Ladri e spie delle materie prime nei secoli

Ladri e spie delle materie prime nei secoli

Ne “La Lettura”, supplemento culturale del Corriere della Sera del 15 agosto 2021, è pubblicato questo lungo e dettagliato articolo di Alessandro Giraudo, professore di Economia internazionale e Storia economica della finanza in una delle “grandes écoles” di Parigi. Nel 2019 ha pubblicato il saggio, “Storie straordinarie delle materie prime”, Add editore.

                                                        Gennaro Cucciniello

 

Nel corso dei secoli la ricerca spasmodica di materie prime ha alimentato incredibili operazioni di spionaggio. Ma dello spionaggio conosciamo solo successi clamorosi e altrettanto clamorosi fiaschi. I successi silenziosi non sono noti, anche se le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Come sotto gli occhi di tutti sono, oggi, le campagne predatorie in Africa e le contese internazionali sui minerali cinesi necessari all’industria informatica e medica (dall’iPhone alle tecnologie diagnostiche più avanzate) e meccanica (batterie pulite per auto elettriche, turbine eoliche, sottomarini): coltan, cobalto, grafite, litio, neodimio, niobio, terre rare…

Da sempre lo spionaggio si sviluppa secondo le tecniche basate su tre lettere: M, E, S. La lettera M rappresenta la moneta: le spie sono sempre state sensibili all’attrazione del denaro… Dante nella “Commedia” parla del fiorino di Firenze e lo chiama “il fiore maledetto che può tutto corrompere”. La lettera E rappresenta l’ego. L’ego nutre molte folle umane ed è alla base di successi eccezionali e di errori mostruosi. La lettera S rappresenta il sesso. Da Targelia di Mileto (la bellissima donna che ebbe un ruolo importante nelle guerre persiane contro la Grecia) a Mata Hari, da Casanova al funzionario francese che si compromise con i servizi segreti di Mao per amore di un attore che credeva una donna (da cui la pièce e il film M. Butterfly), la componente erotica nelle biografie delle spie è piccante e infinita.

Conosciamo diversi nomi di agenti che hanno lavorato nello spionaggio militare e civile, pochissimi nello spionaggio economico, industriale e commerciale. Si presenta meno glamour… ma numerosi Paesi e altrettante città hanno vissuto e prosperato anche grazie allo spionaggio economico, industriale e commerciale.

Uno dei casi più eclatanti è quello di Venezia. Pur possedendo solo alcune regioni nell’entroterra del Nordest italiano e minuscoli territori costieri in alcune aree del Mediterraneo, Venezia sfida con successo regni e imperi molto più potenti dal punto di vista geo-militare ed economico. Trasforma i suoi ambasciatori e consoli, numerosi rappresentanti commerciali e mercanti, in agenti molto informati, piazzati sullo scacchiere geografico ed economico attraverso una trama di relazioni complesse. Tutti questi uomini sono in grado di informare molto rapidamente gli alti responsabili della Serenissima e consentono loro di agire e reagire in tempi brevi a eventi, comunicazioni, rumori, flussi commerciali. Per lungo tempo gli uomini dello spionaggio di Venezia sono stati fra i più sofisticati informatori.

E’ Venezia che produce gli inchiostri simpatici più efficaci, utilizzando diverse materie prime vegetali e minerali… e persino l’urina. L’informazione viaggia perché è scritta tra le righe e ancora oggi l’espressione leggere tra le righe viene utilizzata per indicare una lettura attenta capace di interpretare la (vera) realtà dei fatti.

E’ Venezia che concentra –dovremmo dire: isola– la manifattura di due strategiche produzioni in due isole della laguna: Murano per il vetro e Burano per i merletti. La logica per concentrare i vetrai su una sola isola è motivata dal rischio degli incendi… ma qual è la logica per isolare le merlettaie su un’altra isola? Le autorità veneziane puntano a proteggere il monopolio nella tecnologia del vetro e il quasi-monopolio nella produzione dei merletti. Tutti i lavoratori di queste industrie sono strettamente concentrati e controllati: la decisione rende molto più facile il lavoro della polizia ufficiale e, soprattutto, della potente polizia segreta. Sappiamo anche che ogni vetraio e merlettaia fuggiti per lavorare all’estero (e quindi esportare il sapere veneziano) vedeva la sua famiglia trascorrere qualche tempo nei camerotti, le celle di custodia cautelare delle prigioni veneziane. Inoltre, le merlettaie venivano minacciate di una punizione terribile: le loro pupille potevano essere perforate per accecarle.

