Belli. Tempo e Natura. “La lezzione de papa Grigorio”, “L’elezione del papa Gregorio XVI”, 25 aprile 1835. La fine di un Conclave vista nella routine quieta e nello scorrere lento del tempo quotidiano di una famiglia

La “Commedia umana” di G. Gioacchino Belli. Tempo e Natura. 3- La lezzione de papa Grigorio”.

 

E’ cosa nota che Belli, sperimentatore irrefrenabile in fatto di soluzioni linguistiche, andasse in giro per Roma munito di penna e foglietti, annotando con precisione di cronista esclamazioni, modi di dire, interi brani di dialoghi che sentiva dai suoi interlocutori popolari. E’ anche vero che il romanesco di allora non era una lingua molto omogenea. Per più ragioni. Nella prima metà dell’Ottocento l’antico dialetto romanesco –che era più simile al napoletano  (come si può dedurre dalla trecentesca e bellissima “Vita di Cola di Rienzo”)- era quasi scomparso dalla città. Da una parte, infatti, il sacco del 1527 e le epidemie avevano quasi spopolato Roma dei suoi abitanti originari, dall’altra lo Stato Vaticano ha sempre avuto una classe dirigente non locale. I cardinali arrivavano qui dalla Lombardia, dall’Emilia come dalla Campania e dalla Sicilia. In particolare la Curia romana è stata soggetta a una forte toscanizzazione già dal ‘400, con il risultato che anche la borghesia aveva preso a sdegnare un dialetto col quale si esprimevano solo le classi popolari e che perciò immediatamente denunciava il basso livello sociale di chi lo parlava. Diventata la lingua dei miserabili e dei reietti (a differenza del milanese usato da Porta, che era parlato dal popolo ma anche dalla famiglia Manzoni), il dialetto romanesco acquista anche una sua grandiosa espressività, tragica e grottesca insieme: è un volgare duro, sguaiato, incazzoso e sfottente, la lingua del sesso, della violenza, della miseria estrema, dell’empietà, del ghigno beffardo e sarcastico con il quale l’oppresso reagisce ai soprusi.

A volte sembra che quei popolani non conoscano la differenza tra umano e disumano. Tutto ciò che accade confonde il loro agire con l’agire naturale degli elementi. La violenza di un temporale, il flagello del vento, l’implacabilità del sole, l’avarizia della terra, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non sono semplici dettagli atmosferici ma la culla di sordide e violente tragedie. A volte i personaggi non sanno neppure perché uccidono e, se uccidono, a volte non ricordano neppure perché fuggono e da chi. C’è uno stordimento che confonde torti e colpe e allinea le loro azioni all’istinto degli animali braccati. E’ un’umanità minore e dannata che, inconsapevole, agisce fuori dalla storia (v. il sonetto “er lupo manaro” del 15 gennaio 1833). Non conoscono la trama della loro infelicità, non ne intuiscono le conseguenze: continuano a vivere dentro la sventura ignari del proprio destino. Ma così riescono ad assaporare anche tante gocce di breve contentezza.

“La coscienza che nulla può cambiare (nella mente del popolano le rovine della Roma antica testimoniano questo) accomuna tutti i personaggi. Allora unica difesa dei poveracci è il buon senso, la capacità di prendere la vita con filosofia; dalla descrizione di questo atteggiamento nascono parecchi sonetti nei quali donne e uomini, vecchi e disillusi, traggono le conclusioni della loro esperienza per trasmetterla a chi non sa ancora come vanno le cose del mondo. Sono questi i temi della meditazione sulla morte, sulla vecchiaia, sulla fugacità della bellezza, sull’illusorietà delle speranze in un domani migliore, risvolto amaro delle risate beffarde, degli insulti triviali e degli scherzi”.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi, abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri, tanto da riecheggiare la stringatezza sapienziale che fu dei Padri del Deserto. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 “La lezzione de Papa Grigorio”                                        25 aprile 1835

 

Quanno sparò er cannone, Bbeatrisce

dava la pappa ar fijjo piccinino:

mi’ marito pippava, e Ggiuvacchino

se spassava a mmaggnà ppane e rradisce.                                    4

 

