Nella lotta per sopravvivere vincono gli egoisti o gli altruisti? Dibattito.

Siamo buoni per natura (quasi come le formiche).

Il padre della sociobiologia Edward Wilson ci spiega perché, nella lotta per sopravvivere, non hanno vinto gli egoisti. Ma anche come mai il nostro altruismo sia tutt’altro che globale.

 

Il nazista feroce aguzzino nei lager e amorevole padre di famiglia; il santo caritatevole, spietato persecutore di eretici; lo psicopatico che diventa celebrato finanziere o eroe di guerra. La natura umana è un ambiguo mistero. “Ma oggi la scienza può spiegarla, dopo che per millenni filosofi e teologi non ci sono riusciti”.

Ne è convinto Edward Wilson, 91enne professore emerito ad Harvard, e padre nel 1975 della sociobiologia, disciplina che, fra mille polemiche, interpreta le società umane non solo come prodotto di storia e cultura, ma come frutto di meccanismi evolutivi simili a quelli alla base delle società animali, prime fra tutte quella delle formiche. Nel suo “Le origini profonde delle società umane” (Raffaello Cortina, pp. 150, euro 26), sintesi e completamento del precedente “La conquista sociale della Terra” (Cortina, pp. 372, euro 26), Wilson identifica sei tappe nell’evoluzione del mondo vivente, ognuna caratterizzata dall’apparizione di strutture di complessità superiore: si comincia con la comparsa stessa della vita e si prosegue con la formazione delle cellule eucariote, nate dalla fusione di più rudimentali cellule batteriche, lo sviluppo del sesso, che crea nuovi individui mescolando il genoma di altri, l’apparizione di esseri viventi multicellulari e poi quella delle società animali.

Al vertice di queste società” spiega Wilson “ci sono quelle delle specie eusociali: qui gli individui sono disposti a sacrificare la riproduzione, o persino la vita, per il bene comune del gruppo a cui appartengono, come accade per termiti, formiche, api, ma anche per Homo sapiens, l’unica specie che abbia anche raggiunto la sesta tappa della complessità, lo sviluppo di un linguaggio simbolico astratto che consente un eccezionale coordinamento fra gli individui”.

Questione di testa e di mano

Questo primato, secondo Wilson, non ci deve però dare l’illusione di essere speciali: siamo, come tutti gli altri viventi, solo frutto di circostanze fortuite. Il nostro successo deriva soprattutto dall’avere agili mani da primate, liberate poi dal camminare eretti, che ci hanno avvantaggiato nell’uso di oggetti su chi ha pinne, ali o artigli, e dall’aver ereditato il cervello di scimmie sociali, quindi già predisposto per la comunicazione e la decifrazione di emozioni e intenzioni altrui. “E’ con queste poche qualità che, circa cinque milioni di anni fa, abbiamo affrontato la savana, un ambiente ricco ma pericoloso, in cui la salvezza poteva venirci solo dall’agire collettivamente. Ciò ci ha spinto verso lo sviluppo ulteriore di comunicazione, solidarietà ed empatia, fino al sacrificio dei singoli a vantaggio del gruppo. Nella savana abbiamo anche costruito i primi rifugi, dove alcuni badavano alla prole, e iniziato a usare il fuoco, che solo certi individui sapevano come gestire. La presenza di un altruismo estremo, di un nido da difendere e di caste specializzate in certi compiti sono tutti segni di eusocialità”, spiega Wilson. Insomma i gruppi di ominidi, una volta nella savana, sono riusciti a sopravvivere solo diventando superorganismi sociali, come formicai o alveari, in grado di battere qualsiasi avversario e, con il tempo, hanno evoluto un linguaggio simbolico di gesti e suoni sempre più complesso, che ha consentito loro di mettere in comune anche le menti, e quindi idee, ricordi e scenari futuri. Ciò ha instaurato un circolo virtuoso fra crescente abilità nella caccia, più carne nella dieta, sviluppo di cervello e abilità cognitive, fino ad arrivare ad Homo sapiens.