Le operazioni di spionaggio per ottenere materie prime costano spesso molto care, ma la posta in gioco è importante e i mandanti aprono volentieri i cordoni della borsa. Il gioco vale la candela per il vetro e i merletti; ma vale anche per conoscere i misteri della lavorazione della seta; la tecnologia per produrre porcellana; le alchimie per realizzare carta, specchi, colori; gli umori dei terreni e l’acqua necessaria per coltivare caffè, tè, spezie.

La caccia alle spezie.

Il controllo del mercato europeo del pepe ha innescato un conflitto commerciale lungo un secolo tra i mercanti di Venezia, che da sempre si sono riforniti di questa spezia ad Alessandria d’Egitto e nei porti siriani, e i portoghesi. Dopo l’apertura della rotta Lisbona-Capo di Buona Speranza-Calicut (1498), i mercanti lusitani vanno a caricare il pepe direttamente nell’Oceano Indiano e lo trasportano a Lisbona e poi ad Anversa.

Nel luglio 1511, nel suo diario ricco di puntuali e acute osservazioni, Girolamo Priuli (mercante, diarista e doge della Serenissima) scrive che “la perdita veneziana del controllo sulle spezie è l’equivalente della perdita del latte materno e del cibo per un neonato”. Spesso la repubblica deve inviare le sue navi a Lisbona per rifornire e garantire l’approvvigionamento del mercato di Rialto. Per 40 anni Venezia lotta con Lisbona, poi è il Portogallo nel 1575 che propone di affittare il commercio del pepe a Venezia, ma la Serenissima rifiuta.

Dieci anni dopo, Filippo II di Spagna, che dal 1580 ha preso il controllo del Portogallo, offre il contratto ai mercanti di Milano, Genova e Firenze; senza successo. Allora si rivolge ai mercanti tedeschi, che accettano. I contratti sono due: quello asiatico (acquisto e trasporto del pepe a Lisbona) firmato dai Fugger e dai Welser, due grandi famiglie mercantili bavaresi; quello europeo (distribuzione del pepe in tutto il continente) firmato dai Welser e da altre case commerciali di medie dimensioni. Ma questi contratti non si rivelano molto redditizi: perdite di carichi, naufragi, imboscate dei pirati. I Fugger rinunciano all’avventura. Inoltre, il pepe abbonda in Europa e a venezia continua ad arrivare dall’Egitto.

Dietro tutte queste trattative mercanteggiate, formali e informali, c’è una grande attività di spionaggio e disinformazione. Venezia fa circolare la voce secondo cui il pepe di Lisbona, dopo un viaggio troppo lungo, perde molte qualità e i mercanti mostrano di crederci: il prezzo del pepe portoghese è inferiore a quello veneziano.

Invece per il controllo della produzione di noce moscata si combatte una guerra calda fra olandesi e inglesi. Questa spezia è coltivata soprattutto nella piccola isola di Run, in Indonesia, tre chilometri di larghezza per uno! Conosciamo il risultato: dopo due guerre, nel 1667 gli olandesi ottengono il controllo dell’isola ma cedono agli inglesi la città di New Amsterdam (Manhattan), che è ribattezzata New York in onore del duca di York.

L’isola di Run è protetta da ronde agguerrite di barche e sono previste pene detentive per gli stranieri che provano a sbarcare… Neppure gli uccelli sono benvenuti, perché si teme che possano trasportare altrove i semi di noce moscata.

Le imprese di monsieur “Pepe”.

Sono cinque i paesi europei coinvolti in una estenuante guerra fredda, commerciale e spionistica, salvo qualche scaramuccia militare, per il controllo delle spezie. Questi prodotti rappresentano un terzo del commercio mondiale del Cinque-Seicento, consentono da sempre di produrre ingenti profitti e sono una fonte essenziale di entrate fiscali. Spagna e Portogallo controllano le regioni di produzione e molti mercati di destinazione. L’Olanda, attraverso la Compagnia delle Indie occidentali (Voc), penetra gradualmente in questi territori alla ricerca di spezie e tenta di cacciare i mercanti iberici; l’Inghilterra, con la Compagnia delle Indie orientali (Eic), e poi la Francia, perseguono accordi e strategie per partecipare alla distribuzione dei profitti. Madrid e Lisbona allestiscono importanti reti di controspionaggio; le altre tre capitali organizzano ripetute operazioni per mettere gli artigli sui luoghi di produzione o cercare semi o germogli di alberi di spezie per piantarli nei loro territori.

