Elezioni del 4 marzo 2018. Un tentativo di analisi.

Un tentativo di analisi del voto del 4 marzo 2018

 

Sono convinto dell’importanza storica del voto del 4 marzo 2018, una vera frattura nella vita della Repubblica, sia per i risultati che si sono determinati che per gli scenari che si aprono sulle prospettive future della nazione Italia. Ho cercato di capire alcuni dei fatti che si sono succeduti negli scorsi anni e anche i modi con i quali la società italiana ha reagito, modi a volte contraddittori e paradossali. Provo a metterli in fila uno dopo l’altro, cercando di vedere la realtà sotto la maschera con cui essa spesso si traveste.

I governi siano espressione della volontà popolare.

In ripetute dichiarazioni pubbliche, fatte con solenne spavalderia, sia Di Maio che Salvini –vincitori delle ultime elezioni- hanno chiesto al PD –sicuro sconfitto- di supportare i loro governi, con evidente noncuranza delle indicazioni venute dagli elettori del centro-sinistra che hanno scelto altri ideali e altri programmi. Eppure sono anni, almeno dal 2011, che il Centro-Destra e l’M5S gridano al tradimento del mandato elettorale, anni passati a gettare veleno sugli inciuci e i governi non eletti. Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, che hanno provato a governare –in situazioni finanziarie difficilissime- sono stati criticati ferocemente proprio perché non erano espressione di una indicazione elettorale coerente, anzi governavano con maggioranze diverse da quelle indicate dai cittadini elettori. Oggi i grillini, nemici del costituzionale divieto di vincolo di mandato, chiedono ai parlamentari democratici di tradire il patto stipulato con i loro elettori: “mai alleanze con gli estremisti”. Queste sono incoerenze clamorose che non vengono rilevate né sottolineate da una stampa compiacente, faziosa e trasformista che, invece, ha continuamente denunciato i governi che non erano espressione della volontà popolare, logorando fortemente la credibilità dei partiti e delle istituzioni rappresentative.

Riformismo timido e obbligato.

Da 25 anni almeno il riformismo di centro-sinistra ha dovuto rimediare alle promesse fasulle e agli errori di gestione del centro-destra, prima con Prodi e Ciampi nel 1996, poi con Prodi e Padoa Schioppa nel 2006, infine con Monti-Letta-Renzi e Gentiloni nel periodo travagliatissimo dal 2011 al 2017. Nessuno ha dato il giusto rilievo ai risultati positivi di quest’ultimo quadriennio (l’Italia uscita sostanzialmente da una gravissima crisi economica), nonostante un equilibrio parlamentare instabile, con governi non auto-sufficienti e sottoposti a ricatti da destra e da sinistra. Anzi, da più parti, e con mia sorpresa anche da giornali autorevoli (Repubblica, Corriere della Sera) sono venuti attacchi e bordate proprio contro gli sforzi di realizzare, pur fra inevitabili contraddizioni, un riformismo timido perché obbligato a rispettare i vincoli di bilancio imposti dai trattati europei e sottoscritti –vedi un po’- proprio dai governi Berlusconi-Tremonti nel 2003 e nel 2010. Un aiuto al disinganno l’hanno dato anche molti intellettuali radicali che hanno continuato a produrre una diffusa allergia alla Sinistra di governo, l’unica possibile in quel contesto. Si dovrà pur riconoscere che Renzi e Gentiloni sono stati costretti dall’Europa, ad adottare –loro malgrado- il motto manzoniano “Adelante, Pedro, cum juicio”, “Avanti, Pedro, con giudizio”, e che oggi qualsiasi promessa ai ceti più deboli si scontra contro ostacoli enormi (e almeno in apparenza oggettivi) come i mercati e la globalizzazione. E su un altro versante nessuno dei grandi mezzi di informazione trova il modo di soffermarsi e di denunciare con forza il dato emerso di recente: la “Casaleggio Associati”, che guida con modalità oscure e da nessuno controllate i Cinque Stelle, riceverà 300 euro al mese da ognuno dei 333 neoeletti del M5S, centomila euro al mese, con un ricavato di quasi 6 milioni di euro in 5 anni. Così un’azienda privata potrà “ricattare” i parlamentari e i soldi di noi contribuenti andranno a finanziare una società a responsabilità limitata con sede a Milano, in palese violazione del conflitto d’interesse. Così, la Casaleggio s.r.l., una potente azienda privata dai contorni opachi, potrebbe arrivare -passo dopo passo- a governare un Paese. E’ questo il nostro futuro?

