“L’emigrazione nel Sud Italia nella seconda metà del 1700”

Nella seconda metà del XVIII secolo c’è già emigrazione interna nel regno meridionale. Una ricerca statistica di Giuseppe Maria Galanti (1790).

 

Già nel 1700 il Meridione era terra di emigranti: in gran numero i contadini abruzzesi e campani andavano a lavorare nello Stato della Chiesa, a prendere la malaria nelle paludi Pontine perché nei loro paesi non c’era lavoro. E l’emigrazione, con le sue rimesse di valuta, anche allora era divenuta una fonte accessoria di ricchezza per la regione. Nell’analisi di tale situazione il Galanti sa valutare alcuni dei dati più importanti: a) l’emigrazione dall’Abruzzo montano era resa necessaria dalla gran povertà di quei luoghi, inadatti allo sviluppo dell’agricoltura; b) ma i braccianti fuggivano anche dai territori di Fondi, di Sora e di Arpino per il livello troppo basso delle retribuzioni locali e per le paghe migliori degli “appaltatori” pontifici; c) il governo non poteva illudersi di risolvere con misure repressive un fenomeno che era economico. Solo un adeguato sviluppo industriale basato su un utilizzo integrale delle risorse del territorio e un grande piano di bonifica interna potevano offrire delle vie d’uscita positive, insieme ad una generale liberalizzazione del commercio delle merci e della disponibilità della manodopera.

G. M. Galanti (1743-1806) fu lo scrittore che più di ogni altro rappresentò a Napoli la tendenza pragmatista del movimento illuminista meridionale. Le sue inchieste sul reale stato delle regioni del Sud, raccolte nella fondamentale sua “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, 4 tomi, 1786-1790, costituiscono ancora oggi una preziosa documentazione. Altre sue opere: “Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise” (1781), “Considerazioni sulla nostra legislazione” (1788).

L’Abruzzo aquilano forse per la metà riceve vita e sussistenza da Roma e dalla Campagna romana. Questo paese di Abruzzo, se è scarsissimo in prodotti seminati, è il più adatto al bestiame ed a diverse manifatture. L’economia stabilita nei tempi andati così nei tributi diretti che nelle dogane, unita al difetto delle arti, è la cagione potissima (1) delle temporanee emigrazioni. Tali emigrazioni non si osservano nel Teramano, si esercitano di gran numero nell’Aquilano, ed in minor numero nella parte finitima di Terra di Lavoro.

Nella mia visita generale del 1795, io non mancai di informarmi dello stato di tali emigrazioni, in quali paesi si fanno, in quale numero, per quali contrade, per quanto tempo, e con quali lucri. In una materia così varia e complicata la mia diligenza è stata ancora frastornata dalla poca attività de’ mezzi e dalla malizia de’ rettori dei Comuni, che diffidano ordinariamente delle operazioni del governo. Ma se i rapporti a me fatti sono in parte infedeli, tutta volta (2) danno un’idea generale dello stato di tali emigrazioni. Ora questi sono i paesi dell’Aquilano donde si fanno le emigrazioni, con avere escluse quelle che si esercitano per la messe, come oggetto poco interessante, sì perché il tempo dell’emigrazione è circa di un mese, sì perché è lucrativa senza produrre una effettiva bonificazione nello stato vicino. Pochi individui vanno in Orbitello e nel Fiorentino: il gran numero è per l’Agro romano.

In novembre comincia tale emigrazione. Partono uomini, donne e fanciulli dopo i dieci anni, e si spandono nelle campagne romane. Si occupano a cavar fosse, alla costruzione delle strade, a zappar vigne, a seminare e nettare grani, a raccorre fieno, a segare legname,  a fare carboni e calce. Moltissimi di Amatrice, di Civitareale, di Montereale stazionano perpetuamente in Roma, dove fanno gli osti, i bettolai, i facchini, i cioccolatieri. La maggior parte de’ lavoratori delle campagne viene assoldata da’ così detti “caporali”, che prendono in appalto dalla Camera Apostolica, da’ principi romani i lavori delle strade, delle tenute, e per loro conto le fanno eseguire. Vi sono i caporaletti” che presiedono ai lavoratori divisi in drappelli. Sono, i primi, veri incettatori di uomini per un certo tempo. Fanno gran lucri, e non è raro l’abusare della necessità de’ poveri lavoratori.