Peppandrèa s’allustrava la vernice

de la tracolla; e io stavo ar cammino

a accenne cor zoffietto uno scardino

de carbonella dorce e de scinisce.                                                     8

 

M’aricorderò ssempre che ssonorno

sedisci men un quarto. Io fesce allora:

“Sciamancheno tre ora a mmezzoggiorno”.                                 11

 

Fra cquinisci e ttre cquarti e ssedisciora

se creò ddunque er Zanto Padre, er giorno

dua frebbaro che ffu la Cannelora.                                                  14

 

“L’elezione del papa Gregorio XVI”

 

Quando si sentì lo sparo del cannone (che annunciava la chiusura del Conclave e l’avvenuta elezione del nuovo papa), Beatrice dava la pappa al figlio piccolino: mio marito fumava la pipa e Gioacchino si divertiva a mangiare pane e ravanelli. Giuseppe Andrea si lucidava la vernice della tracolla, per prepararsi alla festa dell’incoronazione; e io stavo vicino al focolare ad accendere col soffietto uno scaldino di carbonella dolce e di cinice (a Roma era un leggero carbone di sterpi e di rametti sottili che bruciava presto e si manteneva sotto la cenere in una lunga incandescenza). Mi ricorderò sempre che suonarono le sedici ore meno un quarto (dal suono dell’Avemaria della sera precedente): perciò, a febbraio, erano le nove circa. Allora io dissi: “mancano tre ore a mezzogiorno”. Fra quindici e tre quarti e sedici ore (sempre dal suono dell’Avemaria) si creò dunque il Santo Padre, papa Gregorio XVI, il giorno 2 febbraio 1831, giorno della Candelora (è la festa della Purificazione di Maria, nella cui ricorrenza si benedicono le candele).

 

Metro: sonetto (ABBA, ABBA, CDC, DCD).

 

Le quartine. Lo spazio è il protagonista. C’è il suono deflagrante dello sparo del cannone, poi lentamente lo sguardo narrante si sposta lentamente ad osservare le azioni dei protagonisti nella piccola, povera cucina: Beatrice dà da mangiare al piccolino, l’uomo di casa si trastulla con la pipa, un figlio mangia pane e verdura, un altro è intento a lavoricchiare, la mamma traffica vicino al focolare. Lo scorrere lento del tempo consueto, la cura sbadata e ripetuta, la dedizione al proprio dovere, la pazienza umile e attenta, la delicatezza e la tranquillità del tempo che scorre. Gli otto versi contengono ben cinque enjambement (vv. 1-2, 3-4, 5-6, 6-7, 7-8), le azioni si coordinano con velocità e insieme con lentezza strascicata; le consonanti doppie fanno quasi rimbombare –con l’eco- il botto iniziale (quanno, cannone, pappa, piccinino, pippava, se spassava, Peppandrea, s’allustrava, tracolla, cammino, accenne, zoffietto), rafforzate dal gioco delle rime, delle assonanze e delle allitterazioni (pappa, pippava, spassava, s’allustrava / cammino, scardino / carbonella dorce e de cinice). Potenza della costruzione narrativa e limpidezza cristallina di una poesia vicina al silenzio. La semplicità come punto di arrivo. Scrive Vigolo che “il ritmo lento e appena sussurrato di quelle rime in –isce e in –ino ci dà il silenzio di quei minimi atti sommessi e mantiene l’umile scena su toni smorzati”. Sembra che un gioco ostinato di odori e sapori catturi la nostra attenzione, disturbante, commovente, illuminante e ci chiami a un esercizio di pazienza e di attenzione al quale al giorno d’oggi cominciamo ad essere decisamente poco abituati. Uomini e donne che sembrano rassegnati a un destino di povertà, vissuta quietamente ma che pure si illudono di contare anche loro qualcosa in quell’evento importante. E’ un rintocco della superstiziosa illusione della plebe romana, sprofondata nella miseria più nera, ma che pure credeva di vivere nel privilegio della luce riflessa della potenza della Santa Romana Chiesa.