Un giudizio su Matteo Renzi.

Voglio, a questo punto, aprire “una finestra” su Matteo Renzi. Renzi, ritenuto da taluni “un comodo capro espiatorio”. Renzi che scrive un enfatico “io non mollo”. Di una cosa sono sicuro. Fra 10-20 anni storici e anche commentatori politici giudicheranno con obiettività e molta più positività la difficilissima legislatura 2013-2018, sia nelle riforme portate a compimento che nei risultati raggiunti in economia e li confronteranno con i disastri successivi, non difficili da prefigurare. Le idee giuste non diventano sbagliate solo perché sono perdenti in uno o più appuntamenti elettorali. Ma torniamo a Renzi e partiamo da una domanda: perché Renzi vinse col 70% nelle primarie PD del 2013 e ha rivinto col 70% nelle primarie del 2017? Registrando, la prima volta, nelle regioni “rosse” preferenze fino all’80%? Evidentemente c’erano fiducia e speranza nella sua volontà di cambiare profondamente il partito e il Paese. Certo, il voto del 4 marzo ha dimostrato che c’è una spaccatura profonda tra le preferenze degli elettori democratici e l’orientamento degli italiani, e di questo occorre prendere atto. Ma c’è anche un altro dato inconfutabile: in quattro anni Renzi ha dilapidato un suo patrimonio politico immenso (scendendo dal 41 al 19%). Per quali ragioni, attraverso quali passaggi? Azzardo un’ipotesi: non ha diretto il Partito Democratico e non ha portato fino in fondo la volontà di cambiamento. Si può dire che da un iniziale “Cambiamo il mondo” si è passati a un “Salvare il salvabile”. Tutti ricorderanno la sua dichiarazione: “nel Sud userò il lanciafiamme per eliminare sporcizia e capi-bastone”; poi non si è fatto nulla e si è finito per soggiacere ai De Luca e al solito notabilato clientelare. Nel partito (lo avevo scritto –in tempi non sospetti- in una “Lettera aperta” a lui indirizzata il 22 dicembre 2016, postata nel mio Sito) non ha riunito intorno a sé le migliori energie intellettuali del Paese -anche e soprattutto quelle non cortigiane-, non ha creato spazi adeguati per l’elaborazione e la progettualità e per un vero confronto politico che scoraggiasse le correnti di potere e favorisse le correnti di pensiero, ha privilegiato approcci amicali e un’arroganza fuori luogo, non è riuscito a fare delle Sezioni territoriali strutture efficaci di lavoro nelle comunità, luoghi di dibattito-di incontro-di accoglienza, del coinvolgimento delle persone e della cura delle piccole cose concrete. E così fra gli italiani si è diffusa l’idea che il Pd fosse essenzialmente il partito dello status quo, della