Francesco d’Assisi, il profeta ribelle

Francesco d’Assisi, il profeta ribelle

 

Il cardinale Joseph Ratzinger nel 1969 scriveva:

“Da che cosa si può riconoscere un carismatico autentico? A questa domanda non si deve rispondere in astratto. Essa è stata storicamente vissuta e sofferta e dunque può essere adeguatamente chiarita al meglio dai grandi rappresentanti dei compiti carismatici nella storia della Chiesa: Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena, Francesco d’Assisi, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola, e su un altro piano, Giovanna d’Arco e tanti altri. La figura carismatica più significativa nella storia della Chiesa è stata senza dubbio Francesco d’Assisi, nel cui destino, forse, possono anche emergere al meglio in modo esemplare tentazioni e grandezza del carismatico nella Chiesa.

Francesco non fu propriamente il fondatore di un Ordine, quantomeno non lo volle essere. Sapeva che il compito che lo attendeva era molto più radicale: egli voleva raccogliere un novus populus che seguisse il Discorso della Montagna sine glossa, trovando in esso la sua unica e immediata “regola”. Questo per Francesco significava esattamente l’opposto della “fondazione di un Ordine”: egli si è sempre opposto appassionatamente a inserire il suo nuovo popolo nel già noto schema giuridico-ecclesiastico di un “Ordine”, facendone una variante del monachesimo esistente, con una particolare spiritualità, con compiti e devozioni particolari, con sue proprietà. Le fonti testimoniano con estrema chiarezza con quanta passione egli rigettò quest’idea, quanto poco accettò di inquadrare il suo compito nel previsto schematismo giuridico di un “Ordine”. Quel che egli inaugurò doveva invece essere assai più un’antitesi al monachesimo esistente, dove la povertà individuale aveva condotto a una ricchezza collettiva sempre maggiore, cosicché i monasteri non rappresentavano più, come un tempo, la fuga saeculi, la fuga dal sistema mondano esistente, ma ne erano al contrario i rappresentanti privilegiati. Cluny, l’abbazia della riforma dal X al XII secolo, era via via diventata una delle più ricche signorie fondiarie, manifestazione privilegiata del sistema feudale; farsi monaco non significava più fuggire dal mondo, fuggire dal suo sistema di dominio e mettersi dalla parte dei senza tetto, dei poveri, dei dimenticati; significava, invece, venire a trovarsi nello strato più alto dei dominatori. E, soprattutto, gli Ordini non significavano più la peregrinatio del Vangelo, l’inquietudine missionaria dell’apostolo, ma con la loro stabilitas loci fissavano la Chiesa in uno statico sistema ecclesiastico locale privo di dinamica missionaria. Essi non rappresentavano più il correttivo alla società dato dalla fede, bensì l’espressione della completa fusione di fede e società, nella quale il sale della fede necessariamente perdeva qualcosa del suo sapore.

Quando Francesco fa appello a un nuovo popolo che non abbia altra regola se non quella del Vangelo; che non si nasconda dietro le glosse dei commenti e le riflessioni teologiche, ma che si sottometta alle esigenze del Discorso della montagna; che non abbia la garanzia della proprietà terriera, ma si esponga alla precarietà del lavoro quotidiano facendosi povero con i poveri –egli non fa altro che richiamare la Chiesa stessa all’ora escatologica, vuole purificarla a partire dal Vangelo per giungere a quella obbedienza totale che la prepara all’avvento del Signore. In fondo Francesco riprende in gran parte, così, quello che già avevano tentato i pauperes Christi, i valdesi: Chiesa dei poveri contro la Chiesa dei nobili e del grande latifondo: pietà e predicazione dei laici contro il dominio di un culto divenuto fine a se stesso; semplicità del Vangelo contro le sottigliezze della Scolastica. Erano tutti argomenti scottanti: tutti i movimenti di quel tipo erano guardati con sospetto e spesso deviavano verso istanze puramente socio-rivoluzionarie, settarie. Un tentativo senza speranza, dunque, che Francesco tuttavia intraprese nella letizia della sua fede e nella certezza del suo compito, fino al punto che si mise contro l’idea di crociata come manifestazione di quella fede ormai identificatasi completamente con la società di fronte al mondo non cristiano; e all’idea di crociata contrappose l’idea e la prassi dell’evangelizzazione.

Il rifiuto delle forme esistenti di Chiesa, quella che oggi si chiamerebbe protesta profetica, non avrebbe potuto essere più radicale di quella di Francesco. Giunse fino alla radice, fino al punto da dover esigere un novus populus. Ma questo “no” radicale alle forme concrete della cristianità occidentale coesistette con un “sì” alla Chiesa altrettanto radicale: fare tutto in obbedienza alla Chiesa romana rappresentò per Francesco un programma tanto radicale quanto quello di vivere unicamente nella più completa obbedienza alla lettera del Vangelo; collocandosi completamente nel tempo dello Spirito Santo proprio attraverso questa letteralità…

In Francesco d’Assisi è presente addirittura una mistica della Chiesa romana, dell’ordinamento gerarchico riassunto in essa, così come è presente in lui una mistica del Vangelo, del Discorso della montagna e dello Spirito che ci viene incontro rendendoci liberi”.

 

                                               Joseph Ratzinger  –  Benedetto XVI

 

Questo inedito, datato 1969, del Papa emerito Benedetto XVI, tratto dal volume VIII/1 della sua Opera omnia, “Chiesa: segno tra i popoli. Scritti di ecclesiologia e di ecumenismo” (Libreria Editrice Vaticana, pp. 950), è stato pubblicato ne “La Repubblica” del 25 febbraio 2022, a pag. 45.