Leggiamo oggi “La Germania” di Tacito

Il virus dei barbari germanici

Vitalissimi. Cruenti. Devastanti come una pestilenza. Così Tacito descriveva i popoli oltre il Reno. Una lettura che spiega ancora molto del nostro rapporto con lo straniero.

 

Nel settimanale “L’Espresso” del 9 agosto 2020, alle pp. 74-76, è pubblicato questo articolo di Stefano Vastano. Nel testo il giornalista dialoga con Dino Baldi, filologo e docente a Firenze.

A commento del giudizio di Baldi, che emerge in modo chiaro da questa intervista, voglio riportare l’opinione di E. Paratore nella sua “Storia della letteratura latina” (Sansoni, 1962): “ Alcuni hanno voluto supporre che Tacito volesse porre in rilievo, a critica dei Romani degeneri del suo tempo, la strenua semplicità dei Germani, quasi sacrificando alla letteratura dell’utopia e iniziando il mito rousseauviano del buon selvaggio e quasi intendendo esortare i suoi connazionali a modellarsi su quei popoli guerrieri, che sembravano perpetuare le severe tradizioni da cui Roma era stata educata alla virtù e condotta alla grandezza. Ma più di questa eccessiva interpretazione è accettabile l’altra, secondo la quale, facendo tesoro delle sue esperienze dirette (forse nell’89 d.C. egli fu propretore o legato nelle regioni nord-occidentali dell’impero) e arricchendole con la consultazione delle fonti letterarie (Cesare e Plinio il vecchio in primo luogo), Tacito ha voluto richiamare l’attenzione dei Romani sul pericolo che rappresentavano per loro queste popolazioni così valide, frugali e guerriere, pur non condividendone –naturalmente- i costumi e le idee. E’ un’operetta unica nel suo genere: mai prima di allora era accaduto a Roma che uno scrittore dedicasse un’opera a parte agli usi e costumi di una popolazione barbarica, raffigurata con linguaggio accessibile alla mentalità romana. L’opera è il primo grande documento letterario dal quale prende le mosse tutta la filologia germanica  (pp. 699-700)”.

                                                        Gennaro  Cucciniello

 

Rozzi. Barbari al massimo grado. E quella loro terra “informe, dal clima pessimo, squallida a viverci e senza nulla di bello”. Così Publio Cornelio Tacito scrive delle genti stanziate al di là del Reno nel “De origine et situ Germanorum” e della loro “Germania”, come il suo libello è meglio noto. Un testo che lo storico e senatore romano scrive nel 98 d.C. E che, da Lutero sino alle furie ideologiche dei nazisti, influenzerà non solo l’immaginario dei tedeschi ma anche, in tempi di polemiche UE sulla solidarietà tra Paesi, il modo in cui vediamo l’Europa del Nord.

“Per molti aspetti questo di Tacito è un testo profetico e altamente attuale”, esordisce Dino Baldi, scrittore, filologo e docente presso l’ateneo di Firenze, e curatore (per Quodlibet) di una bellissima edizione della “Germania”. Non solo: Baldi ha curato anche una nuova edizione dell’Anabasi di Senofonte, testo cruciale della cultura greca, e specchio in cui guardare a noi stessi nel nostro riflesso sugli Altri. I cosiddetti “barbari”.

“Con la Germania di Tacito è l’idea di impero a entrare in crisi, il nostro rapporto non solo con i barbari, ma con la stessa civiltà”, continua Baldi, che ci accompagna nel comprendere quale messaggio può venirci oggi dai classici greci e latini rispetto alla gestione degli effetti dell’epidemia e le crisi politiche.

Gli antichi avevano una doppia spiegazione delle pestilenze”, nota Baldi. “Contemplavano sia la collera divina che quella umana. Nelle “Questioni naturali”, ad esempio, Seneca parla dei miasmi dalle profondità della terra che si depositano nelle acque, nell’aria e poi infettano le città. Teniamo presente che, da Omero in poi, la peste è un luogo comune letterario. Anche Tacito racconta la pestilenza che si ebbe nel 66 d.C., sotto Nerone. La peste antonina fu la tempesta perfetta, in un momento nel quale l’impero romano –sotto Marco Aurelio- fronteggiava due guerre pesantissime, in Oriente e in Occidente”.

Per Tacito, però, la crisi più grave non viene dalla peste, ma dalla “Germania”, da quei barbari dai costumi così cruenti, come descrive nel suo libello. “Secondo Svetonio, la peste neroniana del 66 provocò 30mila morti nella capitale, ma per Tacito il vero pericolo non è quello biologico”, sottolinea Baldi, “ma il fatto politico-morale che Roma non è più una repubblica, e i romani sono deboli rispetto alla vitalità dei barbari. Un virus: i Germani avevano un altissimo tasso di natalità ed erano pronti, come in uno tsunami barbarico, a scavalcare ogni limes”.

All’inizio dello scontro con questi vitalissimi barbari c’è il trauma di un impero che, nel 9 d.C., nelle selve di Teutoburgo, si vede annientare tre legioni dai germani di Arminio. Per Roma è una catastrofe. Ma per generazioni di tedeschi una leggenda.