governabilità fine a se stessa, della pace sociale, della composizione inerte del conflitto, un partito incapace di capire e di reagire alle sofferenze e alle insofferenze, un partito quasi asserragliato nel bunker del sistema. Ma soprattutto, nel momento in cui ha assunto la responsabilità del governo, non ha detto la verità, tutta la verità agli italiani. Avrebbe dovuto spiegare agli italiani chi eravamo, dove volevamo andare, dove potevamo andare. Ha dispensato, giustamente, ottimismo sulle prospettive di rinascita del sistema Italia, necessario per incitare alla ripresa e alla fiducia in se stessi, ma avrebbe dovuto –nello stesso tempo- sfatare con durezza alcune pigre illusioni. Quali? Primo: un richiamo sui nostri ritardi strutturali e ormai patologici. Essi non derivano solo dalla concorrenza internazionale ma soprattutto dalla nostra incapacità e mancanza di volontà: sono il mostruoso debito pubblico, l’evasione fiscale, la corruzione, l’eccesso di burocrazia e l’inefficienza della pubblica amministrazione, la scarsa propensione al rischio e all’innovazione di molti settori dell’imprenditoria, il sistema finanziario inadeguato, il sistema formativo obsoleto, un mercato del lavoro ancora inadatto a un’economia aperta su scala mondiale, il devastante divario nella redistribuzione del reddito tra ceti sempre più ricchi e ceti emarginati e sempre più poveri e fragili. Secondo: con l’adozione dell’ euro, moneta comune a più di 300 milioni di cittadini, con economie molto squilibrate e senza una politica fiscale unitaria, noi italiani, ceti dirigenti compresi, non abbiamo percepito che dal punto di vista economico siamo tenuti a comportarci come le virtuose regioni tedesche e che, non facendolo, non reggiamo all’impatto di una moneta sempre più forte, l’euro-marco che portiamo in tasca. Per contro, nella nostra stragrande maggioranza ci comportiamo come ai tempi della lira ed esprimiamo una  filosofia di vita appartenente al bel tempo della finanza allegra e del debito crescente accumulato sulle spalle di figli e nipoti. E di questo sono testimonianza inoppugnabile proprio i programmi elettorali del M5S e del Centro-Destra, poi risultati vincitori e accolti senza batter ciglio dai cittadini, anzi approvati entusiasticamente, programmi pronti anche a sfidare l’aritmetica. La conclusione amara è che la sua esperienza di governo non è riuscita a eliminare la grande festa dei diritti acquisiti, dei privilegi diffusi, del dorso corazzato di conventicole, potentati e corporazioni, così incistato, forte e resistente nel nostro Paese.

