I “Beati Paoli”: il segreto come metafora dell’Italia

I “Beati Paoli” o il segreto come metafora dell’Italia

Torna da Sellerio il romanzo di Luigi Natoli sulla tenebrosa setta siciliana a cui il regista Tornatore sta dedicando una fiction. E che consolidava la leggenda nera (o mafiosa) di un intero Paese.

 

E’ stato pubblicato nel “Venerdì” di “Repubblica” del 22 luglio 2016, alle pagine 101-103, questo articolo di Piero Melati.

 

Palermo. Mezza parola: non poteva essere più siciliana di così la prima citazione della “filosofia” dei Beati Paoli da parte di un adepto. Arriva a pagina 200, lapidaria come un comandamento. Mezza parola: così il narratore, Luigi Natoli, ci assoggetta alla “setta tenebrosa”. Mezza parola: che significa? Vuol dire che sarebbe futile pronunciare l’altra mezza. Mezza parola basta e avanza per intendersi. L’ammiccamento, ancora oggi, è diffusissimo. Chi nasce a Palermo l’ha nel sangue.

Poco dopo il personaggio in questione, il beato paolo Zi’ Rosario rincara la dose: la migliore parola è sempre quella non detta. E naturalmente questo motto non lo esternerà a parole. No. Scrive Natoli: “Sporse innanzi le labbra strette e le prese tra l’indice e il pollice della destra, con un gesto significativo”. E’ il gesto della bocca cucita.

Apriti cielo. Ma non è apologia dell’omertà, questa? “Propendo per il no. I Beati Paoli non sono proto mafia. Anzi, è stata la mafia a tirarli dentro per cercarsi una nobile paternità”, dice Antonio Sellerio. Infatti, non c’è in gioco soltanto la natura del romanzo in questione, ma anche la fatidica risposta alla fatal domanda, nascosta (borgesianamente) nel libro stesso: la Sicilia è davvero una metafora?

Così l’editore palermitano della nobile casa che fu dei genitori, di Sciascia, Consolo e Bufalino (e oggi di Camilleri) ha deciso di ristampare “I Beati Paoli” di Luigi Natoli, quasi in contemporanea con l’inizio delle riprese di una fiction in 12 puntate del regista premio Oscar Giuseppe Tornatore. In libreria arrivano due grossi volumi, in stile Trollope, con fascetta del regista, che dice: “Avvincente, misterioso, spettacolare, ricco di personaggi indimenticabili, il celebre feuilleton sulla setta segreta in cui non pochi intravedono le origini della mafia è costruita su una tessitura narrativa moderna. Una lettura che non deluderà mai”.

I Beati Paoli” di Natoli, a Palermo, sono un topos. Forse anche un genius loci. Ma ancora dividono. Come interpretarli? I turisti con il naso all’insù vengono invitati a guardarsi la punta delle scarpe. La leggendaria congrega agiva sempre nel “mondo di sotto”: cave, cunicoli, catacombe, stanze dello scirocco. Siamo al Capo, uno dei quattro mandamenti di Palermo. E’ in corso, sotto un sole giaguaro, il Gran Tour Beati Paoli. Lungo il percorso bar, pizzerie, vetrine sono dedicate ai loro fasti. Qui, nel groviglio di vicoli tra Palazzo Reale, la Cattedrale e Porta Carini, gli incappucciati si inguattavano in armadi a doppio fondo o nelle botole nascoste dai genuflessori della chiesa barocca di S. Matteo al Cassero, tra gli affreschi di Pietro Novelli e gli stucchi di Giacomo Serpotta, per raggiungere vicolo degli Orfani, nel ventre della chiesa di Santa Maruzza, dove il tribunale segreto si riuniva in occasione delle sentenze di morte.

