“Se un impero latino prendesse forma nel cuore d’Europa”. Un’idea del filosofo Alexandre Kojève.

“Se un impero latino prendesse forma nel cuore d’Europa”.

Giorgio Agamben presenta un’idea del filosofo Alexandre Kojève. Chirurgo raffinato e temerario, ha saputo sviscerare i meandri della politica ancora oggi da solcare. 

 

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano “La Repubblica” nel marzo 2013. Ritengo interessante trascriverlo perché tratta un tema che si sta rivelando sempre più di bruciante attualità. E’ la domanda che ci poniamo tutti: può reggere il sistema dell’euro così come è stato configurato nei trattati degli anni Novanta del secolo scorso? Quando la moneta comune fu introdotta c’era piena consapevolezza tra i suoi creatori politici che in questi termini non sarebbe stata sostenibile. La loro speranza era che l’inevitabile crisi avrebbe generato una pressione politica verso una maggiore integrazione europea. Il cuore è stato gettato oltre l’ostacolo nella convinzione che al momento giusto il resto del corpo avrebbe seguito. Purtroppo l’ostacolo sembra più alto del previsto. All’origine il mercato unico doveva creare condizioni eque di competizione, una concorrenza leale. Il progetto sta fallendo. Anzi: la competizione fra nazioni europee non è mai stata così diseguale, il mercato è squilibrato, altamente instabile.

Perché una moneta comune funzioni, scrive Luigi Zingales,  i paesi che l’adottano devono avere una forte mobilità del lavoro, meccanismi di trasferimento fiscale e shock economici simili. In Europa non c’è nessuna di queste tre condizioni. I tedeschi si spostano a lavorare in Spagna e gli spagnoli in Germania? Ai problemi di lingua si sommano forti differenze culturali. E’ difficile disegnare una politica monetaria che funzioni per entrambi i paesi. Le crisi locali sono peggiorate dalla mancanza di trasferimenti anticiclici tra Stati europei. Quando il Texas ha difficoltà mentre la California va bene, le entrate fiscali dei residenti californiani aiutano a pagare i sussidi di disoccupazione dei texani. In Europa no. Non potendo svalutare il cambio e non ricevendo un sostegno dal resto dell’Unione un paese europeo colpito da uno shock può aggiustarsi solo con due meccanismi: l’emigrazione di manodopera e la riduzione dei salari reali sotto la pressione della disoccupazione. Questi meccanismi alla lunga funzionano ma sono molto lenti e molto penosi.

L’eurozona deve cambiare, quindi, le sue politiche di austerità. Perché l’euro funzioni occorrono una vera unione bancaria con regole comuni, un’assicurazione unica per i depositi dei risparmiatori, una vigilanza europea; poi ci vuole la vera unione fiscale, l’emissione di euro-bond. Il sistema attuale è instabile, incompiuto. Ci vuole più Europa oppure meno euro, non si può restare a metà del guado. In assenza di una svolta radicale e strutturale delle politiche economiche europee, è probabile che l’Italia sia condannata a rimanere a lungo in recessione. C’è bisogno di proposte concrete e fattibili, ma soprattutto necessarie. Le scadenze di finanza pubblica vanno prorogate di almeno due-tre anni. Si è visto che il rigore non solo non basta ma aggrava di giorno in giorno la situazione. Bisogna rovesciare l’impostazione voluta dalla Germania e puntare sulla più ampia circolazione di moneta per rilanciare la domanda aggregata, i consumi, il lavoro, senza paura dell’inflazione che è un pericolo lontanissimo. Fare come gli USA e adesso anche il Giappone. La BCE deve essere più aggressiva. Intanto abbattendo i tassi a zero, permettendo una riduzione dell’euro del 10-20% e ridando fiato all’export. Serve un progetto europeo di prestiti speciali a lungo termine e bassi tassi alle aziende che assumono e formano i giovani. Un progetto da 50 miliardi per prestiti da 10mila euro o da 100 miliardi per prestiti da 20mila: sarebbe così possibile assumere 5 milioni di giovani. Altro che “fiscal compact”, serve invece un patto immediato per la crescita.

