Il grande equivoco del rapporto tra l’Italia e l’Europa

Il grande equivoco del rapporto Italia-Europa

La classe dirigente voleva l’Unione europea per educare il popolo riluttante. Il popolo per sbarazzarsi della classe dirigente. E ora?

 

Il politologo Giovanni Orsina scrive per l’”Espresso” del 31 marzo 2019, alle pp. 48-49, un articolo interessante e stimolante per capire i nodi irrisolti del rapporto che lega l’Italia all’Europa in un momento di difficile transizione verso l’unità del continente. E con tanti equivoci che devono essere sciolti.

 

Da una parte Lega e Movimento 5 Stelle –due partiti critici dell’Unione Europea, seppure con toni e sfumature differenti- continuano a raccogliere nei sondaggi più del 50% delle preferenze, a quasi dieci mesi dalla nascita del governo Conte. Dall’altra parte però, sempre stando ai sondaggi, negli ultimi tempi il consenso nei confronti dell’Europa e dell’euro sembra essere cresciuto in maniera notevole. Come si spiega questa apparente contraddizione?

Provo ad avanzare una spiegazione, senza pretendere che sia esaustiva: nel rapporto fra l’Italia e l’Europa, una parte almeno dei problemi è generata non dagli innegabili e macroscopici difetti del processo d’integrazione continentale, ma dal pessimo uso che di quel processo ha fatto l’Italia. In particolare, dal doppio pessimo uso che ne hanno fatto le sue classi dirigenti da un lato e le sue classi dirette dall’altro, in conflitto e competizione tra di loro. L’Europa insomma –questa è la tesi che cercherò di dimostrare- è diventata strumento della secolare guerra civile italiana tra élite e popolo. Con un’aggravante: che quella guerra l’hanno perduta entrambi.

Che la storia d’Italia, prima e dopo l’unificazione, sia stata segnata da una relazione particolarmente turbolenta fra classe dirigente e classe diretta, è questione ben nota sulla quale si è scritto moltissimo, e in questa sede non è certo possibile affrontarla nemmeno per sommi capi. Quel che ci interessa qui è osservare come, a partire grosso modo dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, l’Europa sia stata risucchiata nell’ingranaggio perverso di quella relazione –rendendolo ancora più perverso-, e portando l’approccio all’integrazione continentale su un sentiero vizioso. Il movimento, come detto, è stato doppio.

Le classi dirigenti –o per lo meno alcuni settori delle classi dirigenti, che sono riusciti però a realizzare una parte consistente del proprio programma- hanno visto nell’Europa, e in particolare nella convergenza monetaria (e la scelta dell’euro quale moneta unica), lo strumento ideale per riportare all’ordine una società italiana che, storicamente afflitta da un eccesso di frammentazione e di particolarismo oltre che da robuste propensioni anarcoidi, a partire dalla fine degli anni Sessanta aveva per giunta cominciato a esercitare sulle finanze pubbliche una pressione insostenibile. Scriverà Guido Carli, il più illustre fra i sostenitori di questa strategia: “La nostra scelta del “vincolo esterno” nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese” (detto altrimenti, fuori dall’Europa e verso l’Africa). L’intento è nobile: costringere l’Italia a restare su un sentiero virtuoso lungo il quale da sola non saprebbe camminare. Ma il progetto è assi rischioso, poiché si tratta in buona sostanza di rivolgere il processo d’integrazione contro l’Italia per com’essa è realmente.

L’Italia è stata per lunghi decenni il Paese più europeista del continente. Una componente significativa di questo sentimento derivava proprio dalla sfiducia storica che le classi dirette della Penisola nutrivano nei confronti delle classi dirigenti. Gli italiani, insomma, guardavano con simpatia a Bruxelles non tanto per amore verso l’Europa, quanto piuttosto per ostilità nei confronti di Roma: spostare il potere dalla capitale nazionale a quella continentale era considerato l’unico modo possibile per dare infine al Paese un governo efficiente, onesto, responsabile, attento alle esigenze dei cittadini. E’ ben possibile che l’entusiasmo, in fin dei conti molto spensierato, col quale nel 1992-1993 l’Italia si è sbarazzata dei partiti di governo sia stato generato anche dalla convinzione che con la firma del Trattato di Maastricht (febbraio 1992) Bruxelles avrebbe ormai preso il controllo, e della classe politica nazionale non ci sarebbe più stato alcun bisogno.