Le anticipazioni aiutano le emigrazioni. La paga è di 20 a 25 baiocchi al giorno, la quale ordinariamente metà si spende per alimenti, metà rimane per lucro. Ora questo è lo stato che si poté avere colla visita del 1795 di tali emigrazioni:

Alfedena 250. Anversa 150. Arischia 500. Amatrice 2000. Barete 300. Balzorano 40. Borbona 10. Canisero 10. Canzano 50. Coppito 40. Camarda 30. Civitaducale 250. Civitareale 2000. Campo di Giove 10. Campotosto 250. Capradosso 220. Collelungo 300. Civitella 650. Celano 200. Campana 10. Fagnano 120. Fontecchio 20. Filetto 40. Goriano 40. Introdacqua 600. Lecce 120. Leonessa 200. Lucoli 30. Massa 10. Montereale 2000. Ortona Marsica 30. Ocre 80. Ortucchio 120. Pescina 40. Pescocostanzo 10. Pizzoli 500. Prezza 200. Pettorano 370. Popoli 20. Pentima 30. Posta 60. Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio 250. Rocca di Cervo 30. Roccasale 150. S. Demetrio 120. Sant’Eusanio 120. S. Benedetto 10. Tagliacozzo 100. Scoppito 100. Tussio 40. Vittorito 20.

Riducendoli al numero rotondo di 13.000 a cagione de’ riveli (3) infedeli, aggiungo che tali emigrazioni si esercitano dove per tre, dove per quattro, per sei, sino per otto mesi dell’anno. I lucri sono relativi e vari, ma si possono calcolare ducati 10 che si porta ognuno alla casa, onde sul numero di 13.000 individui il denaro che costoro fanno entrare nell’Aquilano può sicuramente valutarsi ducati 130.000 all’anno senza comprendervi il profitto della messe, che potrebbe valutarsi altri 10mila ducati. Con questo denaro principalmente si pagano i pesi fiscali ed i debiti. Le sanguisughe politiche, dette governatori, lasciano i paesi col partire che fanno gli Abruzzesi a novembre, e tornano col ritorno a giugno (4).

Io passo a descrivere l’emigrazioni che succedono nella parte limitrofa della Campania. Oltre settemila che per un mese escono dal regno a cagione della messe, che da me non si mette a calcolo, pe’ mesi d’inverno sono: 1500 che si portano alla Campagna di Roma per lavori di zappa; 3000 ai lavori delle Paludi Pontine. Lo stato di Fondi, composto di Fondi, d’Itri e di Lenola somministra alle paludi 2000 individui all’anno. Gli altri paesi donde esce tutta questa gente sono i seguenti: Pescosolido, Campoli, Sora, Schiavi, Casale, Casalvieri, Santo Padre, San Donato, Settefrati, Isola, Brocco, Arce, Alvito, Vicalvi, Rocca d’Arco, Castelluccio, Gallinaro, Roccasecca, Arpino, Posta, Fontana.

I caporali che fanno tale incetta di persone mi hanno assicurato che in detti paesi entrano all’anno per lo meno 40mila scudi romani. Non vi ha dubbio che tali emigrazioni sono utili, e pe’ luoghi montuosi di Abruzzo necessarie. Io ho trovato essere esagerate le malattie, le morti, le espatriazioni che si hanno da altri voluto mettere in prospetto. Solo nelle vicinanze di Fondi ho trovato che le Paludi pontine abbiano comunicato delle febbri di cattiva indole (5) agli abitanti e che prima vi erano sconosciute. In molti paesi de’ mentovati di Terra di Lavoro si è abbandonata la coltura de’ poderi per coltivare quella dello Stato romano, e la ragione si è che i proprietari nostri vogliono pagare poco, e nello Stato gli appaltatori pagano meglio.

Se tali emigrazioni agli Abruzzesi riescono vantaggiose, sono poi nocive nel rapporto politico e generale del Regno. Abbiamo 17.500 uomini che per cinque mesi dell’anno travagliano a bonificare lo Stato romano, ch’è quanto dire del nostro naturale nemico. Questi uomini ci fanno introitare 180mila ducati all’anno di ricchezza rappresentativa, mentre la bonificazione del suolo, che va al decuplo e costituisce la vera ricchezza, resta al di fuori. Lo Stato romano aumenta di ricchezza e di forze con le nostre braccia; e mentre le nostre terre, soprattutto le nostre spiagge, sono abbandonate e mefitiche, quelle della Campagna di Roma diventano sempre più coltivate, produttive e floride. L’aspetto di Terracina e di Fondi; le Paludi pontine colle campagne di Sessa, di Mondragone, di Patria presentano una sensibile differenza.

Il supremo magistrato del commercio propose per espediente di confiscare i beni di coloro che espatriavano: e per decoro di questo tribunale sarebbe stato mestieri (6) che non fusse questo spediente registrato tra le nostre prammatiche. Spediente più proprio era quello di erigere delle fabbriche di arti e di manifatture nell’Abruzzo, così abbondante di acqua e di legna, con provvedere al tempo medesimo alla conservazione e riproduzione de’ boschi. Ma questo non basta ad impedire l’emigrazioni e la bonificazione dello Stato vicino. L’emigrazioni disposte dall’imperiosa necessità serbano le stesse leggi delle derrate e del commercio. Bisognerebbe occuparsi della bonificazione delle nostre maremme quasi tutte coperte di acque stagnanti, chiamarvi a lavorare gli Abruzzesi e pagare la loro opera come si paga nello Stato della Chiesa.

