No, caro Cacciari, questa volta sbagli l’analisi

No, caro Cacciari, questa volta sbagli l’analisi.

 

In una pagina del quotidiano “la Repubblica” di venerdì 29 dicembre 2017 Massimo Cacciari, interpellato, ha scritto un breve articolo di commento sugli obiettivi raggiunti e sulle occasioni mancate della legislatura 2013-2018. Con lui erano stati invitati a esprimere un giudizio altri esperti, Chiara Saraceno sui Diritti, Massimo Riva sull’Economia, Lucio Caracciolo sull’Immigrazione, Stefano Bartezzaghi sui Linguaggi.

Il nostro filosofo ha denunciato che “ci sono stati tentativi confusi sui temi del lavoro e dell’occupazione e un tentativo ancora più confuso di riforma costituzionale. Niente di veramente riformatore rispetto ai precedenti regimi, legislature e governi, che hanno anche loro tentato –sul piano costituzionale- male e fallendo (…) Ora leggo che la prossima sarà una legislatura costituente. Dubito però che la prossima volta possa essere la volta buona, visto che con ogni probabilità verranno fuori coalizioni e governi pasticciati, tanto quanto i precedenti. Bisognerebbe porre mano a tutto il regime dei rapporti che regolano le relazioni tra amministrazioni centrali e locali superando l’attuale regime delle Regioni. Se dovessi dare i voti, darei 3 sul piano delle riforme fatte, zero sul piano della riforma costituzionale”.

Ora io mi chiedo come faccia un intellettuale accorto, attento quasi maniacalmente alle distinzioni, come Cacciari a stilare verdetti così affilati e squalificanti, senza pensare alla situazione che si era determinata all’inizio della legislatura appena finita. Riandiamo al febbraio 2013, dopo i risultati delle elezioni politiche. Gli italiani scoprono il tripolarismo: tre forze politiche (il movimento 5 Stelle, la coalizione di centro-destra guidata da Berlusconi, la coalizione di centro-sinistra capeggiata da Bersani) sostanzialmente alla pari. E’ il “Porcellum”, il sistema elettorale escogitato da Calderoli e altri nel 2005, a concedere al Pd+Sel di stravincere alla Camera, mentre al Senato non c’è maggioranza evidente. Ricordiamo tutti i fatti successivi: il patetico, fallito streaming di Bersani con i grillini che lo deridono; il sabotaggio dei 120 elettori democratici alla candidatura di Prodi al Quirinale (D’Alema docet); la rielezione forzata di Napolitano alla Presidenza della Repubblica; l’accordo obbligato tra Bersani e Berlusconi per dare vita al governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Poi sono seguiti i governi di Renzi e di Gentiloni, fino a chiudere miracolosamente e regolarmente il quinquennio. Nessuno ricorda che, in alternativa, avrebbero dovuto esserci nuove elezioni nel 2013 e nessuno sottolinea mai abbastanza che è il centro-sinistra, da molti anni, a dover mostrare grande senso di responsabilità nazionale (prima con Prodi-Ciampi, poi con Monti-Bersani, infine con Letta-Renzi-Gentiloni) e a doverlo fare per superare passaggi ogni volta drammatici, causati dall’irresponsabilità di altri attori politici.

Non è mio compito stilare l’elenco delle riforme fatte: voglio denunciare il metodo. Può un analista sparare a zero, e con faziosità evidente, sui risultati conseguiti in questi cinque anni senza interrogarsi sugli equivoci di una maggioranza traballante e sottoposta a ricatti da destra e da sinistra e –ancora di più- sulle alternative realistiche a disposizione nella primavera del 2013? Si può trascurare il fatto che l’economia italiana, dopo il tracollo del 2011-2012 e dopo la cura di cavallo del governo Monti –necessaria per evitare il défault finanziario del Paese-, registrava ancora un -2,5% del Pil e milioni di posti di lavoro persi? Si può sorvolare con leggerezza sul dato di allora della nostra scarsa attendibilità internazionale e della nostra strutturale debolezza nelle relazioni con l’Unione Europea? Perché non citare, come risultato inaspettato di questi cinque anni, la crescita dell’occupazione (un milione di posti di lavoro guadagnati), la ripresa del Pil (+ 1,5% nel 2017), il boom delle esportazioni, il consolidarsi della produzione manifatturiera? E sul piano delle riforme costituzionali e della legge elettorale (l’Italicum) perché non porre l’accento sulla larghissima e contraddittoria coalizione a sostegno del No al referendum del 4 dicembre 2016, uno schieramento che andava dall’estrema destra fascista all’estrema sinistra comunista, unito solo dalla volontà di respingere l’ipotesi riformatrice del governo Renzi, senza la volontà e la capacità di proporre ipotesi alternative credibili? Gli italiani, fatuamente sprovvisti di un domani, hanno applaudito il passato. E infatti, dopo il 4 dicembre, c’è stato l’inabissarsi nella palude della riconferma del vecchio assetto istituzionale –tanto ferocemente criticato prima-, del sistema elettorale proporzionale, in sostanza il ritorno alle regole della prima Repubblica senza i saldi partiti popolari del Dopoguerra. Dallo studio sugli scritti di Machiavelli e Guicciardini noi italiani dovremmo aver tratto almeno un convincimento: la politica è un’arte del possibile, da realizzarsi con le forze che la storia ci mette a disposizione e non con quelle che la fertile fantasia degli utopisti e dei velleitari di volta in volta inventa, sempre senza alcun pentimento.

E’ desolante e sconsolante questo andazzo: i grandi giornali di opinione, intellettuali acuti, che discettano con superficialità su quello che si sarebbe dovuto fare, su idee e modelli perfetti, creazioni di fantasia individuale, senza la minima attenzione ai dati della realtà e alla concreta realizzabilità delle loro ipotesi! Tanti che criticano ferocemente il Pd, diventato ormai un comodo e facile punching-ball (sacco da prendere a pugni), senza considerare il quadro contraddittorio e ballerino degli equilibri parlamentari di questi anni tormentati! Tanti che si propongono di sgretolare l’unica ipotesi di una seria Sinistra di governo e sottovalutano quello che potrebbe profilarsi di qui a qualche mese! Mi sembra che tutti non considerino l’interesse generale del Paese preminente sui gusti e sugli interessi particolari delle varie e potenti corporazioni incistate nel corpo della nazione.

 

                                                        Gennaro  Cucciniello