Ma a che scopo la congrega ordiva omicidi? Facciamo un passo indietro. Nella nota introduttiva alla ristampa di Sellerio Maurizio Barbato ricorda la prima edizione dei Beati (settembre 1971) dell’editore Flaccovio, che seguiva le pubblicazioni in appendice del Giornale di Sicilia (maggio 1909-gennaio 1910) e de L’Ora (1955): si è trattato, in assoluto, del romanzo più letto in Sicilia, oggetto di un culto fanatico. Nell’edizione Flaccovio, l’esperto Rosario La Duca sottolineava il realismo storico e topografico della Palermo schizzata da Natoli (1698-1719). E Umberto Eco, nell’introduzione, lo affiancava ad autori come Dumas ed Eugéne Sue, individuandone la chiave del successo nella “lotta manichea del bene contro il male vissuto da una comunità di oppressi che viene vendicata dal Superuomo eroe”.

I Beati Paoli come Superman e Batman. “Sono anche proto mafia” sostiene Matteo Di Gesù, autore per Carrocci del recente “L’invenzione della Sicilia”, “ed è per questo che sono affascinanti. Ma sono pure Ivanhoe e Robin Hood, ed è quest’altro l’ingrediente del successo. Poi, ovviamente, le cose sono complicate, non prevedono mai risposte univoche. Tutto è contraddittorio, districarsi diventa difficile”.

Ecco, dunque, perché la “mala setta” uccideva: per far pendere la bilancia della giustizia dalla parte dei tiranneggiati. Un elemento indubbio di attrattiva. Lo stesso che ha fatto mitizzare, distorcendone la realtà storica, banditi come Testalonga o Salvatore Giuliano. Ma c’è un altro punto di forza: la macchina narrativa messa in moto dall’autore. Per dirla come Giorgio Manganelli, quando nel 1965 chiosò “I tre moschettieri” di Dumas, ci sono libri “che hanno l’arroganza del capolavoro e degli effimeri hanno la svelta protervia. E sopravvivono di generazione in generazione: forse sono eterni”.

Se a questo punto possiamo prevedere una riabilitazione definitiva sul piano letterario (le sue intrinseche virtù narrative, la nuova edizione Sellerio, la futura fiction di Tornatore), tuttavia il “romanzo-fiume” di Natoli non smaltirà tanto presto tutte le sue implicazioni. Irrisolto resta il mito di una misteriosa confraternita, le cui radici affondano nel tempo ben prima di trasformarsi in un long seller. Barbato, ancora nella nota all’edizione Sellerio, rifacendosi alle indagini sui Beati dello storico Francesco Paolo Castiglione, ipotizza addirittura che siano stati una sorta di “servizio segreto deviato”. Ma esistevano davvero? Neppure l’autore dei Beati Paoli ne è sicuro, se nel romanzo fa interrogare lo sbirro Matteo Lo Vecchio da don Raimondo Albamonte: “Credete voi dunque che veramente esistano?”. E quello: “Come no”. “E dove sono?”. “Questo lo sa Dio. Sono dappertutto, invisibili, introvabili e sempre presenti”.

E ancora, restano le riflessioni che sulla natura dei siciliani elaborò Leonardo Sciascia, meditando proprio sull’affaire Beati Paoli. Sciascia affronta per due volte il caso (Nero su nero del 1979 e Per un ritratto dello scrittore da giovane del 1985), lasciandoci questo vaticinio: “Come Michele Amari diceva di essere arrivato al Vespro come alla vera Costituzione della Sicilia, con i romanzi di Natoli si può dire che arriviamo invece a scoprire la mafia come vera, profonda, inalterata costituzione. Modo di essere, direbbe Américo Castro”.

Américo Castro, filologo e critico spagnolo, era un esperto dei conflitti e delle simbiosi che forgiano il carattere di un popolo. Lo fu anche Natoli? Lo scrittore, osannato in vita, firmò 31 romanzi e 330 racconti. L’antropologo Giuseppe Pitré, più anziano di lui, gli si rivolgeva con reverenza nel fitto epistolario che intrattennero. Eppure Gabriele Montemagno, unico biografo di Natoli, ha scoperto che al cimitero di Sant’Orsola si ignorava dove fosse la sua tomba. Il romanzo ebbe vita più lunga della fama del suo autore.

