Gerusalemme. La notte del Getsemani. Giuda tradisce?

La notte del Getsemani

            Il  tradimento di Giuda

 

Il testo biblico situa il tradimento in una scena originaria: il primo tradimento è quello di Adamo ed Eva nei confronti di Dio. Il serpente insinua che il limite che Dio ha posto agli umani –non accedere all’albero della conoscenza- serve in realtà a tutelare i suoi privilegi e il suo godimento egoistico. Ogni debito simbolico nei confronti del Creatore viene cancellato nel nome del diritto alla libertà di godere che Adamo ed Eva –sospinti dalla malignità del serpente- rivendicano. Dio non è colui al quale essi devono la vita ma un ostacolo per la loro vita.

Nella notte del Getsemani la scena del tradimento si ripete però in un modo assai più ricco di sfumature. I traditori, Giuda e Pietro, non sono, infatti, figure simili come quelle dei progenitori e, non a caso, il loro tradimento avrà esiti profondamente diversi. Di fronte all’approssimarsi del tradimento, Gesù indica, nel corso dell’ultima cena, come il traditore non sia fuori di noi ma dentro di noi, tra noi, uno di noi, prossimo a noi. Ha mangiato con noi, ha condiviso con noi la tavola: “la mano di colui che mi tradisce –dice Gesù- è con me, sulla tavola” (Luca, 22, 21).

Bisogna insistere sulla scena di questo tradimento. Si svolge durante la cena che celebra la festa pasquale. E’ una cena intima dove il Maestro condivide la tavola coi suoi discepoli. Non è affatto secondario: il tradimento avviene mentre si divide il pane, mentre si mangia insieme. Avviene nell’intimità del convivio. Non a caso Giovanni riporta l’episodio nel quale Gesù riconosce Giuda come traditore mentre lo invita a mangiare un boccone di pane inzuppato dal suo stesso piatto (Gv, 13, 18-30). Lo ripete anche Marco: il traditore è “uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto” (Mc, 14, 20). Il traditore mangia nello stesso piatto del Maestro; si è nutrito della sua parola, ha beneficiato del suo insegnamento, ha condiviso la stessa tavola. E ora vuole distruggere il suo maestro, sputa sulla parola che lo ha formato, non mostra alcuna gratitudine per quello che ha ricevuto, non riconosce alcuna forma di debito. L’ultima cena di Gesù finisce con Giuda che si allontana nella notte dopo aver intimamente tradito il suo maestro. Svendendo la vita del suo maestro per soli trenta denari –la somma con la quale era allora possibile comprare uno schiavo- Giuda declassa il nome di Gesù a quello di un delinquente comune.

Ma cosa ha determinato il tradimento di Giuda? Egli è stato, come tutti gli altri discepoli, profondamente innamorato di Gesù. La vita del suo maestro è stata per lui, come per tutti gli altri suoi fratelli, un magnete che ha polarizzato la sua stessa vita. La sua parola ha avuto la forza di una chiamata irresistibile. Gesù è un maestro che sa provocare grandi passioni. Provoca amore e desiderio in chi ascolta la sua parola. E il desiderio è una forza eccentrica e sovversiva che provoca “un disordine permanente all’interno di un corpo sottomesso allo statuto dell’adattamento” (Lacan). In psicoanalisi parliamo di capacità di causare transfert, Ubertragung. Questa parola tedesca, coniata da Freud per definire la particolare reazione affettiva ed epistemica che lega il paziente al proprio psicoanalista, può essere tradotta in italiano col termine “trasporto”. Gesù, come Socrate, è un maestro che sa provocare transfert, movimento, accensione, ripartenze, trasporto nel doppio senso che la lingua italiana, appunto, riconosce a questo termine: mettere in moto, suscitare passione. Possiamo leggere così, per esempio, tutti gli episodi delle resurrezioni che costellano i racconti degli evangelisti. Di fronte al corpo morto della figlia della vedova, del centurione o di Lazzaro, la parola che Gesù pronuncia è sempre la stessa: “Kum!”, “Alzati”, rimetti in moto la tua vita, ricomincia a vivere, riparti! Gesù è dunque una figura radicale del desiderio. Se il desiderio è una forza che muove la vita, che rende la vita viva, egli è la massima incarnazione di questa forza al punto che strappa letteralmente la vita alla presa della morte, riporta la vita alla vita, non lascia mai che sia la morte l’ultima parola sulla vita. Non a caso Gesù stesso si pone come colui che è venuto a portare il fuoco: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv, 14, 6), come l’incarnazione più pura della Legge del desiderio.

Giuda e Pietro hanno risposto insieme alla chiamata di Gesù. Hanno abbracciato la sua parola. Si sono posti come allievi riconoscendo in Gesù il loro comune maestro. Sono fratelli di latte; hanno riconosciuto che in quella parola era in gioco una verità radicale. Giuda, dunque, non è il maligno, non è il demonio, non è Satana. Egli è stato innanzitutto un innamorato del suo maestro.