A questo punto della storia, la vicenda di Pierre Poivre (1719-1786) rappresenta un caso classico… Il suo cognome (pepe in francese) lo destina a grandi avventure nel settore! In seminario si addestra per evangelizzare i popoli d’Oriente, ma è un appassionato di botanica. Durante un viaggio nei mari asiatici la sua nave è attaccata dagli inglesi; un colpo di cannone gli strappa una mano, viene curato dagli assalitori che però devono amputargli un braccio e scaricarlo nel porto olandese di Batavia (Jakarta), dove si dedica allo studio di due spezie molto costose: noce moscata e chiodi di garofano. Tornato a Parigi, convince i responsabili della Compagnia Francese delle Indie Orientali a organizzare un’operazione segreta per rubare le piante delle due spezie. Grazie alla complicità di un mercante cinese, porta a termine l’operazione e affida i germogli al direttore del giardino botanico delle isole Mauritius, che tuttavia osteggia questo esperimento e fa anche innaffiare le piante con acqua calda per sabotare l’operazione.

Dopo un altro soggiorno in carcere a Cork (catturato questa volta da un corsaro inglese) sbarca a Manila (territorio della Corona spagnola) con una missione ufficiale di copertura: eseguire rilievi cartografici. Ancora una volta riesce a sottrarre semi e germogli di chiodi di garofano e di alberi di noce moscata e trasportarli nelle Mauritius, dove però le piante soffrono il clima. Ci riprova, ma il governatore dell’isola ha reso noti gli obiettivi dell’operazione a Città del Capo (controllata dagli olandesi) e le autorità di Manila diventano sospettose. Ci riprova ancora, e i germogli questa volta vengono piantati a Mauritius, a La Réunion e alle Seychelles. Nel 1678 è nominato per quattro anni intendente delle Mauritius e Bourbon. Su quest’isola introduce il litchi e l’anice stellato dal Giappone e l’avocado dal Brasile… ancora una volta rubando i semi. Alle Mauritius riesce infine ad acclimatare con successo pepe e cannella.

Anche il caffè fa la sua parte…

Gelosissimi del loro caffè, gli arabi ne vietano l’esportazione per molto tempo. A partire dal tardo Cinquecento, tuttavia, la domanda degli europei diventa impetuosa. Allora i produttori iniziano ad esportarlo ma scottano i semi (caffè verde) in modo da uccidere l’embrione ed evitare la possibilità di piantarlo e farlo germogliare.

Nel XVI secolo Baba Budan, un pellegrino sufi che sarà venerato sia dai musulmani che dagli indù, durante il suo tradizionale viaggio alla Mecca, riesce a portare fuori dall’Arabia sette ciliegie di caffè (14 semi). Tornato in India, li pianta davanti alla sua capanna a Chickmagalur, sulle montagne di Mysore. Così, con solo 14 semi, ma qualche secolo più tardi, nel XIX, l’India diventa il primo produttore mondiale di caffè… Oggi la produzione indiana nel mondo figura all’ottava posizione e rappresenta meno del 20% di quella del Brasile.

L’olandese Nicolaas Witsen (1641-1717), diplomatico e cartografo, uno dei responsabili della Voc, insiste per lungo tempo affinché l’Orto botanico di Amsterdam pianti alberi di caffè in Indonesia (sotto controllo olandese). Senza successo. Allora il suo connazionale Nikolaus Witten organizza un commando militare: nel 1690 raggiunge la costa di Moka, alle Mauritius, e sbarca 40 uomini che razziano una piantagione di caffè, raccolgono quante più ciliegie riescono e portano via il massimo possibile di giovani germogli. Tutto questo caffè viene piantato in due isole indonesiane sotto controllo olandese (Giava e Sumatra). Circa 25 anni dopo, gli olandesi piantano alberi di caffè anche nella Guyana olandese (attuale Suriname).

