Indagine su un Gesù straordinario, al di sopra di ogni sospetto

Indagine su un Gesù al di sopra di ogni sospetto

Primo di quattro fratelli, celibe, di mestiere falegname, Yehoshua ben Yosef predicò in Galilea duemila anni fa. Non era un asceta né un agitatore politico. Ma credeva in una società più giusta.

In un articolo nel “Venerdì di Repubblica” del 19 ottobre 2018 Giulia Villoresi commenta il saggio di Giorgio Jossa, professore all’Università di Napoli, dal titolo “Voi chi dite che io sia?”. Dieci anni fa, circa, Corrado Augias –in collaborazione con Mauro Pesce, docente all’Università di Bologna, storico del cristianesimo e noto biblista, pubblicò per Mondadori il saggio “Inchiesta su Gesù”, continuando l’analisi filologica sul profilo storico del personaggio di Gesù, alla luce anche delle nuove scoperte archeologiche e librarie che hanno ampliato la possibilità di scoprire la vera personalità dell’uomo che sarà chiamato il Cristo. La Mondadori già nel 1993 aveva pubblicato, “Gesù. La verità storica” di E. P. Sanders, specialista di storia del giudaismo e del cristianesimo nel mondo greco-romano, già docente al Trinity College di Dublino.

Domande su dove è nato, da chi, quando, come; di che cosa fu accusato per meritare il suo atroce supplizio; quale ruolo ebbero nel suo processo il popolo di Gerusalemme, le gerarchie religiose ebraiche, le autorità romane con le loro truppe d’occupazione. Ma anche su ciò che seguì la tragica giornata del Golgota, fino alla nascita di una religione che da lui prese il nome, anche se egli non ha mai detto di volerla fondare. Su questo tema Augias, questa volta in collaborazione con Remo Crocitti, professore di Storia del cristianesimo antico nell’Università degli Studi di Milano, ha pubblicato nel 2008 il saggio “Inchiesta sul cristianesimo” (Biblioteca di Repubblica). In realtà lo storico, e anche questo libro di Jossa, rintracciano con maggiore o minore certezza eventi e documenti del passato mettendoli a disposizione dei lettori. Sta poi a ciascuno valutarli, facendone l’uso che crede, sulla base delle proprie conoscenze, dei personali convincimenti e della propria libera volontà.

Gennaro Cucciniello

Ogni tanto, le case editrici religiose pubblicano una categoria di testi un po’ diversa dal solito. L’argomento è sempre Gesù, ma indagato esclusivamente come personaggio storico. I primi tentativi di studiarlo risalgono al XIX secolo, quando diversi teologi di area protestante, desiderosi di creare un dialogo con la cultura moderna, decisero di avviare un’indagine non dogmatica sull’uomo Gesù. Da allora, alcuni eruditi sono stati risucchiati dal suo enigma. Pochi però, almeno in Italia; e quasi sempre teologi. Rappresenta un’eccezione il lavoro di uno studioso laico, Giorgio Jossa, professore di Storia della Chiesa antica alla Federico II di Napoli, di cui è appena uscito “Voi chi dite che io sia?” (Paideia, pp. 363, € 27) con importanti novità interpretative sul cosiddetto “Gesù storico”.

Partiamo dall’inizio. Nel 28 d.C. apparve nel deserto della Giudea un ebreo chiamato Yehoshua ben Yosef, cioè Gesù figlio di Giuseppe. Aveva all’incirca trentacinque anni e si era unito al movimento penitenziale di Giovanni detto il Battista. Costui annunciava l’imminente giudizio di Dio e invitava a pentirsi, non solo con i soliti sacrifici al tempio, ma con un lavacro battesimale nel fiume Giordano. Gesù era tra i suoi discepoli, ed è probabile che nel battesimo abbia fatto un’esperienza straordinaria. E’ col battesimo, d’altronde, che quest’uomo esce dall’oscurità per entrare nella Storia, prima come seguace e collaboratore di Giovanni, poi come profeta itinerante, ben presto partito per la Galilea. Possiamo dire qualcosa sulla sua vita di prima? Pochissimo. “Con ogni probabilità era nato a Nazareth, non a Betlemme” spiega Jossa, “primo di quattro fratelli e di un numero imprecisato di sorelle; era celibe, cosa estremamente rara per l’epoca, e forse aveva fatto il falegname. Altro non si può dire, perché le parti dei Vangeli che raccontano l’infanzia di Gesù, in Matteo e Luca, sono molto tardive e hanno un intento teologico. Le fonti attendibili parlano del periodo successivo al battesimo, quando Gesù comincia la sua predicazione, che probabilmente durò molto poco, un anno circa”.