Il trauma del tradimento implica sempre una delusione dell’amore? Una caduta dell’idealizzazione? Forse Giuda attendeva da Gesù qualcosa che non apparteneva all’essere di Gesù. Il suo amore idealizzato non poteva tener conto –come nessun amore idealizzato può fare- dell’eterogeneità che disgiunge l’essere del Maestro dall’essere dell’allievo e da quello che questi si attende dal Maestro. L’innamoramento idealizzante esclude l’alterità dell’Altro, vorrebbe che questa alterità coincidesse pienamente con la rappresentazione narcisistica dell’amato.

Ma più radicalmente, nella lettura dei Vangeli, Giuda appare come l’incarnazione del politico. Egli ha atteso qualcosa dal suo maestro, un gesto politicamente deciso, un atto pubblico in favore del suo popolo che non è mai arrivato. Voleva che Gesù rispondesse alla sua domanda di liberazione della Palestina dalla dominazione romana? Era Giuda forse un simpatizzante degli zeloti? E’ certo che Giuda voleva che la predicazione di Gesù si schierasse politicamente in difesa dei poveri e degli sfruttati. Una scena dei Vangeli è assai eloquente da questo punto di vista. In essa si svela chiaramente il desiderio di Giuda come desiderio del politico. In questa scena, che si svolge a casa di Simone il lebbroso, a Betania, una donna offre a Gesù un profumo pregiato e molto costoso con il quale gli unge il capo. Di fronte a “questo spreco: e alcuni, sdegnatisi, dicevano fra loro: perché s’è fatta questa perdita dell’olio?” (Mc, 14, 4), è proprio Giuda l’Iscariota a rivolgere una dura obiezione politica verso Gesù: “Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?” (Gv, 12, 5). Avremmo potuto dare da mangiare ai poveri anziché deliziare il nostro maestro con un bene superfluo!

Il ragionamento politico di Giuda pone al centro la dimensione universale della giustizia sociale. La sua esigenza è quella di non transigere di fronte a una necessaria redistribuzione più equa della ricchezza. Gesù non sembra però essere sensibile –almeno agli occhi di Giuda- a questa richiesta, ma anzi la delude. Non può certo essere lui il leader palestinese di un movimento politico che reclama la giustizia sociale. Di qui la curvatura negativa del transfert di Giuda verso il suo maestro e la inevitabile de-supposizione di sapere: mentre, infatti, come spiega la psicoanalisi, il transfert positivo istituisce il Maestro come “un soggetto supposto sapere”, la negativizzazione del transfert –il passaggio dall’amore all’odio- comporta come suo effetto fondamentale una caduta della supposizione di sapere, una de-supposizione del sapere del Maestro. Gesù non sa più quello che fa, è preda del suo fantasma narcisistico, ha perso la bussola etica, si è lasciato sviare, pensa solo a se stesso e alla sua immagine, si lascia ricoprire di attenzioni da una donna che cosparge sul suo capo un profumo prezioso, riempiendolo di lacrime e di baci, dimenticando che la sua missione è quella di aiutare gli ultimi e i bisognosi. La sua azione diverge dalla sua parola, il suo sguardo è accecato, ha perso la sua lucidità, non è più in grado di vedere bene. E’ Gesù, agli occhi di Giuda, ad aver tradito la Causa.

La radicalità della critica politica di Giuda non va affatto sottovalutata ma essa, al di là dei contenuti che propone, è viziata all’origine; scaturisce solo dalla ferita dell’amore deluso dell’allievo per il Maestro. Non è infatti proprio con la stessa stizza provocata in lui dallo spreco compiuto dalla donna di Betania che Giuda –il politico– decide di recarsi, come racconta Marco (Mc, 14, 10-11), e a suo modo anche Giovanni (Gv, 12, 1-11), dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù, per svendere la vita del suo maestro, per tradirlo definitivamente? L’amore, come spesso accade nei rapporti tra maestro e allievo, si è convertito in odio. Giuda vuole la morte, l’eliminazione di chi ha deluso il suo amore. Ma nel suo transfert negativo verso Gesù sembra aver dimenticato un lato essenziale della predicazione del suo maestro: l’individuo, la persona, il singolo è l’insacrificabile che precede  -che viene prima- ogni valutazione universale; la verità ha, cioè, sempre il volto singolare del prossimo e non quello generico dell’umanità o della povertà.

Il discorso di Gesù nella casa di Betania ribadisce questa differenza tra la sua parola e la ragione della politica. Egli invita con fermezza chi lo critica a considerare il gesto di amore singolare di questa donna, a come lei mostra di saper prendersi davvero cura di lui. Gesù contrappone alla dimensione necessariamente universale della politica l’esperienza necessariamente singolare della propria vita e della propria morte: “Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che per lei si poteva; ha anticipato d’ungere il mio corpo per la sepoltura” (Mc, 14, 6-8).

