verso 6.

Verso 9: ora il tempo, finalmente, si distanzia. La vita è trascorsa, il poeta ha tentato di precisare il ricordo ma questo si è reso irriconoscibile, la separazione si è fatta incolmabile, abbiamo perduto anche le nostre memorie più care. Quel vocativo, visione, scritto quasi con rassegnazione, trasferisce l’emozione in uno spazio metafisico, irreale, fantasmagorico, segnato appunto dal “divide”.

In un’ultima annotazione voglio far rilevare che i primi due periodi (vv. 1-4) hanno un carattere descrittivo; nel terzo periodo (v. 5) compare l’”io” fisico montaliano (soggetto di Accosto) che personalizza fortemente il racconto col suo correlativo naturalistico; nel quarto (vv. 6-7) si fa strada la coscienza psicologica del disastro; nel quinto (vv. 7-8) ritorna la descrizione; nel sesto e ultimo (v.9) tutto si condensa in una interlocutrice fatale, la “Visione”, quella del Tempo, invalicabile, inarrestabile, fuggitivo.

                                                                                  Viviana N.