Sinistra punita. Un’Italia spaccata a metà.

Ora il Paese ha votato e in primo luogo ha punito la Sinistra (tutta) e non l’ha incoraggiata a continuare l’esperienza di governo che tante delusioni ha provocato. Voglio comunque ricordare una frase detta con solennità il 2 luglio 2017 da Roberto Speranza, uno degli operatori della scissione che ha dato origine a “Liberi e uguali”: “Alle elezioni politiche prenderemo più del Pd”. Il PD deve ignorare l’assurda pretesa che la crisi politica venga risolta da chi ha perso le elezioni. Deve ricostruirsi all’opposizione. Deve ripartire da quelli che l’hanno votato e dalla coerenza con quello che si è detto e fatto, pur fra mille ostacoli. La ricostruzione d’una sinistra riformista e popolare sarà un processo lungo e doloroso, non di breve periodo, una convulsa fase di transizione. E’ l’unica cosa che si può fare. Ho letto analisi molto serie: il voto ha rivelato un Paese spaccato a metà politicamente, economicamente, antropologicamente tra un Nord attratto nell’orbita tedesca e un Sud che veleggia verso l’Africa (con nostalgie neo-borboniche, rilanciate lo scorso anno dalla “Giornata della memoria delle vittime dell’unificazione italiana” ad opera del M5S in tutte le regioni meridionali), ma accomunato dalla richiesta di protezione: protezione –si dice- dal capitalismo globale che ruba il lavoro, dagli immigrati che invadono, dalla finanza rapinatrice, dall’Europa matrigna e dalla rivolta contro l’élite. Le geografia è destino, scriveva il grande storico Fernand Braudel. E l’Italia è una terra lunga lunga immersa nel Mediterraneo, verso l’Africa, e attaccata all’Europa con le Alpi. Al Sud il reddito di cittadinanza rievoca, in peggio, l’assistenzialismo democristiano (guardate Di Maio che imita De Gasperi e richiama la dottrina sociale della Chiesa cattolica)): Rete e algoritmo al posto delle parrocchie e delle clientele. Al Sud il riformismo è sempre stato minoritario: vigoreggiano mance e illegalità. Al Sud il Pd è governo senza partito, potere puro in mano a ras locali, cacicchi e Masanielli di vario conio. Al Nord, con tassi di sviluppo asiatici, vince il populismo leghista: l’egoismo proprietario (meno tasse sui ricchi) si somma a un egoismo proletario (sicurezza contro gli immigrati), e non si dimentichi che il leghismo simpatizza per l’unione del Lombardo-Veneto alla Baviera. E’ finita la Sinistra del XX° secolo: Leu ha perso più del Pd. Cosa è diventato l’ex popolo di sinistra? Ci sono ancora le antiche divisioni di classe? Cosa sono i sindacati e le associazioni di categoria? Cosa deve essere un partito in questa fase della disintermediazione e dei Social? Cosa diventa la democrazia politica investita dall’onda degli oligarchi dell’algoritmo? Ho letto un giudizio preoccupato del filosofo Alex Honneth, allievo di Jurgen Habermas: “Mentre crescono le forme neoliberali di capitalismo, insoddisfazione ansietà e critiche non si esprimono più, come avveniva in passato, in un vocabolario di Sinistra, ma sono articolate in un lessico di Destra –come era accaduto nella Repubblica di Weimar-, lessico che non implica una visione di progresso, ma esprime la speranza in termini di regresso, come riconquista di qualcosa di perduto in un contesto nazionalista”. Ricordo che dopo la caduta di Weimar fu Hitler ad andare al potere. Certamente rovesciare questa tendenza sarà difficile, costerà fatica. Come tutto nella vita. C’è un elemento in controtendenza: un’analisi del “Sole 24 Ore” rivela che il PD è il primo partito in otto capoluoghi di provincia della Lombardia: partito del ceto urbano moderno. Non basta, ma partiamo da lì. D’altra parte bisognerà prestare attenzione alla crescita, che potrebbe essere esponenziale in un prossimo futuro, dei conflitti tra le nazioni con governi “populisti” che praticheranno tutti –gli uni contro gli altri- comportamenti miopi e irresponsabili. “America first” di Trump contro la “France d’abord” di Macron, la “Brexit” del Regno Unito contro la “Deutschland zuerst” germanica, “Prima gli italiani” di Salvini con e contro le nazioni dell’Est Europa. Sullo sfondo vigilano Russia, Cina, India, le potenze asiatiche. Un po’ d’attenzione geopolitica sarebbe necessaria e ci aiuterebbe anche la memoria storica delle guerre commerciali che hanno sempre preceduto le guerre vere e proprie.

L’Offerta politica della rabbia, della paura, dell’illusione.

