“Anni ’80. L’inizio della barbarie”, saggio di Paolo Morando, Laterza

Rampanti, paninari, razzisti: piccolo catalogo degli orrori. L’italia di oggi è figlia di quel decennio.

“Anni ’80. L’inizio della barbarie”, saggio di Paolo Morando.

Rampanti, paninari, razzisti: piccolo catalogo degli orrori.

 

Questo articolo di Carlo Martinelli, che commenta l’uscita editoriale del saggio di Paolo Morando, “’80. L’inizio della barbarie”, Laterza, è stato pubblicato ne “La nuova Venezia”, domenica 17 gennaio 2016.

Azzardiamo. Questo libro spaccherà. Perché ci sono saggi che scivolano via, e ci sono titoli che toccano nervi scoperti, che pungono sul vivo, che riaprono porte ritenute chiuse e destinati per questo a far pensare, come meritano, o a suscitare dibattito, come orribilmente si usa dire. Sì, “’80. L’inizio della barbarie” di Paolo Morando (vice-caporedattore del quotidiano “Trentino”), appena uscito per Laterza (pp. 248, 16 euro) farà discutere. Fa già discutere, a ben guardare, laddove quel titolo la dice lunga riguardo a come l’autore –forte di una capacità di documentazione e di ricerca che ha pochi eguali e che viene poi trasferita in un racconto che afferra e trascina- giudica quegli anni Ottanta che ha vivisezionato per riconsegnarceli, vitali e allo stesso tempo feroci, incubatori di quell’Italia cupa, malata, nevrotica e pessimista nella quale ogni giorno camminiamo. Pochi giorni fa, nell’inserto culturale di un quotidiano economico, a proposito di una mostra sulle sue svariate collezioni, Renzo Arbore –che non a caso Morando cita subito, nel suo libro, tra i “must” di quegli anni- si augurava di contribuire ad avviare una rivalutazione degli anni Ottanta, troppo in fretta condannati a una “damnatio memoriae” per via della degenerazione della politica. “Fu invece stagione di grande effervescenza” rammenta il papà di “Quelli della notte”. Bene: il merito di Paolo Morando è di mostrarci, con l’evidenza dei fatti (ri)raccontati, che certo ci fu effervescenza (con derive di stupidità e volgarità solo più tardi comprese) ma ci fu anche altro.

Eravamo giovani, ci sta ricordare quel decennio con trasporto. Ma proprio perché eravamo giovani non ci siamo accorti di troppe cose che allora accadevano e che oggi scontiamo”. Ecco il merito non discutibile del lavoro di Morando, del suo ricordarci, attraverso 800 nomi (tanti formano il nutrito elenco finale) quanto l’Italia d’oggi sia figlia di quel decennio. Nel bene, certo, ma soprattutto nel male che appare, anche questo indiscutibilmente, soverchiante.

Sono cinque le Italie che Morando ci restituisce e a leggerle tutto d’un fiato manca appunto il fiato: gli anni Ottanta dell’Italia nordista, paninara, becera, rampante, razzista. Stabilito che l’unico modo di cogliere la complessità e la ricchezza di un simile viaggio –che è politica, sociologia, costume, spettacolo, sport, cronaca nera, forse anche già storia in alcuni casi- è quello di leggersi il libro d’un fiato, rinfreschiamo la memoria.

L’Italia nordista: ricordate “Forza Etna”, la Liga Veneta, Tramarin & Rocchetta, i “terroni a casa loro”?

L’Italia paninara: ve li eravate scordati, vero? Il tempo di “Sposerò Simon Le Bon” e dei Moncler, la voglia di farla finita con gli anni Settanta dell’impegno, dell’ideologia, del piombo. Eppure qualcuno dubita ancora che la berlusconizzazione abbia trovato nel “Drive In” un formidabile trampolino di lancio, capace di aprire le porte alla “olgettizzazione” tuttora strisciante? C’è relazione tra i truzzi e i tamarri di allora e la devastante incultura che affida i linciaggi del più debole ai social network?

L’Italia becera: con Radio Radicale invasa dalle oscenità e dalle bestemmie, era l’estate del 1986, nel mentre si affermava un nuovo genere televisivo, quello della rissa continua (ah, l’indimenticabile Funari) e nel mentre la cultura musicale era segnata anche dagli Squallor.

L’Italia rampante: Milano da bere, Agnelli e Gardini, Piazza Affari ombelico del mondo, il fare soldi e l’evadere tasse come imperativo.

L’Italia razzista: Ahmed Alì Giama, i vu’ cumprà, Jerry Masslo, Dacia Valent, i calciatori neri e israeliani e gli allenatori meridionali (Gennaro Rambone a Padova) fischiati e dileggiati.

E’ un libro duro, quello di Paolo Morando. Perché ci sbatte in faccia quello che siamo stati. E perciò spacca: perché ci dice che c’è stato uno spartiacque tra un’Italia e un’altra, nel 1982, l’estate del Mundial di Bearzot in Spagna. In quei giorni l’Italia riprende a correre, a contare, a gonfiare il petto, a ritrovare orgoglio. Sono gli anni di Bettino Craxi, si va verso Mani Pulite e il ventennio berlusconizzato (che lascerà un segno evidente più antropologico che politico, peraltro).

Morando racconta così come aveva fatto con il precedente suo “Dancing Days” dedicato ai due anni del riflusso, il 1978 e il 1979 “che hanno cambiato l’Italia”. Poi, gli Ottanta dell’edonismo, Nikka Costa, Maradona, Goldrake, “Il tempo delle mele”, il Ciao, “Il mio amico Arnold”, i Puffi, “Top Gun”, baby pensioni, debito pubblico al galoppo. Sì, siamo figli di quegli anni. Il tutto accompagnato dall’esergo iniziale, pescato da un libro di Adriano Sofri che, nel 1974, incontrò Ferruccio Parri, uno dei padri della Repubblica. Parri gli disse: “Il popolo italiano non merita niente. Non pensi che ne valga la pena di dedicare la vita agli ideali, al servizio del popolo. Il popolo italiano non lo merita”.

                                                                       Carlo Martinelli