“Tacito, continua Baldi, non cita mai Teutoburgo nel suo libretto ma smentisce la propaganda di Augusto, il principe che ha subito quella sconfitta facendo finta che il problema dei germani ribelli fosse risolto e l’impero si estendesse sino all’Elba. Il libro di Tacito è una colossale dimostrazione del fatto che i Germani –alla fine del I secolo- non erano affatto domati, ma pericolosissimi”. E’ il sogno cesariano di conquista del mondo, di arrivare cioè al Mar Caspio, che i Germani spezzano per sempre. Ed è l’ambizione universale romana che Tacito smonta.

“Traiano è governatore della Germania superiore quando è eletto imperatore”, precisa Baldi. “Dopo la nomina resta per mesi con il grosso delle truppe a Colonia, creando ansia a Roma. Come leggiamo da epigrammi di Marziale che invoca il Tevere di “restituire Traiano al suo popolo e alla sua città”. Per questo la “Germania” è un instant book”.

In effetti, le descrizioni che Tacito fa dei popoli oltre il Reno sono duri moniti politico-morali a uso e consumo dei romani. “L’etnografia di Tacito è domestica: in ogni sua riga è forte la volontà di descrivere i Germani per parlare ai Romani. Ma anche oggi la figura e la vita del “barbaro” ci toccano molto da vicino, per capire chi siamo noi e la nostra civiltà rispetto a colui che definiamo in questo modo”.

Per Tacito non ci sono dubbi: i barbari incarnano il binomio di Virtus e Libertas. Quel motore cioè che spinse Roma nell’epoca aurea della Repubblica. “La sua Germania è spiazzante”, riassume Baldi, “perché vede quel popolo sia come barbari, al di sotto della civiltà romana, che come modello vincente di una Libertas non addomesticata, che in fondo a lui ricorda l’origine della virtus romana. Per Tacito, che in questo è profetico, l’impero non è il non plus ultra della civiltà, ma l’inizio della decadenza. Il suo modello è la libertà repubblicana precedente alle guerre civili. Sono gli stoici i primi a inaugurare la visione del “barbaro” come origine e specchio di una civiltà che si sta indebolendo in una corruzione, appunto, “barbarica”. Tacito insomma invita i Romani a riflettersi nell’Altro, soprattutto per capire cosa ormai non sono più. Cosa hanno perso per strada trasformando Roma in un impero. Alla fine dunque i veri barbari siamo noi?

“Leggere la “Germania” serve a questo esercizio stoico-epicureo, ad alimentare la capacità di guardarsi dall’esterno, per rimettere in gerarchia ciò che ti capita, sia un dolore individuale che il tuo rapporto con lo straniero. Tacito sente la necessità di vedersi da fuori rompendo il tipico sguardo autoreferenziale del potere. E ritengo che questo esercizio possa tornarci utile anche oggi”. Angosciati come siamo dalla tripla emergenza delle pestilenze, delle migrazioni globali e del cambiamento climatico.

L’autore della “Germania” fu il primo acuto testimone dell’eterno rapporto di seduzione e rifiuto fra Roma e i Germani. Delle due “velocità”, se vogliamo, nel seno d’Europa. Quel conflitto a cui benedetto Croce, nel 1944, dedicò il saggio “Il dissidio spirituale della Germania con l’Europa”. Dall’altra parte del limes invece, da Lutero ai fratelli Grimm ai grandi filologi come Wilamowitz, il testo di Tacito fu “importante quanto la scoperta dell’America”, come disse Alexander von Humboldt. Non è un caso se, alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, Hitler in persona chiese a Mussolini il manoscritto originale.

I tedeschi hanno visto in Tacito l’occasione per avere, fuori dall’orbita greco-latina, la loro storia originale”. Mussolini, senza neanche sapere di cosa Hitler parlasse, all’inizio rispose sì alla richiesta. Ma nel 1938, durante la visita del Fuhrer a Roma, Giuseppe Bottai (allora ministro dell’Educazione Popolare) riuscì a smarcarsi dalla richiesta tedesca. Dopo l’arresto del Duce del 26 luglio 1943, Himmler mandò un distaccamento delle SS per recuperare il manoscritto tacitiano nella villa del conte Balleani nei pressi di Jesi. Persino nei momenti più tragici della storia, la “Germania” rimase un feticcio quasi mistico. “E ciò grazie al capitolo in cui Tacito afferma che i Germani sono una “razza pura”, incontaminata da altri popoli”. Non a caso Arnaldo Momigliano, nel 1966, definì il libretto tacitiano “uno dei 100 libri più pericolosi al mondo”. Uno di quei classici come “eterni virus” capaci di contaminare anche millenni dopo la loro stesura. Per questo un altro filologo di formazione, Friedrich Nietzsche, definì quello del filologo “un lento lavoro da orafi”.

“L’acribia dell’orafo di cui parla Nietzsche è un’arte che ti insegna a vedere i testi e il mondo come qualcosa di problematico”, dice Baldi. “I messaggi che ci tempestano sui social sono non solo frammentari, ma immersi nella convinzione della verità. La filologia, al contrario, è la disciplina del dubbio”.

 

                            Stefano Vastano              Dino Baldi