E dire che Natoli visse quasi con la valentìa di un Beato Paolo. Nacque nel 1857, l’anno “prodigioso” in cui a Parigi vennero pubblicati Les fleurs du mal di Baudelaire e Madame Bovary di Flaubert. A tre anni la madre lo costrinse, insieme ai fratelli, a vestirsi di rosso per festeggiare lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. L’intera famiglia venne arrestata. Mazziniano, da insegnante fu costretto a girare l’Italia, esiliato per le sue idee. Diventato amico di Luigi Capuana e Federico De Roberto, si rifiutò di pronunciare un encomio a Mussolini. Si sposò due volte, ebbe undici figli, li educò al libero pensiero e, alla fine, uno divenne fascista, l’altro comunista, un terzo anarchico. Durante la prima guerra mondiale, i sette maschi andarono al fronte. Ne tornarono invalidi (tranne uno, morto sul Carso) e carichi di medaglie.

Lo scrittore (che si firmò con lo pseudonimo di William Galt, anticipando la moda di attori e registi dello spaghetti-western) non ha inventato nulla. I Beati Paoli gli preesistettero. Egli stesso, su consiglio di Pitré, utilizzò come fonte i Diari del marchese di Villabianca, che nella seconda metà del ‘700 affermò che i Beati furono i discendenti di una più antica setta, detta dei Vendicosi, scoperta nel 1185.

Cercare i Beati Paoli significa inoltrarsi per sentieri oscuri. E piste innumerevoli. Una lettera di un ufficiale borbonico alla sua Enrichetta, datata 18 ottobre 1835, collega la setta con “quello che in Germania chiamavasi Tribunale Segreto Vestfalico o Santo Vehemé”. Quest’ultimo sarebbe stato una “loggia clandestina”, promossa dall’imperatore Carlo Magno in persona, in seguito rafforzata per contrastare l’ascesa dei feudatari. Lo stesso ufficiale mette in relazione “i giustizieri siciliani vestfalici” con l’uso di veleni come l’acqua tofania, per i quali furono condannati al rogo “streghe” che Natoli trasformerà in personaggi del suo romanzo (su tutte Peppa la sarda). Un’arte, quella delle sostanze letali, che vide primeggiare la capitale siciliana. Lo storico Rosario La Duca (“I veleni di Palermo”) documenta questa mortale abilità, durata sette secoli (1160-1815): gocce tossiche intinte nella caponata, grazie alla copertura del sapore agrodolce, oppure versate nella pasta con le sarde, occultate dall’amarognolo del condimento.

Ma i Beati Paoli erano anche un antidoto ai veleni. Secondo il Pitré, il loro nome discende dai nati nel giorno di San Paolo, che si riteneva avessero poteri miracolosi contro aspidi, serpenti e rettili velenosi. Altri li ritengono figli degli stregoni serpari, che difendevano il bestiame dalle vipere. Ma lo stesso Castiglione, più prosaicamente, legge l’origine dei Beati nelle lotte di potere che funestarono nei secoli Palermo, per esempio per occupare i vertci dell’Ospedale Grande (che gestiva gli appalti della sanità). Oppure in una tendenza al segretissimo propria di certe confraternite religiose palermitane e, in seguito, delle massonerie legate alla Carboneria.

Il clima di Palermo, nella storia, era quel che era. Bastino due esempi tra tanti: 1527, il crollo (misterioso e senza inchiesta) di un soffitto, durante le nozze del nobile Giovanni Ventimiglia, che causò la morte di 200 persone e decapitò la classe dirigente dell’epoca. Oppure: 1862, 13 persone uccise in una notte da pugnalatori incappucciati, il mandante indicato in Romualdo Trigona, senatore del Regno d’Italia, l’uomo più potente di Palermo.

Nel 2007 una fiction tv mischiò la storia vera della baronessa di Carini con i complotti della “setta tenebrosa”. In una parete del castello era rimasta l’impronta della mano bagnata di sangue della giovane assassinata. Fu il simbolo del ritorno dei Beati Paoli nelle case degli italiani.

 

                                                                       Piero Melati  

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