Questo è stato, dunque, il doppio movimento: la classe dirigente ha cercato di utilizzare l’Europa per rieducare la classe diretta in virtù del vincolo esterno; la classe diretta per sbarazzarsi della classe dirigente nazionale sostituendola con quella europea. Ma i due corni del doppio movimento, dicevamo, hanno fallito entrambi, e per ragioni che hanno a che vedere sia con l’Italia sia con l’Europa. La Penisola, innanzitutto, si è dimostrata refrattaria alla pedagogia continentale. Com’era del resto largamente prevedibile: il Paese è sempre stato eccentrico e complesso, s’illudeva chi sperava che 150 anni di vita pubblica caotica, rissosa, segmentata e polarizzata, potessero ripiegarsi con ordine, d’incanto, nei cassetti cartesiani del vincolo esterno. A quarant’anni dall’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo e a ventisette dalla firma del trattato di Maastricht, così, non soltanto il problema di come rendere compatibile la democrazia italiana con le regole europee non è stato risolto – ma, al contrario, con le elezioni del marzo 2018 si è fatto grave come non mai. Da quelle elezioni sono uscite vincenti forze politiche che vogliono scardinare quelle regole europee.

In secondo luogo l’Europa –come ci ha insegnato magistralmente quasi trent’anni fa Alan Milward- è sempre stata e continua a essere in larga misura, sebbene non esclusivamente, un’arena entro la quale i diversi Paesi badano soprattutto a tutelare i propri interessi nazionali. Non un’entità unitaria, insomma, ma un luogo di negoziati, conflitti e compromessi fra entità statuali diverse e assai spesso divergenti. Questo ha reso il disegno della classe dirigente italiana ancora più contraddittorio di quanto già non fosse. L’interesse nazionale, nell’interpretazione che essa ne dava, consisteva nel sottostare al vincolo europeo, così da poterlo utilizzare per rieducare la Penisola. Quel vincolo europeo, però, era il frutto di un negoziato fra Paesi che difendevano ciascuno il proprio interesse nazionale: e in quel negoziato l’Italia rischiava di mettersi fin dall’inizio, volontariamente, nella posizione del vaso di coccio, perché uno dei suoi obiettivi era proprio quello di farsi stritolare –a fini educativi- dai vasi di ferro.

Nelle classi dirette è venuta così montando sempre di più l’ostilità nei confronti di una classe dirigente che sembrava pensasse a dar l’Europa in testa al Paese ben più che a difendere il Paese in Europa. Per parte loro, però, quelle classi dirette hanno continuato a privare di legittimità, stabilità e potere le classi dirigenti. L’idea –come detto- era che un autentico e virtuoso governo europeo avrebbe infine consentito loro di sbarazzarsi del vizioso governo italico. Solo che il governo europeo non c’era: c’era, appunto, un’arena nella quale si scontravano gli interessi nazionali, e nella quale la classe dirigente italiana entrava indebolita e delegittimata in partenza da quello stesso Paese che le chiedeva di difenderlo nelle trattative.

Questo ragionamento (stando al quale non ha ragione nessuno, anche se tutti hanno delle ragioni) consente di capire almeno in parte non soltanto perché i partiti euroscettici vincano le elezioni in un Paese la cui maggioranza si dichiara ancora europeista, ma anche per quale motivo nell’ultimo decennio il populismo, ossia il frutto della crisi verticale nel rapporto tra classi dirigenti tradizionali e classi dirette, si sia presentato così strettamente intrecciato con l’euroscetticismo: perché l’Europa, anche a motivo dei suoi limiti, è stata tirata dentro a una guerra civile italo-italiana. Questo ragionamento consente infine di giungere a un’altra conclusione: gli italiani, diretti e dirigenti, sono condannati a vivere con se stessi. I dirigenti, se vogliono educare i diretti, devono farlo in prima persona, convincendoli e rendendosi credibili. E i diretti devono sopportare gli inevitabili difetti dei dirigenti. La de-italianizzazione dell’Italia non è un’opzione praticabile: né dall’Europa, né da nessun altro.