La donna ha fatto tutto quello che ha potuto per alleviare il dolore e l’angoscia crescenti in Gesù. Il suo amore è grande e senza limiti; la sua dedizione è disinteressata e generosa; la sua cura è espressione del suo amore per il Maestro. Non calcola il costo dei suoi preziosi unguenti, non valuta l’opportunità dei suoi gesti. Ama come sanno amare le donne; rende il suo gesto di cura non anonimo, particolarizzato, istituito come una vera e propria eccezione, come un dono attivo. Non a caso un filo rosso collega il gesto della donna di Betania che unge il capo di Gesù con un olio profumato e prezioso a quello della vedova che dona tutto quello che ha al Tempio (Mc 12, 41-44). In entrambi i gesti in primo piano è un amore che non conosce limite, che travalica il calcolo economico confinando con il dispendio assoluto, che “sa dare quello che non si ha” (Lacan). Donando tutto quello che ha, la vedova offre la sua nuda mancanza, mentre coloro che offrono solo il superfluo non fanno affatto esperienza della mancanza e, di conseguenza, non sanno cosa è l’amore. Ecco allora che il gesto della donna di Betania che Giuda, il politico, vede solo come un semplice spreco di risorse, come un effetto del narcisismo infatuato di Gesù, acquista il valore unico del dono, di un’offerta generosa di se stessa che oltrepassa la cornice sterile dell’utile. Il politico non può però subordinare le sue ragioni universali al nome proprio del soggetto come invece ogni atto di cura e di amore può fare. Giuda resta fermo nella sua convinzione: è Gesù che ha tradito per primo e che deve essere tradito a sua volta perché giustizia sia fatta.

La parola di Gesù non corrisponde più alla domanda politica di Giuda. Essa non è del tutto assorbita nel politico come invece avrebbe desiderato Giuda lo zelota. E’ questo il sentimento fondamentale che attraversa la scena della donna di Betania: la delusione dell’allievo tradito dal maestro. L’allievo non sopporta la delusione dal suo maestro perché non sopporta la sua alterità, la libertà irriducibile della sua parola, la non coincidenza tra il suo essere e le proprie aspettative, dunque, in ultima istanza, la vulnerabilità, l’umanità, la castrazione del maestro stesso.

Se uscendo dalla casa di Betania, Giuda decide di vendere la vita di Gesù, di consegnarlo ai sacerdoti (Mc, 14, 10-11), non è per impulso reattivo, frutto di un gesto rabbioso. Dobbiamo piuttosto leggere la decisione di Giuda come l’esito di una de-supposizione di sapere che ha logorato nel tempo il suo rapporto con il Maestro, di una cospirazione sedimentata, dell’esito di una vera e propria volontà di eliminare il corpo e la parola del Maestro, divenuta per lui motivo di scandalo. Ogni volta che un allievo tradisce il Maestro misconoscendo ogni forma di debito è perché non lo riconosce più come maestro, perché ha cessato di nutrirsi al suo seno, perché la vita del Maestro è diventata un’ombra insopportabile della quale egli avverte la necessità di liberarsi.

La mente di Giuda è ottenebrata dall’esigenza della sua autonomia e della sua libertà come se la loro esistenza dipendesse dalla morte del Maestro, dalla sua eliminazione. E’ questo il fantasma invidioso che lo ottenebra. Nessun sentimento di riconoscenza, nessuna gratitudine, nessuna percezione del debito simbolico che lo lega a Gesù. Quando nell’orto del Getsemani Gesù viene arrestato è proprio Giuda che bacia il suo maestro per renderlo riconoscibile: “Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò” (Mt, 26, 49). Anche in questo gesto finale di saluto (“Salve, Rabbì!”) trapela il transfert negativo dell’allievo deluso verso il suo maestro. Chiamandolo “Rabbì”, Giuda intende volutamente misconoscere il carattere unico, assoluto, incomparabile di Gesù. Lo chiama semplicemente “Rabbì” identificandolo con altri comuni Rabbì. Gesù non è più per lui il Signore, “la via, la verità e la vita”, ma un peso da cui vuole liberarsi.

Amico, per questo sei qui!”, gli risponde Gesù (Mt, 26, 50). E’ la vittoria aggressiva dell’allievo sul maestro. Giuda ribalta violentemente il suo rapporto di dipendenza, il debito simbolico che lo legava a Gesù. Il Maestro viene degradato, deposto dalla sua posizione di maestro, svenduto, rinnegato, consegnato, tradito. La sua parola non contiene più alcuna verità; la sua vita non vale più di trenta denari.

 

Massimo Recalcati

 

Il testo è tratto dal saggio, “La notte del Getsemani”, Einaudi, pp. 33-43