C’era una volta l’America

C’era una volta l’America

La spaccatura tra le aree rurali e le grandi metropoli. L’odio tra i “bifolchi dell’Ohio” e le élite intellettuali, tra i ricchi e i poveri. Tutto già visto: nella commedia hollywoodiana dell’età d’oro.

 

Quando si sono spaccati gli Stati Uniti? A lungo rimossa, la faglia che separa l’America delle grandi metropoli dalla sconfinata America rurale si è allargata al punto di diventare visibile persino dall’Europa. A dire il vero, bastava osservare una mappa del voto, contea per contea, delle elezioni del 2008 e del 2012, quando la vittoria di Obama fu determinata da poche, piccole isole blu densamente popolate in un campo quasi uniformemente rosso (il colore dei repubblicani). Ma è la presidenza di Trump ad aver portato il fenomeno all’attenzione degli osservatori stranieri – nello stesso momento in cui, peraltro, un identico trend sembra prendere piede anche da noi, come mostrano i dati delle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna.

Alla luce dei flussi elettorali, i politologi tendono a considerare l’opposizione tra città e campagna un fattore piuttosto recente nella lotta politica tra i due grandi partiti americani, mentre ancora 20 o 25 anni fa erano altre le fratture decisive –legate alla classe sociale di appartenenza, o magari alla linea Mason-Dixon, che separa gli ex Stati dell’Unione dagli ex Stati confederati. Ricchi e poveri, Nord abolizionista e Sud schiavista. Come ben sanno gli appassionati di cinema, questa conflittualità, ormai non più solo latente, è però assai più antica. La guerra culturale tra i white collars e i blue collars dei centri urbani (impiegati e operai) e i redneck dell’America profonda (i contadini, così chiamati spregiativamente perché abbronzati sul collo per le troppe giornate trascorse a testa bassa nei campi) è infatti già ampiamente attestata nella grande stagione della commedia hollywoodiana.

Negli anni in cui il cinema americano cominciò a conquistare il mondo –gli stessi della prima Grande Depressione, dopo il 1929- due geografie immaginarie degli USA prendono gradualmente corpo. La prima evoca un paese sano e una metropoli tentacolare e corrotta, dove valori e princìpi rischiano di smarrirsi nel caos della vita moderna. Il suo principale esponente è Frank Capra: il quale, giunto da Palermo a New York all’età di nove anni, nelle sue pellicole non ha mai smesso di celebrare il sogno americano con la speciale dedizione di un neofita. Sintomaticamente, gran parte dei suoi film degli anni Trenta e Quaranta ruotano attorno al contrasto tra città e campagna, ripetendo un vangelo democratico fatto di poche, semplici certezze: un uomo comune potrebbe sistemare le cose con una dose di buon senso (“E’ arrivata la felicità”, 1936), la politica ha bisogno di un boy scout in Senato (Mr. Smith va a Washington”, 1938), non c’è bisogno di allontanarsi da Bedford Falls per essere felici (“La vita è meravigliosa”, 1946)… E così via, in una celebrazione dell’America profonda.

Regista-simbolo della seconda linea –cosmopolita, glamour, elitista, intrinsecamente cittadina- è un altro immigrato, il tedesco Ernst Lubitsch, che per una ventina d’anni non ha smesso di regalare agli spettatori americani uno sguardo sulla vita dell’alta società del vecchio continente, ma che occasionalmente ha messo in scena anche i flirt della New York bene in film come “Quell’incerto sentimento” (1941) o “Il cielo può attendere” (1943). Quando appare in queste pellicole, l’America extra-urbana è inevitabilmente stupida e volgare –magari ricca o ricchissima ma comunque ridicola, e tanto più ridicola perché così ricca ma incapace lo stesso di assaporare i veri piaceri della vita (un bicchiere di champagne, un concerto, poche gocce di profumo sul collo di una donna ingioiellata, il gioco leggero della seduzione…)- come i genitori della protagonista femminile de “Il cielo può attendere”, la magnifica Gene Tierney, che ai due capi opposti di un tavolo infinito si accapigliano per chi leggerà prima i fumetti sul supplemento domenicale del quotidiano al quale sono abbonati. Una riedizione moderna della “satira del villano” di tanta letteratura medievale (per esempio “la Nencia da Barberino” dell’elegantone degli elegantoni del suo tempo, Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico).

Certo, anche nelle “commedie sofisticate” (come le chiamano gli storici del cinema), una pausa nel tran tran della vita cittadina può rappresentare un’opportunità da cogliere al volo. Quale differenza, però! Fuggire da New York fa parte in questi casi di un rituale di corteggiamento per giovani scapoli ed ereditiere in cerca dell’anima gemella (“Susanna” di Howard Hawks, 1938) o di un processo di riconciliazione comica per vecchie coppie in crisi, pronte a ritrovare l’amore in una delle ville che in questi film tutti i magnati newyorkesi posseggono nel Connecticut (“L’orribile verità” di Leo McCarey, 1937; “La costola di Adamo” di George Cukor, 1949). Quasi un’esotica terra di conquista coloniale.

Il cinema e la letteratura escogitano talvolta delle provvidenziali terapie simboliche. E gli sceneggiatori di Hollywood provarono ben presto a risolvere il dissidio attraverso una coppia comica e sentimentale nell’arte e nella vita: Katharine Hepburn e Spencer Tracy. Nella seconda metà degli anni Trenta Hepburn aveva conosciuto la più clamorosa ascesa del decennio nell’olimpo delle star cinematografiche –e la più rapida caduta. Troppo distinta, troppo intellettuale, il pubblico aveva preso a detestarla e i produttori la consideravano, come si diceva allora, un veleno per il botteghino. Uno degli sceneggiatori più creativi del tempo, Garson Kanin, ebbe però l’intelligenza di reinventarla in “La donna del giorno” (1942) di George Stevens, dove Hepburn interpretava una brillantissima giornalista sposata a un cronista sportivo all’antica, a sua volta impersonato da Tracy, che –nella migliore tradizione shakespeariana de “La bisbetica domata” la rimette al suo posto in un finale esilarante in cucina. Fu il trionfo: che portò i due attori a innamorarsi anche fuori dallo schermo e a girare altri otto film assieme –non tutti, per fortuna, innervati da una morale così sfacciatamente anti-femminista e anti-intellettuale. In “Stato dell’Unione” (1948) di Frank Capra Hepburn sarà la moglie di un imprenditore repubblicano candidato alla presidenza degli Usa, che lei aiuta a non smarrire i propri sogni dietro a sondaggisti e spin doctors senza ideali. Far sposare davanti alla cinepresa l’uomo del popolo con una principessa del New England risolve forse i conflitti sul piano simbolico, ma potrebbe non essere più sufficiente a sanare le piaghe dell’America di oggi.

Tornano invece attuali le parole di Ippolito Nievo: il quale, di fronte all’inerzia delle campagne italiane agli appelli all’Unità nazionale, piuttosto che unirsi alla generale condanna dei preti, colpevoli di tenere le masse nell’ignoranza, prese di mira gli errori degli stessi patrioti. Il contadino ci ignora – scrisse in un “Frammento sulla rivoluziona nazionale” alla vigilia dell’impresa dei Mille- perché noi lo ignoriamo: “vendica con l’indifferenza alla nostra chiamata la nostra stessa indifferenza alle sue piaghe secolari”. Una lezione che –su entrambe le sponde dell’oceano- i presunti democratici non sembrano voler ascoltare.

 

                                                        Gabriele Pedullà

 

 

Questo articolo è stato pubblicato dall’”Espresso” del 31 gennaio 2021, alle pp.  76-79.