Le elezioni sono state dominate dalla rabbia, dalla protesta, dalla paura, dalla speranza. Il corpaccione Italia ha urlato la protesta, reclama a parole il cambiamento ma vuole conservazione, rifiuta la continuità con il passato ma chiede protezione. Hanno vinto gli schieramenti che hanno racchiuso la protesta e la speranza in un’unica offerta politica. Il Pd non ha fatto i conti con le paure e ha prodotto poca speranza. E’ giusto che ora i vincitori abbiano la presidenza delle due Camere. E’ sacrosanto che Lega e M5S trovino l’accordo per formare il governo, hanno insieme più del 50% dei seggi in Parlamento. Hanno, nei loro programmi, molti punti in comune. Hanno cavalcato la rabbia e la protesta, ora devono saperle dominare. Hanno presentato nei programmi elettorali proposte mirabolanti e illusorie, devono tradurle in fatti concreti di governo, in decisioni economiche e sociali, devono misurarsi con i vincoli di bilancio col debito pubblico superiore al 132% del Pil. Ho l’impressione, comunque, che tutti hanno voglia di comando e di potere, ma in pochi desiderano davvero il governare (nonostante certe evoluzioni al fulmicotone). Lo devo dire, gli italiani hanno creduto nel paese dei balocchi, nelle fate turchine e negli Omini di burro che dispensano a tutti gli zecchini d’oro (lo scriveva anche De Sanctis alla fine del suo viaggio elettorale nell’Irpinia del 1875: “Sul collegio pioverà oro da tutte le parti, false monete che parranno di zecca a quei grulli. E che bei sogni vorranno fare!”). Oggi, molto più di cinquanta anni fa, l’elettorato è disponibile a farsi abbindolare da semplici ma insensati programmi di protesta qualunquista e dalla ricerca del “Cacao meravigliao” di arboriana memoria. Mi dispiace dirlo ma questo voto ha confermato alcune vecchie verità, notate da un acuto osservatore: “gli italiani vogliono fare un’Italia sempre nuova, restando quelli di prima. Credono a tutto fermamente, poi bestemmiano fortemente. Disprezzano i governi, poi affidano tutto al compito del governo” (Mattia Feltri, La Stampa, 6 marzo). Ora invece governare dovrà significare finalmente fare ciò che si deve, non quel che si vuole. La realtà alla fine presenterà il conto del debito pubblico e della fiducia dei mercati. Già da aprile l’Italia dovrà cominciare a raccogliere fondi sul mercato per qualcosa come 400 miliardi di euro e ciò imporrà disciplina a chiunque governi.

Il governo “del popolo” e non “dei partiti”.

Vorrei anche tentare di sfatare un altro pericoloso equivoco. Ho ascoltato Di Maio e Salvini nei loro primi discorsi dopo i risultati elettorali. Entrambi insistono sempre sui concetti di “popolo” e di “cittadini”, non richiamano mai il concetto di “partiti”, di “movimenti di parte”. Ripetono: “il nostro sarà un governo del popolo, dei cittadini”, e lo fanno sapendo di aver avuto solo il 32% e il 17% (vorrei ricordare che anche il Pd di Veltroni nel 2008 aveva avuto il 33,4% dei voti, il 38% se si sommano a quelli di Di Pietro, e non avanzò alcuna pretesa). Perché lo fanno? E’ solo propaganda spicciola, pur nella differenza evidente dei due discorsi? Fa specie sentirsi dire: “Poiché tanti mi hanno votato adesso dovete darmi anche i voti di chi non mi ha votato”! No, io penso che ci sia un sostrato ideologico più pericoloso. Anche i giacobini, negli anni del Terrore rivoluzionario francese, parlavano di “cittadini” identificandoli con la Nazione e la Rivoluzione, senza più differenze di ceti o di classe. Ora M5S e Lega parlano dei loro Movimenti, o Partiti (?), che devono assorbire e ritrasmettere gli interessi di “tutto il popolo”, col presupposto implicito e mai dimostrato che il popolo abbia interessi condivisi e –se qualcuno non li condivide- non fa parte del popolo, potrebbe addirittura diventare nemico del popolo. Come se i problemi dei cittadini fossero distribuiti uniformemente e non invece spesso in conflitto di interessi, anche tra le diverse generazioni. Inoltre, se c’è un partito che rappresenta tutti i cittadini, a cosa serviranno gli altri partiti? E se il partito che rappresenta tutti i cittadini arriva al governo, a cosa servirà mai un’opposizione? Ecco spiegato, così, anche un altro equivoco di questi giorni: io –M5S o Lega- non tratto con altri raggruppamenti, propongo al Parlamento e al Paese il mio programma e singoli parlamentari possono dare il loro appoggio, di volta in volta, “à la carte”, sui provvedimenti che noi presentiamo.

Una ripresa socialista è possibile solo a dimensione europea.