A parte pochi riferimenti extrabiblici su Gesù (i più antichi sono in Flavio Giuseppe e Tacito), gli storici ammettono essenzialmente due fonti. Una è Marco. “E’ il Vangelo più antico”, spiega Jossa, “e con un buon lavoro critico se ne possono trarre molte informazioni utili. E’ stato scritto intorno al 70 d.C., forse da un discepolo di Pietro. Matteo e Luca, che scrivono dieci anni dopo, intorno all’80, dipendono da lui”. Ma non solo da lui. Un paio di secoli fa gli studiosi si sono accorti che Matteo e Luca dovevano aver utilizzato un’altra fonte ancora; ciò risulta chiaro dal fatto che entrambi presentano blocchi narrativi praticamente identici tra loro, ma estranei a Marco sia per stile che per contenuto. La fonte irreperibile è stata chiamata Q (dal tedesco Quelle, fonte). Oggi il 90% degli studiosi è convinto della sua esistenza, al punto che nel 2009 ne è stata fatta un’edizione critica. Anche Marco nasconde la traccia di fonti scomparse. Per esempio nel racconto della Passione: E’ una parte molto diversa dal resto del Vangelo, per stile, lingua e contenuto teologico. Vi si riconosce chiaramente una fonte più antica, che potrebbe risalire a un periodo molto vicino alla morte di Gesù”.

Queste le fonti. Poi ci sono i “criteri”, ovvero ciò che userebbe qualunque detective sprovvisto di prove: deduzioni dettate dal buonsenso, dalla conoscenza della storia, in parte anche dalla perspicacia psicologica. Il criterio di imbarazzo, per esempio. Il caso più tipico a cui viene applicato è il battesimo di Gesù: per gli evangelisti costituiva un problema serio –il figlio di Dio battezzato da un uomo- che di certo non si sarebbero creati da soli; dunque l’episodio non può che essere vero.

Procedendo così, l’esegeta scava nella profondità di ogni parola, riconosce in alcuni passi un inconfondibile carattere di autenticità e infine trova, non senza preoccupazioni epistemologiche, il “suo” Gesù. Secondo Jossa non era un asceta, non era un “entusiasta estatico”, non era un agitatore politico. Probabilmente, almeno per tutta la prima fase del suo ministero, non si è neppure presentato come il Messia. Era un profeta carismatico, un predicatore e un guaritore. E in vita non ebbe mai un grande seguito: dodici discepoli –il numero è verosimile- a cui occasionalmente si univa una folla più numerosa. Frequentava soprattutto poveri e reietti; sicuramente compì un certo numero di esorcismi e guarigioni, che nel mondo antico erano fenomeni del tutto comuni (“se costituiscano una prova della sua natura sovrumana è un fatto che non riguarda lo storico”). Andò a Gerusalemme in occasione di una Pasqua, compì un gesto provocatorio nel Tempio, consumò un’ultima cena con i discepoli, fu giudicato dal Sinedrio e condannato a morte da Pilato. Il modo in cui visse questi eventi, però, è oggetto di interpretazione.

Una delle idee più forti di Jossa è che Gesù, almeno all’inizio, non abbia parlato dell’avvento del Regno in senso metaforico e celeste, ma terreno. “C’è una resistenza teologica ad ammettere che Gesù abbia potuto cambiare opinione”, spiega. “Per questo ritengo che la maggior parte degli studi sul Gesù storico restino in realtà di impianto teologico; perché non riconoscono alcuna evoluzione nella predicazione di Gesù. E’ probabile invece che nella prima fase del suo ministero Gesù annunciasse una trasformazione radicale della società giudaica in senso egalitario, l’utopia di un regno senza sopraffazione né ingiustizia. E’ veramente difficile credere che, quando diceva ai poveri “Beati coloro che ora hanno fame, perché sarete saziati”, stesse promettendo solo una lontana ricompensa celeste. E comunque, di certo il suo uditorio non poteva intendere quelle parole così. La predicazione in Galilea, però, non ebbe successo, e questo deve aver prodotto un mutamento. L’arrivo a Gerusalemme, dove risiedeva il Sinedrio, non può non averlo messo di fronte all’inevitabilità di una morte violenta, e quindi alla necessità di dare un senso a questa morte all’interno della sua missione”.

Il senso verrà rivelato nell’ultima cena. Gesù riunisce i discepoli il giorno prima di Pasqua perché sa di non avere più tempo: a causa della sua imminente scomparsa il Regno non potrà più compiersi in una dimensione terrena; e nel dono della sua vita Gesù vede l’inizio di una nuova alleanza con Dio, diversa da quella mosaica. Una domanda sembra inevitabile: come si spiega che quest’uomo incompreso, che aveva avuto così poco seguito, soltanto cinquant’anni dopo fosse al centro di un culto già diffuso nell’Impero romano? “E’ successo qualcosa dopo la sua morte”, risponde Jossa. “Per il credente Gesù è resuscitato. Lo storico non può affermarlo. Può dire: i discepoli hanno avuto un’esperienza straordinaria; si è verificato un evento che ha ridato senso alla loro missione”.

Giulia Villoresi