Uno scenario suggestivo, che però sembra avere un problema: noi non siamo insetti dall’altruismo geneticamente obbligato, possiamo scegliere se esserlo o meno. Se è l’eusocialità il segreto del nostro successo, come abbiamo fatto ad evitare la trappola dell’altruismo per cui, se in un gruppo ci sono altruisti ed egoisti, i secondi prosperano a spese dei primi, diffondendo di più i loro geni? “Questo è un punto molto dibattuto da decenni”, risponde Wilson. “La soluzione è arrivata con la teoria della selezione di gruppo, che in sintesi si può definire così: all’interno di un gruppo gli egoisti vincono, ma nella competizione fra gruppi vincono quelli con più altruisti”.

Il dilemma tra Bene e Male

In altre parole, la selezione individuale premia i più capaci ad accaparrarsi risorse e partner, ma se, come ci è accaduto nella savana, si ha bisogno di un gruppo solidale per sopravvivere, quelli con tanti egoisti dentro non ce la fanno, mentre quelli ricchi di altruisti prosperano, diffondendo, con gli scambi riproduttivi fra i gruppi, i geni della cooperazione e dell’empatia. Con il tempo l’altruismo è diventato regola –premiare generosità e reciprocità accomuna tutte le società umane- con punizioni per chi non la rispetta.

Se è così, però, la nostra eusocialità pare di un tipo molto diverso da quella degli insetti: fra loro infatti solo le regine si riproducono, mentre tutti gli umani possono farlo. “In realtà anche noi abbiamo parti della popolazione che non si riproducono, come i religiosi o le donne oltre la menopausa, categorie utili al gruppo perché rendono la comunità più coesa o aiutano ad allevare la prole dei parenti. Ma a fare la differenza è che negli insetti l’eusocialità è nata solo dalla selezione individuale delle regine più efficienti nel fare figlie sterili, sorta di robot al loro servizio, mentre nel nostro caso è nata dal contrasto fra la selezione degli individui più capaci di sopravvivere e la selezione dei gruppi più cooperativi”. Per Wilson è questo il punto chiave: è la contraddittoria “doppia selezione” a cui siamo stati sottoposti ad averci fatti diventare “sia angeli che demoni”. “Il dilemma del Bene e del Male è nato da questo contrasto. La selezione individuale, che premia i singoli più capaci di riprodursi modellando istinti egoistici, è responsabile di buona parte di ciò che chiamiamo Peccato. La selezione di gruppo, che premia le comunità più abili a sfruttare le risorse del territorio e modella istinti altruistici, è responsabile di buona parte di ciò che chiamiamo Virtù”.

Superare il tribalismo

Il problema è che la Virtù si esprime solo all’interno di ciò che consideriamo la nostra comunità: al di fuori tornano a dominare le pulsioni più egoistiche e distruttive. Così, quando il gruppo è minacciato da un “nemico esterno”, contro di esso diventa ammissibile tutto ciò che puniamo all’interno del gruppo: omicidi, furti, stupri, torture. “Per evitarlo bisognerebbe riconoscere l’intera umanità come “nostro gruppo”, cosa intuita da varie filosofie e religioni. Purtroppo la storia, con i suoi massacri, la cronaca (pensate agli scontri fra tifosi) e vari esperimenti psicologici dimostrano che amiamo tanto dividerci in comunità ristrette, separate da etnia, fede, ideologia, persino mode, e diffidenti delle altre. Anche ai tempi di Facebook e degli amici virtuali, il cerchio di quelli per cui ci sacrificheremmo resta limitato quanto quello di un cacciatore paleolitico, di cui in fondo abbiamo ancora geni e cervello”.

In tempi in cui Homo Sapiens decide dei destini della biosfera, superare il tribalismo è però questione di vita o di morte. “Sarebbe l’unico modo per trovare soluzioni globali a problemi globali come pandemie o cambiamento climatico, superando gli egoismi. Ma ormai dubito che ci riusciremo”.

Sarebbe stata allora preferibile un’umanità-formicaio, con individui del tutto altruistici? “Forse, ma non avrei voluto viverci: è dalla spinta egoistica a migliorare la propria condizione che sono nate tante idee utili per tutti, mentre è dalla dualità bene-male che deriva gran parte della nostra produzione artistica. Le formiche costruiscono città meravigliose, certo, ma non hanno uno Shakespeare o un Dante che ne raccontino i tormenti interiori”.

Alex Saragosa

 

Articolo pubblicato nel “Venerdì di Repubblica” del 17 aprile 2020