Tutte le piantagioni –fonti di reddito per i commerci e le casse statali- sono sorvegliate da pattuglie militari. Il governatore della Guyana francese chiede agli amministratori olandesi alcune piante di caffè, ma ottiene un rifiuto molto netto. E’ grazie a un disertore chiamato Morgue, al quale viene promessa la grazia, che chicchi di caffè rubati arrivano in territorio francese. Ma anche i portoghesi in Brasile vogliono piante di caffè. Perciò nel 1727 organizzano un’operazione di spionaggio. Inviano il sergente Francisco de Melo Palheta (un uomo di bell’aspetto) dal governatore francese della Guyana, con la missione ufficiale di discutere la linea di confine fra i Paesi. Il falso diplomatico conquista il cuore della moglie del governatore: nel mazzo di fiori che lei offre a lui ci sono anche piante di caffè. Nel XX secolo il Brasile diventa il primo produttore mondiale.

Il furto dei germogli di tè.

Il consumo inglese di tè esplode dopo il drastico taglio della fiscalità (dal 119 al 12,5%) deciso nel 1784 dal governo Pitt. Il forte calo delle entrate fiscali viene compensato con un incremento delle imposte sulle finestre (proprio così: con un significativo aumento delle malattie polmonari). Le importazioni del tè dalla Cina sono pagate con argento (di cui la Cina è sempre affamata) e con le esportazioni di oppio inglese coltivato in India.

Dopo la prima Guerra dell’oppio con la Cina (1839-1842), lo spionaggio inglese segnala che Pechino potrebbe liberalizzare la produzione e il consumo di oppio nel Paese; se così fosse, le importazioni inglesi di tè potrebbero provocare un’emorragia supplementare per la bilancia commerciale britannica. Nel 1848 i responsabili della Compagnia delle Indie Orientali decidono perciò di conoscere meglio le tecniche di produzione e lavorazione del tè dei cinesi e (magari) di rubare piantine di tè per impiantarle nelle regioni simili dell’India o dello Stato dell’Assam, dove il tè è già coltivato ma non molto apprezzato dai raffinati palati imperiali inglesi, abituati a quello cinese.

La Compagnia chiede a uno dei suoi consulenti tecnici, John Forbes Boyle, di scegliere un botanico che possa svolgere un’operazione difficile e rischiosa. La scelta cade su Robert Fortune (1812-1880), botanico del Chelsea Physic Garden di Londra; il suo stipendio viene moltiplicato per cinque per incoraggiarlo ad accettare la missione. Ha già trascorso tre anni in Cina e parla il mandarino. Arrivato a Shanghai, si veste come un cinese, si rade il capo, si fa crescere la treccia manciù dei capelli, si fa chiamare Sing Wang (fiore splendente) e dice a tutti di essere cinese, ma originario dei confini occidentali. Fortune viaggia e visita le fabbriche che lavorano il tè. Un anno dopo, durante il secondo viaggio, riesce a procurarsi  10mila semi e 13mila piantine di tè che stipa in alcune casse Ward, piccole serre per il trasporto di piante su lunghe distanze.

Il guaio è che tutte le piante marciscono durante il viaggio tra il porto di Calcutta, dove sbarcano provenienti dalla Cina, e le pendici dell’Himalaya, dove devono essere piantate… Un dipendente della Compagnia innaffia troppo le piante. Non è stato correttamente informato dell’operazione.

Fortune è ancora in Cina e non ha notizie dell’insuccesso del carico. Visita persino un monastero buddhista, dove la sua nuova guida mente spudoratamente presentandolo come un discendente della dinastia mongola; in segno di rispetto i monaci gli offrono molte piante di tè di alta qualità. Finalmente, a partire dal 1851, iniziano a crescere sulle pendici dell’Himalaya le piante, in gran parte rubate in Cina. L’India diventa un importante produttore di tè. Oggi è il secondo dopo Pechino.

In lotta per chinino e gomma.

Nel 1759, a Londra, la principessa Augusta (madre del re Giorgio III) crea i Kew Gardens. L’obiettivo è estetico (la bellezza delle piante), ma anche economico e strategico: la Gran Bretagna, come altri Paesi, desidera disporre di piante provenienti da tutto il mondo che abbiano –anche- un valore economico, farmaceutico, scientifico. L’era della colonizzazione alimenta una forte domanda di prodotti della farmacopea contro le febbri e la malaria. Londra è alla ricerca di una soluzione per reperire prodotti della prima industria farmaceutica coltivati principalmente in Perù (la Cinchona, secondo la classificazione di Linneo).

Nel 1859, un secolo dopo, il British Indian Office incarica il giardiniere-botanico Robert Mackenzie Cross di rubare semi e piccoli germogli di Cinchona succirubra in Ecuador; con questa pianta (il chinino) si producono farmaci in grado di combattere la malaria e le febbri. Ma Cross si ammala di una febbre che viene curata proprio con le piante che lui stesso dovrebbe rubare. Un anno dopo si trova in Perù, dove ottiene con vari artifici e con parecchi ocho reales centomila semi e seimila piccoli arbusti di china che vengono spediti a Londra e, poi, in India e a Ceylon.

