Anche i versi di Dante diventano un inno

Anche i versi di Dante diventano un inno

Un’edizione della “liturgia delle Ore”, curata da Federico Giuntoli, permette di apprezzare testi che segnano la storia della Chiesa.

 

Il più celebre per ragioni liturgiche è forse il “Pange, lingua” (Canta, o lingua), attribuito a Tommaso d’Aquino: in particolare le strofe 5 e 6 (“Tantum ergo sacramentum…”) sono da secoli utilizzate come canto legato all’Eucarestia. Sono gli inni cristiani d’Occidente, raccolti nella “Liturgia horarum”, cioè nella liturgia delle Ore della Chiesa cattolica di rito romano. Il loro corpus viene ora riproposto da Einaudi in un volume della collana “I millenni”, con testo latino a fronte e traduzione italiana, così da permettere non solo al fedele ma anche al lettore colto e appassionato di gettare uno sguardo su una lunghissima tradizione, che va dal tardo IV secolo di sant’Ambrogio al pieno ‘900 (“Inni cristiani d’Occidente, L’innario della “Liturgia horarum iuxta Ritum Romanum, editio typica altera”), a cura di Federico Giuntoli.

Sono testi pensati per essere eseguiti nella preghiera liturgica quotidiana della Chiesa, ora critti in metrica classica, ora in forma di ritmo, con l’intento di favorirne la memorizzazione e l’esecuzione. Ad alcuni, oltre al “Pange, lingua”, è arrisa una fortuna vastissima: è il caso del “Dies irae”, sul giorno del Giudizio. Di autore ignoto, forse del XII secolo, quest’inno di notevole forza ritmica, scandito dalla rima uguale per i tre versi di ciascuna strofa, fissa in modo icastico la chiamata delle anime alla fine dei tempi da parte del Giudice divino: “Dies irae, dies illa / solvet saeclum in favilla,/ teste David cum Sibylla”, suona la prima strofa, che così è tradotta da Giuntoli: “Giorno dell’ira, quel giorno / dissolverà questo mondo in cenere,/ come attestano Davide e la Sibilla”.

Dai più antichi a quelli contemporanei, scaturiti dalla riforma dell’innario voluta in seno al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), i testi sono intessuti di citazioni scritturali, che ne fondano la legittimità, ma nei casi di più alto valore letterario attingono a una propria potenza, scabra e insieme soave. Si pensi agli inni di sant’Ambrogio (morto a Milano nel 397), come il celebre “Veni, redémptor géntium” (Vieni, redentore delle genti), che fa parte della liturgia del tempo di Avvento. Il testo è scritto in dimetri giambici, dunque ogni strofa è composta da quattro versi, ciascuno dei quali di quattro giambi (il giambo è formato da una sillaba breve e una luunga). In questo metro semplice, scorrevole e leggero, il santo fa lievitare la verità di fede della maternità soprannaturale di Maria con rara efficacia immaginativa, come nella terza strofa: “Alvus tuméscit Virginis,/ claustrum pudori permane,/ vexilla virtùtum micant,/ versàtur in templo Deus” (L’utero della Vergine si inturgida,/ la barriera della pudicizia rimane,/ i vessilli delle virtù risplendono:/ Dio dimora in un tempio”).

Il modello di Ambrogio costituì un punto di riferimento per altri che alla sua maniera si ispirarono, usando anch’essi dell’inno come uno strumento di trasmissione dei contenuti della fede. Si può prendere ad esempio “Haec hora, quae resplénduit”, di anonimo del V-VI secolo, che deriva per estrapolazione da un inno più ampio e che può essere eseguito dal giorno di Pasqua fino alla Pentecoste. Dopo l’attesa della nascita di Gesù, ecco il mistero della sua Passione redentrice, che culmina con la Resurrezione e la vittoria sulla morte. Si legga la seconda strofa: “Haec hora, qua resùscitans / Iesus sepùlcris còrpora,/ prodìre mortis lìbera / iussit refùso spìritu” (Questa è lora in cui Gesù,/ risuscitando i corpi dai sepolcri,/ reinfuso lo spirito, comandò / di uscire liberi dalla morte).

In una tradizione segnata da forte continuità non sono mancate a tratti le fratture. La più eclatante, dopo gli interventi di epoca umanistica, è quella che si produsse al tempo di Urbano VIII, papa dal 1623 al 1644. La commissione da lui presieduta promosse una profonda revisione dell’innario, spesso tradendo le forme originarie degli inni più antichi, come evidenzia Giuntoli: “I correttori molto spesso arrivarono a sacrificare la bella semplicità di molti antichi versi sull’ara del gusto e del modello neoclassici del tempo. Del resto, la conoscenza dell’epoca alquanto incerta e poco approfondita del metro e delle regole ritmiche proprie dell’antica versificazione cristiana indusse i revisori a scorgere inadempienze e infrazioni di ogni sorta nella prosodia con la quale gli antichi inni furono composti, inevitabilmente sollecitando correzioni, ritocchi, cambiamenti”.

Alla capillare opera di ristrutturazione decisa dalla commissione urbaniana rispose, oltre tre secoli dopo, la revisione in senso invece conservativo operata all’interno del Concilio Vaticano II. Allora il breviario, compresa la parte degli inni, fu rimesso sotto esame. La commissione si propose alcune linee di intervento: in primo luogo il ritorno alle lezioni autentiche con il rifiuto dei rifacimenti secenteschi, inoltre una scelta dei testi, con anche nuovi inserimenti, e in alcuni casi lo scorciamento degli inni, con l’eliminazione delle strofe sentite come meno significative.

L’esito finale di tale processo è costituito appunto dalla Liturgia horarum riformata. Rispetto ai 291 inni in essa contenuti, quelli del volume Einaudi, con alcuni incrementi, giungono a 296. Relatore del gruppo di lavoro fu il benedettino Anselmo Lentini (1901-1989), autore di diversi inni accolti nella nuova liturgia delle Ore. Tra di essi ce ne sono due che traducono in versi latini la preghiera di san Bernardo alla Vergine del canto XXXIII del Paradiso (“O virgo mater, filia / tui beata Filii…”). Dante, conoscitore di inni antichi e utilizzatore di essi, diventa così a sua volta modello di un inno contemporaneo. L’impressione è quella di una solenne, intima coerenza, come a formare un grandioso e unitario edificio.

 

                                                                  Daniele Piccini

 

Questo articolo è pubblicato ne “La Lettura” del 10 dicembre 2023, a pag. 29.