 

                                                        Giovanni Orsina

 

Questa conclusione mi trova pienamente concorde. A tal proposito voglio riportare, a commento, un frammento di un mio articolo scritto nel marzo del 2018, e postato nel mio Sito, Categoria Politica, nel quale cercavo di analizzare l’andamento dei risultati delle elezioni politiche di quel mese. “Nel partito democratico Matteo Renzi  non ha riunito intorno a sé le migliori energie intellettuali del Paese -anche e soprattutto quelle non cortigiane-, non ha creato spazi adeguati per l’elaborazione e la progettualità e per un vero confronto politico che scoraggiasse le correnti di potere e favorisse le correnti di pensiero, ha privilegiato approcci amicali e un’arroganza fuori luogo, non è riuscito a fare delle Sezioni territoriali strutture efficaci di lavoro nelle comunità, luoghi di dibattito-di incontro-di accoglienza, del coinvolgimento delle persone e della cura delle piccole cose concrete. E così fra gli italiani si è diffusa l’idea che il Pd fosse essenzialmente il partito dello status quo, della governabilità fine a se stessa, della pace sociale, della composizione inerte del conflitto, un partito incapace di capire e di reagire alle sofferenze e alle insofferenze, un partito quasi asserragliato nel bunker del sistema.

Ma soprattutto, nel momento in cui ha assunto la responsabilità del governo, non ha detto la verità, tutta la verità agli italiani. Avrebbe dovuto spiegare agli italiani chi eravamo, dove volevamo andare, dove potevamo andare. Ha dispensato, giustamente, ottimismo sulle prospettive di rinascita del sistema Italia, necessario per incitare alla ripresa e alla fiducia in se stessi, ma avrebbe dovuto –nello stesso tempo- sfatare con durezza alcune pigre illusioni. Quali? Primo: un richiamo sui nostri ritardi strutturali e ormai patologici. Essi non derivano solo dalla concorrenza internazionale ma soprattutto dalla nostra incapacità e mancanza di volontà: sono il mostruoso debito pubblico, un avanzo primario diminuito, l’evasione fiscale, la corruzione, l’eccesso di burocrazia e l’inefficienza della pubblica amministrazione, la scarsa propensione al rischio e all’innovazione di molti settori dell’imprenditoria, il sistema finanziario inadeguato, il sistema formativo obsoleto, una giustizia civile paralizzata, un mercato del lavoro ancora inadatto a un’economia aperta su scala mondiale, il devastante divario nella redistribuzione del reddito tra ceti sempre più ricchi e ceti emarginati e sempre più poveri e fragili. Secondo: con l’adozione dell’ euro, moneta comune a più di 300 milioni di cittadini, con economie molto squilibrate e senza una politica fiscale unitaria, noi italiani, ceti dirigenti compresi, non abbiamo percepito che dal punto di vista economico siamo tenuti a comportarci come le virtuose regioni tedesche e che, non facendolo, non reggiamo all’impatto di una moneta sempre più forte, l’euro-marco che portiamo in tasca. Persa la possibilità di svalutare la moneta, non ci restava altra strada che migliorare la competitività del nostro sistema di produzione. Per contro, nella nostra stragrande maggioranza ci comportiamo come ai tempi della lira ed esprimiamo una  filosofia di vita appartenente al bel tempo della finanza allegra e del debito crescente accumulato sulle spalle di figli e nipoti. E di questo sono testimonianza inoppugnabile proprio i programmi elettorali del M5S e del Centro-Destra, poi risultati vincitori e accolti senza batter ciglio dai cittadini, anzi approvati entusiasticamente, programmi pronti anche a sfidare l’aritmetica. La conclusione amara è che la sua esperienza di governo non è riuscita a eliminare la grande festa dei diritti acquisiti, dei privilegi diffusi, del dorso corazzato di conventicole, potentati e corporazioni, così incistato, forte e resistente nel nostro Paese”.

Concordo con una notazione di Marco Follini sulla politica che non è mai un conflitto tra il bene e il male, semmai è la scelta tra beni relativi, e qualche volta magari la scelta tra il male minore e il peggio. In quest’ultima fase della nostra storia sono nate leadership sempre più assertive e sicure di sé. Poi tutta quella baldanza diventa quasi ridicola a fronte delle cose che effettivamente si riesce a migliorare e a modificare. Servirebbero leader più sobri e modesti, che avessero meno sicumera da ostentare e riuscissero a confrontarsi con realismo e senza pinocchismi con i dubbi e le inquietudini dei cittadini.

 

                                                                  Gennaro  Cucciniello