Un altro dato è da rilevare. Il Pd è stato certamente il partito che ha portato l’Italia fuori dalle difficoltà. Ma non è stato percepito come il partito della difesa degli interessi della gente comune. Ci stiamo convincendo che i partiti di Sinistra in tutta Europa non siano più in grado di risolvere i problemi di un’epoca in cui la sovranità dei singoli Stati nazionali è assorbita in economia dai mercati globali e in politica dai tentativi stentatissimi di creare un’unione europea sovra-nazionale. Qualche analista sostiene –a ragione- che il riformismo popolare di sinistra potrà avere successo solo se sarà collegato strettamente alle sue capacità di svolgere una politica fiscale ed economica che rafforzi in tutti i sensi il ruolo dello Stato sociale, attui con ogni mezzo politiche di piena occupazione e distributive a favore del lavoro dipendente, abbia come suo fine l’uguaglianza nei diritti e nelle opportunità. Potrà esserci politica socialista solo a dimensione europea. La Sinistra dovrà riscoprire l’internazionalismo europeo e un’organizzazione su scala continentale. Da qui discende l’attenzione critica a quello che è avvenuto in Italia il 4 dicembre 2016 nel voto sul referendum istituzionale. Come non vedere che il ritorno al proporzionale, il mantenimento del potere paritetico delle due Camere avrebbe –di necessità- portato alla paralisi attuale? Con l’Italicum, oggi, il problema di avere un governo nella pienezza dei poteri sarebbe stato deciso dagli elettori italiani con il ballottaggio e non sarebbe affidato a estenuanti e improbabili pateracchi parlamentari. E poi non si giochi sui dati. In Francia, nel voto presidenziale della scorsa primavera, al primo turno Macron ebbe il 23%, Le Pen il 21, Fillon il 20, Melenchon il 19 (quindi il voto anti-sistema toccò il 50%, se si aggiungono i voti trotskisti e di altri candidati di destra). Solo il robusto sistema istituzionale voluto da De Gaulle ha contribuito a dare a Macron la maggioranza assoluta. In Italia dovremo presto tornare a riconsiderare la riforma istituzionale, se vogliamo sopravvivere, e soprattutto provare a risolvere due quesiti: come formare governi stabili in un sistema politico tripolare, quale rapporto stabilire tra autonomia delle regioni e interesse nazionale. S. Fabbrini annota con acutezza che l’Italia, come altri paesi in Europa, non dispone più dell’autonomia per decidere le proprie politiche di bilancio sulla base dei propri processi elettorali. Ora c’è un polo sovranista –pur differenziato al suo interno- che vuole mettere in discussione i vincoli delle regole europee, regolamentate e centralizzate, fino a minacciare l’uscita dall’euro e dall’Unione. Si cercherà di svuotare l’integrazione dall’interno, nullificando molte delle competenze acquisite dalle istituzioni sovranazionali. Il polo sovranista rimarrà maggioritario quando i suoi partiti di riferimento cercheranno di portare l’Italia fuori dai vincoli europei? L’elettorato “populista” sarà interessato a mantenere in euro i propri conti correnti bancari (e non solo)? D’altro canto, si aggregherà un polo alternativo e competitivo di orientamento europeista? E questo polo riuscirà ad avanzare una prospettiva credibile di riforma della governance europea, modifiche capaci di rilanciare un grande sviluppo di crescita economica e di avanzamento sociale dei ceti più disagiati? Questa sarà la sfida di domani. Su questo il Pd, al di là delle chiacchiere di teatro, dovrà costruire la sua opposizione. Il Pd, dall’opposizione, affermi in modo chiaro e forte i suoi valori non negoziabili e cominci a costruire il nuovo campo bipolare.

Il distacco tra il Pd e l’Italia reale.

