Il 25 aprile del 1719 Defoe pubblicò “Robinson Crusoe”

Il 25 aprile del 1719 Defoe pubblicò “Robinson Crusoe”

C’erano ancora oceani sconfinati da navigare, isole deserte da esplorare, un altrove da raccontare. Oggi abbiamo bisogno di lui: contro la solitudine, i naufragi e le derive di chi odia la ragione.

 

Nell’inserto “Robinson” de “La Repubblica” di domenica 21 aprile 2019 è pubblicato un articolo di Michele Mari sui 300 anni del capolavoro di Daniel Defoe, “Robinson Crusoe”. In quel romanzo ci si ritrova in un pezzo d’Inghilterra ricostruito con meticolosità su una spiaggia sperduta, in un personaggio di assoluta razionalità.

Scrive di Defoe Mario Praz nella sua “Storia della letteratura inglese”: “Questo padre del romanzo moderno è ingenuo come un popolano quando si mette a scrivere un racconto; e l’aderenza alla realtà, dando un potente sapore di esperienza vissuta, redime quel che vi è di sciatto, di mal costruito, di superfluo nella sua opera. L’ingenuo atteggiamento verso la vita redime anche il carattere dell’uomo, mandando a male tutti i suoi piani machiavellici di arrivismo politico e di speculazioni finanziarie, onde invece d’un abietto agente segreto e di un freddo commerciante, vediamo in lui soprattutto un carattere pateticamente umano, una vittima; e invece d’un pennaiolo a scopi di lucro, un artista. Senza bisogno di ricorrere ad artificio alcuno consegue straordinaria potenza evocativa con la mera efficacia di note precise suggerite da un’immaginazione innamorata del particolare. Egli trovò un modo di dare l’impressione della realtà, della cosa vissuta, insistendo su minuti particolari che non erano essenziali all’intelligenza del racconto ma contribuivano potentemente a creare un’atmosfera” (p. 343).

A sua volta Virginia Woolf, nella sua Introduzione al romanzo (edita da Rizzoli nel 1980) commenta: “Com’è noto, si tratta della storia di un uomo il quale, dopo molte peripezie, viene gettato, unica creatura umana, in un’isola deserta. Basta la suggestione delle parole pericolo, solitudine e isola deserta a stimolare in noi l’attesa di una qualche terra lontana, ai confini del mondo, del sorgere e del tramontare del sole, dell’uomo avulso dai suoi simili che medita solingo sulla natura della società e sugli strani casi degli uomini. Ma lui ci contraddice a ogni pagina: né albe, né tramonti, non anima, né solitudine. Al contrario quel che ci sovrasta è una grande pignatta di terracotta. Ci informa, per così dire, che era il primo settembre 1651, che l’eroe si chiama Robinson e che suo padre ha la gotta. Realtà, attualità, materia dominano il romanzo (…) Tutto ciò che questo borghese coi piedi per terra annota, può essere preso per un fatto reale. E’ sempre indaffarato a contar barili e ad accumulare saggiamente le provviste d’acqua dolce (…) Con le parole più trite di questo mondo trasmette il senso di solitudine e di morte per i tanti compagni perduti: “In seguito non vidi più né loro, né un loro segno, eccetto tre cappelli, un cappuccio e un paio di scarpe scompagnate”.

                                                        Gennaro  Cucciniello

 

Probabilmente aveva ragione Virginia Woolf, quando spiegò il fascino del “Robinson Crusoe” con la sua capacità di spiazzare continuamente il lettore. Questi, avido e ingenuo, si aspetta già dal titolo (“La vita e le strane, sorprendenti avventure di R. C., di York, Mariner”), e comunque dall’argomento in se stesso, una storia esotica, e invece si ritrova in un pezzo d’Inghilterra ricostruito meticolosamente su un’isola sperduta, come in vitro; si aspetta una natura immane e pittoresca, e invece si imbatte in una serie di situazioni meramente fisiche (freddo caldo secco umido fertile sterile); mette in conto la disperazione o la malinconia o la follia del naufrago, quando invece Robinson è un personaggio di assoluta pragmaticità e razionalità, anzi un ragioniere che tutto computa, misura, programma. Il povero lettore, infine, si ripromette l’esperienza fantastica e regressiva dell’avventura, ma la sola, la vera avventura del romanzo, è il successo imprenditoriale del protagonista, uomo integro e sano. Non passerà un secolo, e in letteratura la salute del mercante si corromperà nel proprio contrario: avremo allora Michael Kohlhaas, che nel racconto di Kleist rinuncia al benessere, alla famiglia, alla patria e alla vita in nome di un capriccioso puntiglio.

Ma Robinson è ancora troppo borghese e troppo puritano per concedersi il lusso della dilapidazione: nel suo mondo tutto è quantitativo perché tutto è misurabile, accumulabile, moltiplicabile; il tempo stesso è oggetto di calcolo, al punto da reificarsi nei feticci del calendario e del diario. E però, paradossalmente, proprio questi elementi delusivi catturano a poco a poco il lettore, imponendogli quella chiarezza prospettica che secondo la Woolf è propria dei capolavori, e che non sfuggì nemmeno a Karl Marx, quando nel “Capitale” affermò di conoscere pochi altri testi in cui il rapporto fra l’uomo e le cose sia così “semplice e chiaro”.

Defoe ci impone la sua visione con l’autorevolezza di un capocantiere o di un pioniere d’industria, ci costringe a fare l’inventario delle merci insieme a lui, e alla fine di ogni capitolo distribuisce fra noi un po’ di dividendi. Così, senza accorgercene, leggendo il libro diventiamo tutti dei piccoli capitalisti e dei piccoli imperialisti, emuli di Robinson e perciò, in potenza, anche suoi concorrenti. Robinson, diciamocelo, non è molto simpatico; c’è in lui qualcosa di scostante, come se non si fosse mai tolto la parrucca del ricco puritano; ma indubbiamente è una figura ammirevole.

Torquato Tasso, che come sentenziò De Sanctis voleva essere eroico quando tutta la sua natura era idillica e sensuale, commise l’errore di puntare su un personaggio non erotico e non erotizzabile come Goffredo di Buglione: ebbene si può dire che Defoe sia riuscito precisamente nell’impresa di porre e mantenere l’ingente carico della narrazione tutto sulle spalle di un personaggio così, anaffettivo e metodico come una formichina. Romanzo di situazioni pratiche e di “cose”, il Robinson di Defoe ha potuto attraversare indenne la sensiblerie settecentesca e i tormenti romantici proprio perché, senza proporre alcun modello di “anima”, suggerisce e inscena tecnicamente un modo per sfuggire alla solitudine e alla morte. Non capiremmo altrimenti perché Rousseau avrebbe scritto: “Questo libro sarà il primo che il mio Emilio leggerà; per lungo tempo formerà da solo tutta la sua biblioteca e sempre vi occuperà un posto di rilievo. Qual è dunque questo meraviglioso libro? E’ Aristotele, è Plinio, è Buffon? No: è “Robinson Crusoe”.

 

                                                        Michele Mari