Berlino, agosto 1961. La costruzione del Muro.

Berlino, agosto 1961. La costruzione del Muro.

Ne “La Repubblica” del 13 agosto 2021, alle pp. 30-31, Ezio Mauro pubblica un articolo che commenta il sessantesimo anniversario della costruzione di un muro per impedire la fuga di un popolo. Questo simbolo della Guerra Fredda non fu subito compreso dall’Occidente. Ecco la cronaca di quelle ore che cambiarono il mondo.

Qualche notazione si può aggiungere. I dirigenti sovietici erano convinti che si sarebbe trattato di un’entità provvisoria. Sapevano in cuor loro che il popolo tedesco non poteva rimaner diviso per l’eternità. Lo stesso Stalin nel 1952 aveva proposto agli Alleati di riunificare la Germania come Stato neutrale e smilitarizzato, in modo da evitare l’adesione di Bonn alla Nato.

Un altro saggio interessante per capire è fornito dal saggio di Gianluca Falanga, “Labirinto Stasi”, Feltrinelli.

                                                        Gennaro  Cucciniello

 

Scelsero la notte, come in un colpo di Stato che pietrificava la città. L’una del 13 agosto, 60 anni fa, nel tempo sospeso tra un sabato e una domenica, quando il caldo e la voglia di vacanza svuotavano Berlino. Da giorni, quattrocento camion Zil verniciati di verde anonimo stavano viaggiando su strade secondarie, senza mai formare una colonna per non insospettire: trasportavano 160 tonnellate di filo spinato, 7300 metri cubi di cemento in blocchi anticarro, calce, mattoni, pali metallici, transenne, sacchi di sabbia. Nessuno sapeva a cosa servivano, nemmeno i tremila carristi acquartierati coi loro 300 panzer attorno alla zona centrale della città, neppure i cinquemila soldati tenuti in allerta nelle caserme di periferia, in attesa di ordini. Soltanto 120 minuti prima dell’Ora X i comandanti dei reparti aprirono le buste con le disposizioni operative dell’operazione “Rose”, come era chiamata in codice. Il primo segnale fu il buio. Si spensero le luci della città e della striscia di frontiera, l’oscurità scese sulla Porta di Brandeburgo. 40mila uomini si schierano sulla linea di confine tra le due Berlino, transennano l’area, fermano 12 linee della metropolitana, sigillano gli accessi alle fognature, fanno saltare l’asfalto, sbarrano 190 strade, bloccano 69 varchi di frontiera, impiantano i pali dei reticolati, innalzano 116 posti di vedetta. E’ il Muro, che corre a zig zag tra la zona sovietica e quella occidentale e nella sua cecità ideologica, nella sua ossessione politica taglia in due strade, chiese, canali, piazze e cimiteri come se portasse nel cuore della città, arroventandola, la guerra fredda che divideva il mondo in due e scaricava la sua elettricità proprio qui, a Berlino.

Con le luci del mattino la città capì di essere stata murata, chiusa, imprigionata. Una notte aveva cambiato il suo destino, il potere aveva celebrato il suo abuso supremo e ora monitorava le reazioni degli abitanti, coi soldati sovietici mobilitati nelle caserme in assetto da combattimento, allarme 1, agli ordini del maresciallo Ivan Konev, eroe dell’Urss decorato con l’Ordine di Lenin, l’Ordine della Bandiera Rossa e l’Ordine della Rivoluzione d’Ottobre, l’uomo che aveva guidato le truppe nell’invasione dell’Ungheria, cinque anni prima. Una folla si radunò immediatamente davanti al mostro. Da Ovest, urla e proteste, insulti contro Walter Ulbricht, il capo della DDR, e i sovietici. Da Est, sguardi increduli e silenzio.

Dall’una e undici minuti, quando aveva interrotto il programma musicale Melodien zar Nacht, la radio continuava a rovesciare la realtà ripetendo il comunicato ufficiale: “I governi dei Paesi del Patto di Varsavia chiedono al Parlamento della Ddr di varare un nuovo ordinamento alla frontiera con Berlino Ovest per bloccare ogni attività sovversiva, in difesa dalle provocazioni condotte dall’Occidente”.

Era stata un’idea di Kruscev, il segretario generale del Pcus, Capo del Cremlino. Bisogna leggere il verbale della telefonata di due ore e 15 minuti tra lui e Ulbricht, il primo agosto, per capire l’urgenza e la necessità di recintare Berlino, per garantire la sopravvivenza della Ddr, dissanguata dalla crisi economica che razionava anche il latte e dall’emorragia di abitanti, per le fughe continue oltreconfine: 30400 soltanto nel mese di luglio. “Senza il sostegno dei paesi socialisti le cose andrebbero molto male”, confessa Ulbricht. “Non è buona cosa che i tedeschi non abbiano verdura –incalza Kruscev- e poi si dice che non abbiate abbastanza fieno, e che manchi il mais. Non capisco, non riesco a credere alle spiegazioni che vengono date”. Ulbricht insiste: “Per due mesi da noi non c’erano patate da comperare. E’ molto grave, ma quest’anno il tempo è stato molto umido, sicché le patate sono marcite nei campi. Inoltre non c’è abbastanza burro, abbiamo dovuto introdurre le tessere per il razionamento e in metà dei distretti della Ddr non è stato possibile rispettare il piano di rifornimento di latte. Tutto ciò ha prodotto nella popolazione uno stato d’animo ostile”.