Un’ultima riflessione è sul ruolo della Sinistra oggi in Italia. A fine gennaio ho già scritto e postato, nel mio Sito, www.gennarocucciniello.it, un tentativo di analisi su questo tema cruciale e invito chi è interessato a leggerlo (La crisi della Sinistra in Occidente e in Italia). C’è un’opinione diffusa: il PD ha perso rovinosamente perché ha dimostrato di non saper ascoltare la gente, di non sapere cosa essa vuole e di che cosa soffre, di non conoscere il “Paese reale”. Quindi il PD ha perso rovinosamente (è sceso dal 41% al 19% in quattro anni) perché non si sarebbe accorto degli umori del Paese, perché –se li avesse conosciuti- sarebbe andato loro incontro. Questa idea si basa sul presupposto che i partiti debbano adeguarsi meccanicamente alle richieste degli elettori, anche a costo di cambiare radicalmente la propria anima e di sotterrare i propri ideali, questo poi in tempi di altissima mobilità elettorale. In un contesto del genere sarebbe incomprensibile la ricerca di Antonio Gramsci che, recluso in un carcere fascista – isolato ed emarginato dal suo stesso partito – col supporto solo di pochi libri ammessi dalla direzione carceraria – senza i sondaggi che lo informassero sugli umori entusiasticamente fascisti dei suoi compatrioti, fu capace di studi profondissimi sulla storia, sulla cultura, sulla società dell’Italia nei secoli, analisi illuminanti che poi avrebbero guidato il PCI ad essere nei decenni successivi il più grande partito comunista dell’Occidente! Oggi non si pensa più che si possono conoscere perfettamente le frustrazioni e i desideri degli elettori ma che non li si possa realizzare. E’ facile riflettere su un dato: il Pd perde più fortemente nella fascia d’età 25-35 anni, è questo il tempo in cui il desiderio giovanile vuole trasformarsi in un progetto di vita adulta. C’è consapevolezza di questo dramma ma il rimedio totale e immediato non si trova. Non c’è lavoro, se c’è è lavoro precario, è lavoro nero: allora il disagio si trasforma facilmente in voler cambiare comunque senza neanche aderire compiutamente a un progetto alternativo. E’ comprensibile, il populismo protestatario può diventare accogliente: gli esclusi dicono, “ma come, tentate di premiare eccellenza e merito, e non avete uno sguardo per il fallimento, l’emarginazione, l’insuccesso? Ecco allora il fascino irresistibile del “reddito di cittadinanza”; cosa importa se esso è del tutto irrealizzabile (almeno per come è formulato), se può distorcere fortemente il mercato del lavoro e portare alla rovina i conti pubblici? E inoltre andrebbe accompagnato da una riforma radicale del welfare che potrebbe sovvertire molte abitudini consolidate da decenni nella società italiana. Grillo lo definisce addirittura “reddito di vita” e sostiene che  è un’idea buona e non costosa. Io ripeto invece che è una pessima idea: chi cercherebbe un lavoro vero se per 800-1200 euro al mese può aspettare l’impiego della vita, arrotondando in nero e senza veri controlli? Il governo Gentiloni ha realizzato, dal gennaio 2018, il Reddito di Inclusione con 3 miliardi di investimento ma questo dato reale non ha provocato speranze né entusiasmi. Eppure è un dato vero, limitato ma vero. Nel primo trimestre 2018 le persone beneficiate da misure di contrasto alla povertà sono state quasi 900mila e 7 su 10 risiedono al Sud. Secondo l’Inps le misure hanno raggiunto il 50% della platea potenziale. Boeri dice che in Italia il reddito minimo c’è già e a luglio 2018 la platea salirà a 2,5 milioni di persone (fonte Huffington Post, 28 marzo 2018).

Il linguaggio dei Social logora la comunicazione politica tradizionale.

I giovani oggi non si ritrovano più in ideologie che hanno guidato il processo storico e politico delle precedenti generazioni. Poi, ma non è un dato ultimo per importanza, c’è la nascita e lo sviluppo in questi ultimi 20 anni dei nuovi mezzi di comunicazione. Stiamo diventando consapevoli del fatto che la Rete realizza un continuo e logorante lavoro ai fianchi alle strutture epistemologiche del sapere. Il paradigma conoscitivo del nostro tempo è: se è scritto in Rete è vero. Il Paese reale, quello che vive tutti i giorni i problemi concreti a cui la classe politica non sa dare risposte in tempi brevi, viene informato e orientato dai canali del nuovo linguaggio dei Social. Proprio per questo, se i modelli di comunicazione di un tempo passato sono stati polverizzati e se i partiti tradizionali si sono sfilacciati, solo la verifica concreta dell’azione di governo potrà dimostrare a tutti la praticabilità reale dei programmi dei diversi partiti. La persuasione dovrà appellarsi al senso di realtà.

