Un piano Marshall per l’immigrazione

Un piano Marshall per l’immigrazione

Il primato della politica. La Sinistra vada oltre la solidarietà

 

Il quotidiano “la Repubblica” nel numero di venerdì 19 gennaio 2018 ha pubblicato un’intervista di Simonetta Fiori a Stefano Allievi, sociologo dell’Università di Padova. L’occasione è stata data dalla pubblicazione del saggio dello stesso Allievi, “Immigrazione. Cambiare tutto” (Laterza, pp. 168, euro 14). Nel 2016 sono stati compiuti oltre un miliardo e 200 milioni di viaggi su tratte internazionali. E questo è il “nostro” muoverci nel mondo. Quello di un tedesco, per esempio, il cui passaporto gli consente di varcare i confini di 158 paesi. O di un italiano, 156. Poi c’è il “loro”: per un afgano il Passport index indica 23 paesi, per un somalo 33. Sono alcuni numeri che –insieme a molti altri- ci ricorda Allievi nel suo saggio. Nessuna sorpresa: sappiamo che il mondo è ineguale. C’è di peggio. Noi turisti potremmo anche decidere di non approfittare della nostra libertà di movimento. “Loro” continueranno sempre di più a forzare la non libertà. Le migrazioni non si fermeranno. E’ una delle premesse di questo libro che per completezza di documentazione e profondità di analisi dovrebbe essere letto da chiunque voglia dire qualcosa di sensato, non ideologico, sull’immigrazione. Ci aiuta a comprendere uno dei fenomeni di maggiore impatto del nostro tempo. Con una critica a volte serrata delle politiche in atto (o della loro assenza) e alcune proposte non utopistiche per cambiarle.

                            Marco Pacini                        Gennaro Cucciniello

 

Per una volta può essere interessante partire dal sentimento che muove un libro. Perché di saggi sull’immigrazione il sociologo Stefano Allievi ne ha scritti tanti, ma questo ha un’intonazione diversa, come se lo studioso volesse sfidare i luoghi comuni della sua stessa parte politica e culturale, quella Sinistra graniticamente schierata per un’accoglienza senza limiti. Non che Allievi venga meno ai principi irrinunciabili della solidarietà: ma si sforza di fare proprie le inquietudini di chi guarda all’immigrazione con paura, rabbia, ostilità. “Ho voluto parlare anche a chi la pensa diversamente, introiettando le ragioni e anche le non ragioni che circolano nel Paese, le sofferenze, le solitudini, il risentimento. Perché non si possono nascondere i problemi sotto il tappeto: bisogna affrontarli subito, anche se sgradevoli”. Cinquantanove anni, professore di Sociologia all’Università di Padova, Allievi racconta di aver discusso moltissimo con i suoi amici delle Ong prima di buttar giù queste pagine. “Temo che il mio libro alla fine scontenterà persone di sponde opposte: chi mi sta vicino e la Destra che vorrebbe alzare i muri”. Nel suo saggio di fili spinati non v’è traccia, anzi viene dimostrata la necessità di una migrazione regolamentata, alla luce dell’invecchiamento della popolazione europea. “Ogni anno tre milioni di persone escono dal mercato del lavoro, senza essere sostituite: entro il 2050 saranno cento milioni”. Ma è necessario cambiare tutto, sostiene Allievi, nel paradigma interpretativo e nelle soluzioni.

La prima cosa da cambiare?

La distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici, una finzione inutile e controproducente. La gran parte delle persone che arriva in Italia è spinta da ragioni economiche e sociali, non da guerre. L’80% sono maschi adulti, non famiglie intere come accadrebbe in caso di conflitti. La legislazione europea li costringe a dichiararsi vittime di guerre o di dittature perché questo è l’unico modo per entrare. Qualche dato: il 16% degli arrivi in Italia sono migranti nigeriani, un altro 8% proviene rispettivamente dalla Guinea, dalla Costa d’Avorio, dal Bangladesh. Anche se le motivazioni possono nascere da conflitti interni, la guerra in Siria non c’entra per niente. Sopprimendo la distinzione, avremmo due vantaggi: l’eliminazione di un’impalcatura farraginosa e costosa, quella messa in piedi per esaminare pratiche d’asilo insussistenti. E una maggiore trasparenza verso un’opinione pubblica che si sente truffata dal meccanismo.

E allora cosa propone: accogliere tutti senza distinzione?

No, questo non è possibile. Propongo invece di dare una possibilità a tutti, anche ai migranti economici, introducendo però una regolamentazione. E qui inserisco un argomento che fa arrabbiare alcuni miei amici: il controllo dei confini. E controllo dei confini significa poter decidere chi può varcarli e chi no. Selezionare non è una parolaccia. Bisogna trovare dei criteri per farlo, che possono essere il titolo di studio, le capacità di lavoro, o semplicemente delle quote nazionali che tengano conto della situazione dei paesi di partenza. E bisognerebbe creare dei canali di accesso legali, proprio sul modello dei corridoi umanitari. Anche l’accoglienza dovrebbe cambiare profilo: non più solo nutrimento e alloggio, ma soprattutto formazione, dall’insegnamento della lingua all’orientamento al lavoro. Oggi importiamo migranti totalmente privi di strumenti, assai più unskilled di trent’anni fa.