(1)                        principale.

(2)                        tuttavia.

(3)                        rapporti.

(4)                       si noti la violenza con la quale Galanti denuncia l’inefficienza amministrativa e l’esoso fiscalismo del governo borbonico.

(5)                        la malaria.

(6)                        opportuno.

 

“E’ cosa indubitabile che la gente addetta alla coltivazione della campagna nostra scarseggia di lavoro in più mesi dell’anno, e in uno o due ne manca quasi interamente; il che ci somministra sufficiente fondamento per credere che la Sicilia, nelle presenti circostanze, soprabbonda, anziché no, di popolazione e che per la sua felicità non conviene in conto alcuno promuoverne con mezzi straordinari l’incremento. Dappoiché nello stato presente della nostra agricoltura, all’eccezione dei tempi ne’ quali si seminano, si sarchiano, si mietono e si tritano nell’aia li frumenti, nel rimanente dell’anno poco vi è da fare nei terreni arabili, e perciò languisce e vien meno il travaglio degli operai. All’opposto, ove le nuove piante (fave, piselli, patate, trifoglio, vecce) negli stessi terreni in buona quantità si coltivassero, s’impiegherebbero utilmente moltissime braccia nel seminarle, rincalzarle, ripulirle dalle mal erbe, raccoglierle, conservarle e trasportarle; e così si aumenterebbe il lavoro dei contadini, e sarebbe in tutte le stagioni più regolare e più abbondante” (P. Balsamo, “ Memorie economiche e agrarie riguardanti il Regno di Sicilia”, Palermo, 1803, pp. 98-99).

Le annotazioni del Galanti, e queste del Balsamo, smontano un altro dei presupposti del piano di riforme del gruppo degli intellettuali genovesiani, e cioè la necessità di un massiccio incremento demografico. In realtà già allora il Sud aveva un’eccedenza di popolazione agricola e registrava una cronica insufficienza nell’utilizzazione della forza-lavoro disponibile.

Si possono consultare i testi nel saggio da me curato, “Politica e cultura negli Illuministi meridionali”, Milano, Principato, 1975, pp. 60-64.

 

Poco più di quaranta anni dopo la pubblicazione di questo testo del Galanti il grande poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli scriveva, nel segreto del suo studio, un sonetto –in dialetto romanesco- dedicato a un lavoratore manuale saltuario, un portatore di carrucola impiegato in lavori pubblici:

                       

 

Er cariolante de la Bonificenza                 24 novembre 1833

 

Dice: Meo, nun trincià! Cazzo, io nun trincio,

ma manco pe pparlà chiedo licenza.

Io li guai me li pijo co ppacenza:

ma guardàteve poi quanno comincio.

 

Doppo, per dio, che la Bonificenza

cià ffatto sudà ssangue ar Monte-Pincio

co ttanti scavi e ttanti muri a sguincio,

mo che mori de fame usa prudenza!

 

Curre er mese mommò che ffamo festa.

E che! Ce lo comanna er Zarvatore

che ce fàmo acciaccà le noce in testa?

 

S’ha da tiené, fijacci de puttane,

du’mila braccia e ppiù ssenza lavore,

e un mijaro de bocche senza pane!

 

La “Bonificenza”  era un Istituto di Beneficenza creato a Roma sotto il governo di Napoleone e, a fatica, conservato dopo la Restaurazione. Il cardinale Rivarola, nel primo editto che bandì prima del ritorno di Pio VII nel 1814, parlando degli ordinamenti francesi che dovevano sparire, nominò fra gli altri “il sacrilego Demanio e l’infame Beneficenza”.

Quello dice: Bartolomeo, non sparlare. Cazzo, io non sparlo, ma nemmeno chiedo il permesso di parlare. Io i guai li sopporto con pazienza ma state attenti, perché quando comincio… Per Dio, dopo che l’istituto di Beneficenza ci ha fatto sudare sangue nei lavori del Pincio, con tanti scavi e tanti muri, adesso che moriamo di fame va avanti con prudenza! E’ un mese che non lavoriamo. E che! Ce lo comanda il Salvatore Gesù Cristo che ci facciamo opprimere in silenzio (in metafora: ci facciamo schiacciare le noci in testa senza reagire)? Si devono tenere, figliacci di puttane, più di duemila braccia senza lavoro e un migliaio di bocche senza pane!

                                                             Gennaro Cucciniello