Kruscev è preoccupato: “Leggo i rapporti originali dei servizi segreti occidentali, dove si stima che nella Ddr siano mature le condizioni per una rivolta. Lei deve utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione per evitare che le cose arrivino al punto di una insurrezione”.

E qui nasce il progetto del Muro: “Dobbiamo sfruttare le attuali tensioni con l’Occidente e creare un anello di ferro attorno a Berlino –propone Kruscev-. Vi aiuterà, perché ridurrà il flusso delle fughe. E’ facile spiegarlo: siamo minacciati da una guerra e non vogliamo che ci mandino delle spie. I tedeschi comprenderanno. Ho una domanda tecnica: come verrà realizzato il controllo nelle strade dove un lato si trova nella Ddr e l’altro fa parte di Berlino ovest?”. Ulbricht lo tranquillizza: “Abbiamo un piano preciso; nelle case che hanno uscite verso Berlino ovest, queste verranno murate. In altri punti verranno create barriere di filo spinato. Si può fare tutto molto rapidamente”. Tutto è pronto, Kruscev invita al silenzio: “Se lo sapessero prima, i borghesucci cercherebbero di scappare”.

Le brigate del lavoro murano 1253 finestre che si affacciano sull’Ovest, 56 ingressi, portoni e cancelli, sbarrano 37 negozi e magazzini, svuotano 580 appartamenti, deportano duemila abitanti. 800 riescono a scappare nella confusione del primo giorno di Muro, 51mila cittadini della Ddr che si trovano a Berlino Ovest in lavoro o in visita decidono di non tornare dietro il filo spinato, e chiedono asilo politico. Ma a Bernauer Strasse, man mano che salgono le murature delle finestre c’è chi cerca la libertà gettandosi su un materasso dal quarto piano, come Ida Siekmann, o dal tetto come Berne Lunser inseguito dalle guardie tra i comignoli, o provano a calarsi in strada appesi a una corda di biancheria troppo sottile, come Rolf Urban.

Un anno dopo la sua costruzione, il Muro conterà già 26 morti, uccisi dai Vopos nei loro tentativi di superare la barriera.

Ma l’Occidente, ipnotizzato dal timore di un nuovo conflitto, non capisce subito la disperazione dei cittadini reclusi a Berlino Est, perché non coglie il significato politico di quella trincea nel cuore dell’Europa. Il presidente americano John Kennedy verrà informato soltanto 17 ore dopo, perché lo staff giudica che non sia il caso di svegliarlo prima del previsto nella casa di vacanze a Hyannis Port: dopo una consultazione telefonica con il Segretario di Stato Dean Rusk, il Segretario alla Difesa McNamara e suo fratello Robert, deciderà che il Muro è un progetto difensivo e non espansivo e concluderà dicendo “meglio un maledetto Muro che una maledetta guerra”. D’altra parte Charles De Gaulle restò in vacanza a Colombey-les-Deux-Eglises ancora per quattro giorni, il Primo ministro di Gran Bretagna Macmillan non interruppe il golf nello Yorkshire, il cancelliere tedesco Adenauer non cambiò il tono della campagna elettorale, e Papa Roncalli non parlò del Muro della sua finestra, la domenica.

E invece quella barriera di cemento doveva diventare il simbolo di un’epoca, il monumento alla Guerra Fredda che qui calcificava la storia, come se avesse trovato a Berlino il suo punto zero nell’ipnosi del Muro. Così tremendamente locale da spaccare in due strade, cortili e palazzi, e insieme così universale da rappresentare il nuovo Greenwich: il vero meridiano del Novecento, che separava il comunismo dal capitalismo, e fondava nel filo spinato i concetti di Est e Ovest, che nella loro divisione avrebbero perseguitato la bussola europea per decenni, attraversando il secolo.

Il comunismo monumentale con il Muro rassicurava se stesso come in un esorcismo, cercando di recintare l’eternità e pietrificando il comando, non potendo avere il consenso. Dopo che la breccia del 1989 ha liberato la geografia del continente rimettendo in movimento la storia, gli spezzoni superstiti di Muro testimoniano oggi l’incredibile che abbiamo vissuto: la proiezione artificiale della politica cresciuta per 28 anni nel cuore stesso della civiltà europea.

 

                                   Ezio Mauro