Le terzine. Anche queste strofe sono introdotte da un suono, i rintocchi delle campane (sonorno), evocate nella memoria, che rimbombano nelle rime in “o” rafforzate dalle “r”, in un’eco quasi fiabesca (m’aricorderò ssempre), corretta subito da un’annotazione precisa (ciamancheno tre ora a mezzogiorno). Subito dopo, però, la nota circostanziata si perde nuovamente in un ritmo da cantilena (er giorno / dua frebbaro che ffu la Cannelora): l’elezione del papa affonda nelle ripetizioni cicliche delle liturgie popolari, in una perenne atmosfera sospesa. La grande storia irrompe, ma senza fracasso, nella routine quieta della microstoria e ne viene inghiottita. L’intelligenza intesse presente e passato, oggi e ieri, parole e cose, realtà e immaginazione. Il tono è piano, lento, perfino estenuante: una cronaca plebea della solenne liturgia vaticana. Certo, questa è una storia quotidiana e banale, una narrazione epica e intima allo stesso tempo e che risveglia in noi lettori risvolti sorprendenti che inducono a riflettere. Belli sembra che scriva quasi per evitare che si perdano nell’eternità del silenzio i colori dei nostri ricordi, il passato di affetti, tenerezze, frasi non dette, incomprensioni, distacchi, addii.

Alcuni mesi prima, nel dicembre 1834, il nostro poeta aveva affrontato il tema della scelta del nuovo papa da un’angolazione, potremmo dire, macro-storica: gli equilibri in seno al sacro Collegio cardinalizio, le caratteristiche del governo papale, la supina sottomissione del popolo romano e –più in generale- dell’intera comunità cattolica (vedi “L’elezzione nova”, 18 dicembre 1834, nel portale “Lezioni testuali…”). In questo testo, invece, con felice intuizione micro-storica, l’elezione del papa è inquadrata nella cornice tranquilla di una casa popolare romana, povera ma piena di affetti e di sapiente vita vissuta.

 

Due giorni dopo, il 27 aprile 1835, Belli ritorna su tematiche papaline:

 

                                               La dipennenza der Papa

 

Dice c’a ssentì er Papa in concistoro

quanno sputa quarc’antro cardinale

ce sarebbe da facce un carnovale

da venne li parchetti a ppeso d’oro.                                                4

 

Principia a inciafrujà che ppe decoro

de tutto quanto er monno univerzale

vorrebbe dà er cappello ar tale e ar tale;

e qui aricconta le prodezze lòro.                                                      8

 

Ariccontate ste prodezze rare,

passa a dì: “Venerabbili fratelli

je lo volemo dà? Che ve ne pare?”                                                    11

 

Detto accusì, senz’aspettà che quelli

je diino la risposta de l’affare,

te li pianta e spidisce li cappelli.                                                        14

 

                                               L’indipendenza del papa

Si racconta che a sentire il Papa nel Concistoro quando crea (“sputare” nasce dal modo di dire “tenere i cardinali in pectore”) qualche altro cardinale ci sarebbe da farci un Carnevale, quando si vendono i palchetti a prezzi carissimi, come se fosse uno spettacolo teatrale. Comincia a imbrogliare che per il decoro di tutto l’universo mondo lui vorrebbe dare il cappello cardinalizio al tale e al tal’altro; e qui si mette a raccontare le loro prodezze. Finito di esporre questi rari eroismi, dice: “Fratelli venerabili, vogliamo darglielo? Che vi sembra” (Venerabiles fratres… quid vobis videtur?). Detto questo, senza aspettare che quelli formulino una risposta, li pianta lì e spedisce i cappelli. (In realtà, dopo la domanda del papa, i cardinali, secondo il cerimoniale, si tolgono la berretta chinando il capo in segno d’assenso, né è ammessa altra risposta. Ma nei secoli passati, annota il Belli, le cose andavano diversamente e i cardinali discutevano effettivamente le nomine).

 

                                                                       Gennaro  Cucciniello