Comunque, se “l’impero latino” non può fare a meno dei Paesi germano-centrici per gestire il suo Mediterraneo e le relazioni con la costa africana e mediorientale, il “grande spazio tedesco” ha bisogno dei Paesi mediterranei per governare la sua terra ad oriente. In realtà solo la compresenza, con funzioni diverse, dei due mondi, latino e germanico, può consentire ad un’Europa politica di svolgere il proprio ruolo al pari degli altri protagonisti mondiali.

Per chiudere questa introduzione mi piace riprendere un “adagio” della comunità monastica di Bose del priore Enzo Bianchi: “Sopra una quercia c’era un vecchio gufo: più sapeva e più taceva, più taceva e più sapeva”.

 

Gennaro  Cucciniello

 

Se un impero latino prendesse forma nel cuore d’Europa.

Torna attuale un’idea del filosofo Alexandre Kojève.

 

Nel 1947 un filosofo, che era anche un alto funzionario del governo francese, Alexandre Kojève, pubblicò un testo dal titolo “L’impero latino”, sulla cui attualità conviene oggi tornare a riflettere. Con singolare preveggenza l’autore affermava che la Germania sarebbe diventata in pochi anni la principale potenza economica europea, riducendo la Francia al rango di una potenza secondaria all’interno dell’Europa continentale. Kojève vedeva con chiarezza la fine degli Stati-Nazione che avevano segnato la storia dell’Europa: come l’età moderna aveva significato il tramonto delle formazioni politiche feudali a vantaggio degli Stati nazionali, così ora gli Stati-Nazione dovevano cedere il passo a formazioni politiche che superavano i confini delle nazioni e che egli designava col nome di “imperi”. Alla base di questi imperi non poteva essere però, secondo Kojève, un’unità astratta, che prescindesse dalla parentela reale di cultura, di lingua, di modi di vita e di religione: gli imperi –come quelli che egli vedeva già formati davanti ai suoi occhi, l’impero anglosassone (Stati Uniti e Gran Bretagna) e quello sovietico- dovevano essere “unità politiche transnazionali, ma formate da nazioni apparentate”. Per questo, egli proponeva alla Francia di porsi alla testa di un “impero latino”, che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi nazioni latine (Francia, Spagna e Italia), in accordo con la Chiesa cattolica, di cui avrebbe raccolto la tradizione e, insieme, aprendosi al vasto mondo mediterraneo. La Germania protestante, egli argomentava, che sarebbe presto diventata, come di fatto è diventata, la nazione più ricca e potente in Europa, sarebbe stata attratta inesorabilmente dalla sua vocazione extraeuropea verso le forme dell’impero anglosassone. Ma la Francia e le nazioni latine sarebbero rimaste in questa prospettiva un corpo più o meno estraneo, ridotto necessariamente al ruolo periferico di un satellite impoverito.

Proprio oggi che l’Unione Europea si è formata ignorando le concrete parentele culturali può esser utile e urgente riflettere sulla proposta di Kojève. Ciò che egli aveva previsto si è puntualmente verificato. Un’Europa che pretende di esistere su una base esclusivamente economica, lasciando da parte le parentele reali di forma di vita, di cultura e di religione, mostra oggi tutta la sua fragilità, proprio e innanzitutto sul piano economico. Qui la pretesa unità ha accentuato invece le differenze e ognuno può vedere a che cosa essa oggi si riduce: a imporre a una maggioranza più povera gli interessi di una minoranza più ricca, che coincidono spesso con quelli di una sola nazione, che sul piano della sua storia recente nulla suggerisce di considerare esemplare. Non solo non ha senso pretendere che un greco o un italiano vivano come un tedesco; ma quand’anche ciò fosse possibile, ciò significherebbe la perdita di quel patrimonio culturale che è fatto innanzitutto di forme di vita. E una politica che pretende di ignorare le forme di vita non solo non è destinata a durare ma, come l’Europa mostra eloquentemente, non riesce nemmeno a costituirsi come tale.

Se non si vuole che l’Europa si disgreghi, come molti segni lasciano prevedere, è consigliabile pensare a come la costituzione europea (che, dal punto di vista del diritto pubblico, è un accordo fra Stati, che, come tale, non è stato sottoposto al voto popolare e, dove lo è stato, come in Francia, è stato clamorosamente rifiutato) potrebbe essere riarticolata, provando a restituire una realtà politica a qualcosa di simile a quello che Kojève chiamava “l’impero latino”.

                                                                        Giorgio Agamben