Ma come si fa a controllare i confini in mare?

In mare è più semplice non far partire che il rimandare indietro, ed è la direzione in cui si sta muovendo il governo italiano. Il Mediterraneo è il luogo del mondo dove muoiono più migranti: molto più del confine tra Messico e Stati Uniti. E’ indubbio che da quando il soccorso dei naufraghi si è spostato in avanti, a ridosso delle acque territoriali libiche, la qualità delle imbarcazioni dei trafficanti è man mano diminuita, e il rischio di incidenti è aumentato. Le Ong e anche le navi di Frontex dovrebbero farsi qualche domanda: il meccanismo attivato fino ad ora non rischia di far aumentare le partenze e dunque anche i morti. E proprio per la loro sensibilità umanitaria, le Ong dovrebbero cercare nel medio termine di rendersi inutili.

Resta il problema di uomini, donne e bambini sottoposti a violenza nei centri libici.

Occorre intervenire sui paesi da cui partono i migranti. E dovremmo assumerci naturalmente anche le responsabilità delle cause che spingono gli africani alla fuga: lo sfruttamento, la desertificazione, il land grabbing (l’appropriazione indebita delle aree fertili), il traffico d’armi. L’Europa è diventata l’America dell’Africa, un’America più vicina e più raggiungibile. Perché allora non promuovere un piano Marshall con interventi di sviluppo nei paesi d’origine? Sarebbe un modo per aiutare l’Africa a sottrarsi a dittatori e contropoteri devastanti –l’Isis ad esempio. E un modo per evitare che diventi un pericolo anche solo demografico per l’Europa.

 

                                      Simonetta Fiori                   Stefano Allievi

 

Nel “Corriere del Veneto”, supplemento regionale del “Corriere della Sera”, di domenica 11 febbraio 2018, Stefano Allievi ritorna sul tema constatando che nella discussione è necessario uscire da inutili contrapposizioni: da un lato c’è chi –enfatizzando il problema alla ricerca di un comodo capro espiatorio- se la prende con gli immigrati anche per ciò che non è colpa loro; dall’altro c’è chi –minimizzando i problemi- se la prende con chi se la prende con gli immigrati.

 

Le cose, come sempre, sono più complesse: bisogna affrontarne tutte le sfaccettature. Sapendo che sono in gioco dati di realtà, percezioni e sentimenti: da analizzare tutti insieme.

Cominciamo dai dati. Gli immigrati sono in calo. Oggi gli arrivi attraverso gli sbarchi sono meno di quelli che arrivavano regolarmente dieci anni fa, meno anche di quelli che vanno via (italiani e stranieri, anche ben integrati, che vanno alla ricerca di nuove opportunità all’estero), e pure meno del calo demografico e della forza lavoro. E’ vero in Italia, ed è vero in Europa. Per giunta, il grosso sono europei dell’est (un terzo badanti nelle nostre case), e i musulmani sono solo un terzo del totale degli immigrati. Dunque, niente invasione islamica e niente sostituzione etnica, o africanizzazione dell’Italia.

Fine della storia? Neanche per idea. Perché non viviamo di statistiche, ma di emozioni (e-mozioni: letteralmente, quello che ci fa muovere) e di percezioni. Quindi, l’invasione può anche non esserci, ma se io penso che ci sia, c’è. E i partiti che strumentalizzano la questione per fini elettorali lo sanno bene: sono gli altri che non l’hanno capito. E ci sono due aggravanti: chi agita il tema spesso non fa nulla per risolvere i problemi (la rendita politica ce l’ha enfatizzandoli, e più si aggravano meglio è); chi non capisce l’importanza del tema e delle sue conseguenze cerca di non parlarne nel timore di perdere voti.

Noi vediamo 4 o 5 giovani in età da lavoro, di pelle scura, che ciondolano nelle nostre strade e chiedono l’elemosina fuori dai negozi, e ce la prendiamo con loro (mentre dovremmo prendercela con il sistema della Bossi-Fini che –chiudendo tutti i canali regolari d’ingresso- ha creato questa situazione). La paura e la rabbia, prima che contrastate, vanno ascoltate.

Chi ha un minimo di onestà intellettuale sa che bisognerebbe aprire canali regolari e chiudere quelli irregolari. E cambiare le modalità dell’accoglienza. E’ quello che ha iniziato a fare il ministro Minniti. Il mondo è sempre più mobile, in tutte le direzioni. Pochi lo sanno, ma la Spagna ha più uscite che ingressi, la Francia flussi quasi equivalenti, in Gran Bretagna le emigrazioni sono la metà delle immigrazioni, in Italia –nonostante gli sbarchi- stiamo arrivando alla parità. I problemi, in conclusione, vanno governati e gestiti con attenzione e decisione.

                                                                  Stefano Allievi