Anno bisesto: sarà poi così funesto?

Anno bisesto: sarà poi così funesto?

Nel 2024 avremo un giorno in più a febbraio. E la tradizione dice che non è un buon segnale. Ecco perché ci fa così paura.

 

Ne “La Repubblica” del 29 dicembre 2023, a pag. 29, è pubblicato questo articolo di Marino Niola su una credenza popolare.

 

Anno bisestile, una giornataccia in più del solito”. Questa battuta di Altan, che spalma la sfiga su tutto il calendario giorno più giorno meno, non riesce a togliere all’anno bisestile la fama sinistra che lo circonda. E perfino in questo periodo, che in fatto di guai non ci siamo fatti mancare niente fra guerre, pandemie, crisi economiche, disastri ambientali, l’idea che il 2024 abbia un giorno eccedente aggiunge un surplus di timore, gettando un’ombra supplementare sull’inverno del nostro scontento. Perché ai problemi noti aggiunge la paura di quelli ignoti, di sventure possibili, imprevedibili, incontenibili.

Questa credenza ansiogena ci fa temere che la sorte ci sorprenda con un contropiede imparabile propiziato dal mese con la stampella. Perché proprio da questa protesi che allunga di 24 ore la gamba di febbraio deriva l’aura di irregolarità che rende funesto l’anno bisesto. Non a caso questa prolunga temporale è sempre stata causa di apprensione, qualche volta di superstizione.

Il grande medico Michele Savonarola, gloria quattrocentesca dell’Università di Padova e nonno di quel profeta di sventure che fu Fra’ Girolamo, sosteneva che le epidemie hanno gioco facile negli anni allungati. Come se ad uno stato di eccezione del tempo corrispondesse uno stato di eccezione dei corpi. Ma anche la saggezza popolare non si è mai fidata di questa doppia irregolarità del calendario che aggiunge qualcosa in più ad un mese che di norma ha qualcosa in meno. Come febbraio, appunto, che sin dai tempi più antichi è sempre stato circondato da una fama piuttosto oscura. Forse perché era il momento dell’anno associato alle potenze delle tenebre, agli spiriti del male e all’irruzione dei morti fra i vivi.

A introdurlo nel calendario fu Numa Pompilio, il secondo dei re di Roma, che ne fa il periodo delle februa, cioè i riti di purificazione in onore di Februus, il dio delle febbri e dei contagi. Ecco perché il secondo mese si chiamava februarius, da cui la nostra parola febbraio. E sempre in questo periodo si celebravano i feralia, le feste dei defunti, da cui deriva un termine come ferale. E ci fa capire l’atmosfera lugubre che regnava nel mese che gli antichi proverbi definivano corto e amaro. Oltretutto, non si faceva in tempo a finire i feralia che cominciava il regifugium, il rituale che commemorava la cacciata dei re ed era all’insegna dell’anarchia, del disordine, del conflitto. La cerimonia cadeva il dies sextus, il sesto giorno prima dell’inizio di marzo. E proprio a questa data Giulio Cesare aggiunse un giorno ogni quattro anni per pareggiare i conti con il ciclo solare. Ma c’era un problema da risolvere ed era il fatto che i numeri dispari erano sgraditi alle divinità infernali. E allora il divo Giulio invece che settimo, chiamò il giorno fatidico sesto bis, in latino bis-sextus, che è all’origine del nostro bisesto e bisestile. Una furbata vincente ma non convincente. Tant’è vero che non ha mai smesso di alimentare una legittima suspicione verso il mese che per camminare al passo con gli altri ha bisogno della stampella. Una protesi che evoca l’handicap mentre lo corregge. Ecco perché da allora queste forme di ortopedia calendariale si associano all’idea poco rassicurante di un cattivo andamento delle cose. Di un’andatura zoppicante dell’anno.

Per ridare la cadenza giusta al tempo, moltissime feste di questo periodo prevedevano danze caratterizzate da passi battenti, claudicanti, cadenzati come salterelli e tarantelle, ma anche i saltellamenti su una sola gamba come quelli tipici del mondo ebraico. Come se ogni tanto l’anno andasse in asincrono e fosse necessario scongiurare questa ferale aritmia con una sorta di esorcismo contro l’artrosi delle stagioni. Insomma, gli usi legati all’anno bisestile erano degli esercizi di rieducazione per eliminare i difetti posturali del calendario. E far dimenticare la cattiva fama del febbraio aumentato. Che in realtà non ha scadenza, resiste ai tempi e al progresso, alla logica e alla statistica.

Anche perché, per quanto ci sforziamo di essere razionali, bisogna riconoscere che gli anni con l’aggiunta di un giorno, fanno di tutto per meritarsi la loro sinistra nomea. Terremoti come quelli del Friuli, dell’Irpinia, di Amatrice e del centro Italia. L’attentato alla stazione di Bologna del 1980. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992 in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Fino al Covid che nel 2020 –quando è arrivato anche in Italia- ha cambiato le nostre vite. Tutti eventi che si sono verificati in altrettanti anni bisestili. Con buona pace del grande Altan, è molto peggio di una giornataccia in più.

 

                                                        Marino Niola