Così l’Oceano Atlantico entrò nel Mediterraneo
Il mito del diluvio universale popola le narrazioni di genti e tradizioni anche molto lontane fra loro. Dall’Africa al Messico, ma anche in Australia, Amazzonia, fino in Mesopotamia e nell’antica Grecia, infine nella Genesi biblica, l’eco dell’ira divina che si abbatte sugli uomini sotto forma di acqua, portando il mondo sull’orlo della distruzione, con un catartico azzeramento della vita e il suo rinascere, attraversa spazio e tempo. Mentre la scienza dura indaga il fenomeno sul piano geologico o geofisico per spiegare eventi in passato ascritti alla volontà divina, dal punto di vista antropologico e letterario si cerca di isolare i mitemi alla base di questo racconto e comprenderne le origini.
dunque su questo terreno sia il volume “I diluvi di Dio” di Federico Giuntoli, appena edito dal Mulino, sia una serie di ricerche che indagano in particolare l’evento catastrofico che va sotto il nome di “mega alluvione zancleana” (circa cinque milioni di anni fa). La più recente di queste (Land-to-sea indicators of the Zanclean megaflood”) è uscita in dicembre su Nature. Lo studio –condotto da Aaron Micallef (professore di Geoscienze all’Università di Malta) e da un’équipe internazionale in cui figurano anche l’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale di Trieste e le università di Catania e Palermo- sostiene che l’acqua dell’Atlantico prese, a velocità folle e con una portata di mille volte il Rio delle Amazzoni, a riversarsi nel Mediterraneo, allora ridotto a un bacino arido e stagnante. L’ingresso dell’acqua avvenne prima a Gibilterra e poi attraverso un varco tra l’attuale Sicilia e l’Africa continentale, fino a riempire anche la metà orientale del mare nostrum. Secondo questo studio fu la più grande alluvione singola mai registrata sulla Terra.
Il Mediterraneo impiegò tra i 2 e i 16 anni per riempirsi e ciò grazie allo straripamento su un corridoio marino di acque poco profonde nel sudest della Sicilia, vicino al canyon sottomarino di Noto. Più vicina a noi nel tempo fu l’inondazione che interessò il Mar Nero alla fine dell’ultima epoca glaciale (tra 20mila e 7500 anni fa), di cui raccontano Bill Ryan e Walter Pitman in “Noah’s Flood” (Simon & Schuster, 1998).
Che si tratti o meno dell’evento da cui scaturì il racconto poi confluito nella Genesi è tema ancora dibattuto da archeologi, geologi e teologi. Il problema nel reperimento di prove risiede nella difficoltà di confronto tra scale temporali non congruenti: la storia della Terra appare incommensurabile rispetto all’esistenza umana. Solo 4 millenni ci separano dalle prime testimonianze scritte di un diluvio. Quella biblica venne utilizzata come riferimento, a partire dal XVII al XIX secolo, per lo sviluppo della geologia come disciplina scientifica. Giuntoli legge il mito biblico attraverso un’analisi ordinata delle fonti letterarie precedenti, cui si ispirarono gli anonimi compilatori che descrissero l’evento riportato nei capitoli 6-9 della Genesi, verso la fine del VI secolo a.C.: si considerano, per esempio, i testi in scrittura cuneiforme sia in lingua sumera che accadica.
A seconda della versione del racconto, alcuni elementi –come la durata del diluvio, chi fu scelto per salvarsi, il tipo di animali ammessi, il motivo dell’ira divina- cambiano, dimostrando una rilettura del cataclisma localizzata e funzionale al tipo di messaggi da affidare alla narrazione (riti, discendenza, identità). Sulla motivazione dell’ira divina, mentre il dio biblico lamentava la malvagità dell’anima umano, secondo il racconto mesopotamico, fu il grande rumore profìdotto dagli uomini a turbare il sonno di Enlil (il dio sumero delle tempeste), il quale decise di sterminarli. Incredibilmente simili sono invece gli espedienti descritti messi in atto per capire se il castigo divino si fosse calmato e le acque ritirate: il prescelto che costruisce l’arca invia uccelli, colombe e corvi, per capire se e dove sbarcare.
Il nucleo comune e traversale a ogni versione del mito resta anche nell’interpretazione del gesto divino: il potere devastante delle acque travolge ogni forma di esistenza e azzera il creato riportandolo a una fase amniotica, ma ne preserva pochi elementi scelti da cui lanciare un nuovo inizio. L’acqua, in tutte le tradizioni materia primigenia come il fuoco, distende il suo potere rigenerante dopo la distruzione. La ricerca sull’evento zancleano, del resto, ha messo in luce anche gli effetti sulle specie viventi. Si calcola che in seguito al disseccamento del Mediterraneo antecedente l’inondazione, sparì ben l’89% della flora e della fauna, lasciando posto ad altre specie che tornarono a popolare la regione dopo la grande alluvione. Scienza e religione non sembrano poi così distanti.
Amanda Ronzoni Federico Giuntoli
Questo articolo è stato pubblicato ne “La Lettura” dell’8 giugno 2025, a pagina 22.