Faccio tre esempi: a- nel Sud non c’è lavoro, il PD lo sa, prova in vari modi e con decisioni importanti di finanziamenti (nel 2016 la quota percentuale di spese di investimento della PA nel Sud è stata del 41,1%), riscontra qualche successo ma –nella situazione strutturale di questi ultimi anni- il compito si rivela immane. E’ facile denunciare, ma si trascura il fatto che creare lavoro nelle regioni meridionali è un processo difficilissimo, lunghissimo (finora non c’è riuscito nessuno in 160 anni). b- non crescono da anni i redditi del ceto medio e delle classi lavoratrici e si ritiene che la colpa sia di chi governa (e non contano nulla la crisi economica mondiale, la demografia, la globalizzazione, le tecnologie, la storica arretratezza italiana in fatto di competitività, il macigno del debito, l’austerità imposta dall’Europa). c- nel Pubblico Impiego i Cinque Stelle hanno avuto un plebiscito, più del 41%: eppure questo è un settore strategico per ammodernare la Pubblica Amministrazione e per rendere efficiente il sistema dei servizi e in questo comparto i governi di centro-sinistra hanno investito tante risorse; non è che questi tentativi di riforma hanno disilluso molti e disturbato tanti? Le riforme sono un processo complesso sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista sociale. Esse sono fatte per cambiare atteggiamenti, aspettative, comportamenti,  convinzioni. Creano anche forte scontento. Il caso della riforma della scuola è stato esemplare.

Finisco qui, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Per molti i successi o gli insuccessi del governare sono questione solo di buona o cattiva volontà, non di pratica o temporanea impossibilità. Da qui discende che conta di più la simpatia per chi denuncia e protesta che la competenza e il saper governare. Del resto lo si sa ampiamente: chi non è legato dall’obbligo di governare e quindi non ha presenti i vincoli della realtà scavalca sempre le proposte razionali e realizzabili. Perciò è cruciale, per gli interessi stessi dell’Italia, che Lega e M5S trovino l’intesa per governare assieme: l’una rappresenta il Nord produttivo, gli altri il Sud desideroso soprattutto di assistenza e di tutela statale. Trovino felicemente il modo e la sintesi per unire queste fondamentali esigenze che la Sinistra non ha potuto  interpretare e realizzare nei fatti e per dimostrare la reale fattibilità delle loro proposte programmatiche. Alla prova vera del governo queste forze potrebbero anche implodere (per esempio, non sarà facile nell’M5S far coesistere ribellismo anarcoide, richieste d’ordine, giro delle sette chiese fatto prima e dopo le elezioni ( i veri poteri forti), doppiopetto doroteo e aplomb istituzionale di democristiana memoria).

E per il PD, ripeto, ci deve essere una salutare, ferma opposizione. Alcuni giornali, deliberatamente, insistono sul terrore che si sarebbe impadronito di alcuni settori del Pd nell’ipotesi che si potrebbe andare presto a nuove elezioni. E fanno questo per spingere il partito democratico ad appoggiare un governo pentastellato (vedi gli editoriali del “Fatto quotidiano” e il coro di un’intera batteria di opinionisti compiacenti). No, non c’è alcuna paura. Anzi, se il M5S o la Lega–ad un nuovo voto- prendessero la maggioranza assoluta e potessero governare da soli potrebbero dimostrare davvero di saper tradurre nella realtà le ipotesi fantasiose che hanno costruito in questi anni!

Quanto a me, mi resta come testamento morale (e a futura memoria) quello di aver lottato per tutta la vita per una società più giusta, con le armi del ragionamento, della lettura, della scrittura, della discussione, della cultura.

 

Gennaro  Cucciniello