Cross lavora per dieci anni come botanico-spia-esploratore in America latina e nel 1875 viene investito dal London Botanical Garden di Kew della missione di trovare semi e piccoli germogli di Castilla elastica. Questo albero, che produce una specie di gomma, possiede proprietà farmaceutiche molto efficaci contro diarrea, dissenteria, febbre. E’ anche utilizzato come cicatrizzante. Cross strappa con successo ciò che gli è stato chiesto (la castilla), ma la sua nave ha un grave incidente in Giamaica. Soccorso da un vascello inglese, riesce a sbarcare a Londra alcune delle settemila piante che è stato in grado di raccogliere.

Ma l’operazione più interessante Cross la porta a termine nel 1876: ruba –letteralmente- un migliaio di hevea, la pianta che produce la migliore qualità di caucciù.

Nel frattempo, l’esploratore Henry Alexander Wickham (1846-1928), che vive in Brasile, dove viaggia e scrive ameni resoconti delle sue avventure, convince il direttore dei Kew gardens di Londra, sir Joseph Hooker, che può procurarsi semi di hevea per piantarli nell’orto botanico e, forse, anche nelle colonie britanniche, soprattutto in Asia. Ottiene un contratto e un mandato dal governo britannico dell’India. E’ molto fortunato perché le autorità brasiliane stanno facendo enormi sforzi per proteggere il loro monopolio. La nave oceanica Amazonas attracca nell’alto bacino della regione e scarica merci e persone. Wickham la noleggia per una somma di denaro incredibile perché è riuscito, con l’aiuto degli indios locali, a rubare 74mila semi di hevea. Ottiene la licenza per esportare questo bottino dichiarando che si tratta di semi accademici destinati al London Botanic Garden e nella polizza di carico della nave vengono registrati soltanto come semi generici. Il prezioso carico sbarca a Liverpool e parte con un treno speciale per Londra. Meno di tremila riescono a germogliare, ma questa buona notizia è sufficiente per poterli inviare a Ceylon, nella Malesia britannica e a Singapore.

L’impatto sulla produzione di caucciù brasiliano è drammatico. La fiorente industria locale della gomma precipita in una crisi profonda. Terminano qui anche le follie di Manaus, la città che si è arricchita con il caucciù. Oggi il Brasile è il decimo produttore. L’Asia tropicale diventa il bacino di questa industria e alcuni eventi della Seconda guerra mondiale mostrano chiaramente gli interessi dei belligeranti:                                                                                    controllare la produzione asiatica di un prodotto strategico.

Per concludere.

E’ possibile a questo punto definire tre grandi epoche dello spionaggio nel mondo delle materie prime. Il primo periodo arriva fino al momento che precede le grandi scoperte. Tre continenti sono parzialmente globalizzati (Europa, Africa, Asia). Mercati e mercanti s’incaricano di diffondere prodotti e conoscenza, anche se i venditori cercano con ogni mezzo di proteggere la loro produzione e la loro ricchezza. Per strappare semi e segreti sono mobilitati in continuazione denaro, spedizioni, uomini e donne. La seconda fase è quella inaugurata quando l’Europa riesce –in un ventennio- a spalancare tre grandi porte sul mondo: nel 1492 Colombo e l’America, nel 1498 Vasco de Gama e l’apertura della rotta Lisbona-Capo di Buona Speranza-Calicut, nel 1513 l’esplorazione di Vasco Nunez de Balboa del Mare del Sud, poi chiamato Oceano Pacifico da Magellano con la sua spedizione salpata nel 1519. Nasce qui l’economia-mondo: sono scoperti e incominciano a circolare numerosi nuovi prodotti –frutti, piante, animali spesso sconosciuti (mais, patata, pomodoro, cacao, tacchino e più tardi caucciù, chinino, tabacco…). Il loro possesso e la capacità di produrli scatenano lo spionaggio realizzato con ogni mezzo disponibile e abbondanti risorse finanziarie.

Infine, l’epoca attuale: un’esplosione dello spionaggio economico, tecnologico, informatico, minerario… Ma questa è la cronaca di questi anni, tuttora in corso.

 

                                                                  Alessandro Giraudo