Spaventosi fantasmi dell’impero italiano in Etiopia

Ecco il “Cuore di tenebra” all’italiana. Missione agli inferi nell’Etiopia ribelle del 1937.

Stragi, sesso, lotte di potere. Quanto assomiglia il capitano Corvo al Kurtz di Conrad.

 

Si intitola “I fantasmi dell’impero” il romanzo scritto da Marco Consentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella (editore Sellerio, pp. 552, € 15). La trama è ambientata nell’Etiopia del 1937, occupata dagli italiani, ma scossa dalla guerriglia degli indigeni fedeli al Negus Hailé Selassié. L’Italia aveva aggredito l’Etiopia nell’ottobre del 1935 e la campagna militare si era conclusa vittoriosamente nel maggio del 1936 con la conquista della capitale Addis Abeba. Tuttavia le forze italiane furono sempre contrastate da una tenace guerriglia, che venne repressa con metodi brutali. Durante la seconda guerra mondiale i possedimenti italiani in Africa Orientale si trovarono isolati perché il canale di Suez era controllato dagli inglesi, che nel 1941 occuparono il territorio delle colonie italiane e riportarono il Negus ad Addis Abeba.

L’articolo che segue è stato scritto da Antonio D’Orrico ed è stato pubblicato nel “Corriere della Sera” di domenica 5 marzo 2017.

                                                        Gennaro Cucciniello

 

Alberto Arbasino disse una volta che scrivere un romanzo era facile, bastava riportare quello che si raccontavano un gruppo di amici a cena. Forse non è più così, l’arte della conversazione è ormai perduta. Però è stato ancora così almeno una sera di tre anni fa a Roma, in una cena tra vecchi amici: Marco Consentino, funzionario della Camera, Domenico Dodaro e Luigi Panella, avvocati, che condividono una passione insana per le patrie vicende. Giunto all’ammazzacaffè, Panella confidò agli altri due: “Ho trovato una cosa strana tra le carte del fu Ministero dell’Africa italiana, una specie di X-file, un fascicolo destinato a rimanere sepolto”. Consentino e Dodaro guardarono l’amico invitandolo a proseguire. Allora Panella calò l’asso: “è una storia che ricorda Cuore di tenebra di Conrad, solo che è realmente accaduta ed è una storia italiana”.

Questo è l’antefatto del libro “I fantasmi dell’impero” di Consentino, Dodaro e Panella (Sellerio ed.), uno dei più formidabili romanzi scritti negli ultimi tempi, un’avventura incredibile, un kolossal, la tomografia assiale computerizzata di una delle pagine più ignominiose del fascismo. In uno dei buchi neri dell’archivio del fu Ministero dell’Africa italiana, l’avvocato Panella ha scovato una pepita d’oro, un’inchiesta condannata all’oblio. Ma una copia è sopravvissuta.

L’indagine fu commissionata nel 1937 al tenente colonnello Vincenzo Bernardi, avvocato militare del governo generale dell’Africa Orientale Italiana, un bravo ufficiale, dal viceré d’Etiopia in persona, il generale Rodolfo Graziani, quello che avrebbe voluto essere il Rommel di Mussolini. Il colonnello Bernardi doveva fare luce sulle gesta del capitano Gioacchino Corvo, una specie di remake italiano del Kurtz di Cuore di tenebra, il più misterioso libro di Conrad, il personaggio immortalato cinematograficamente da Marlon Brando in Apocalypse Now. Il capitano Corvo era accusato di fare il bello e il cattivo tempo in Etiopia, comandando una serie di esecuzioni capitali scaturite da farseschi processi lampo. Le tribù del posto si erano rivoltate contro il brutale e capriccioso despota. I battaglioni che dovevano domare la ribellione erano stati massacrati. Non finiva qui. Corvo era anche accusato di malversazione e di accompagnarsi “alla luce del sole con una negretta quindicenne”.

Quando il colonnello Bernardi parte per la missione non sa che sarà una trasferta all’inferno tra imboscate (per mano amica), piogge di gas micidiali (il famigerato Trattamento C) cadute dal cielo come castighi biblici in spregio a ogni convenzione umanitaria internazionale, teste mozzate, genitali strappati ai caduti sul campo (niente prigionieri). Questa è la guerra pubblica. Poi c’è quella privata delle camicie nere: ragazzine stuprate e finite con un colpo di grazia alla testa un attimo dopo aver ottenuto la soddisfazione (?) carnale; violentatori a loro volta puniti con eloquente teatralità dagli indigeni: “Impiccato alle sue budella l’uomo soffocò lentamente”.

Il colonnello Bernardi si aggira dentro le caotiche battaglie nel deserto come il Fabrizio Del Dongo di Stendhal a Waterloo, intorno a lui sembra svolgersi la replica di Caporetto: “Restavano sul campo solo i corpi nudi, mutilati”. Il valoroso ufficiale assiste a scene davanti alle quali si può solo gridare “L’Orrore! L’Orrore!”, la celebre invocazione di Kurtz prima di morire.

Già un simile catalogo di atrocità, stilate con mano ferma, basterebbe a laureare i tre autori. Ma queste matricole della letteratura hanno saputo fare di più. Il loro libro si guarda come un film, ha la vivida fotografia dei ritratti scattati dalle leggendarie Leica dei fotoreporter. Ed è un romanzo con momenti di scrittura addirittura irridenti, alla Gadda. Il racconto è, infatti, scandito dai telegrammi che i protagonisti si scambiano senza soluzione di continuità. Telegrammi quasi tutti autentici, così come quasi tutto è autentico nel libro che, forse per questo, assurge a vette abissali di romanzesco. In modo ossessivo i telegrammi sono introdotti da una congerie di sigle. Le più ricorrenti sono M.P.A. (Massima Precedenza Assoluta) e MM.PP.AA. (Massima Precedenza Assoluta su tutte le Massime Precedenze Assolute), in una gara di sorpassi e controsorpassi burocratici da gran premio di Formula Uno. La certosina trascrizione di acronimi e identificativi, avvertono gli autori, “costituisce parte integrante della narrazione”. Un tratto stilistico decisivo e geniale (non a caso citavo Gadda, maestro di pastiche del genere).

La precisione della ricostruzione d’epoca è quasi viscontiana, pensando all’accanimento filologico in materia di arredamento, vestiario, utensileria del regista della Caduta degli dei. Perfino le stature dei personaggi sono misurate al millimetro (il viceré e criminale di guerra Graziani era alto un metro e novanta; il suo successore, lo splendido duca d’Aosta, sfiorava i due metri). Nel libro si servono gli aperitivi allora di moda. Per il generale Alessandro Pirzio Biroli, governatore dell’Amara, si prega di preparare un Milano-Torino, con una buccia d’arancio, ma le dosi non siano metà e metà, bensì, secondo la sua versione personale: 2/3 Campari, 1/3 Punt e Mes.

L’impero fascista d’Africa fu una tragedia. Una immane tragedia. Eppure, come tante cose in quel frangente storico, fu anche una commedia (il genere nazionale di riferimento è sempre il tragicomico, e forse nemmeno qui, come nel Milano-Torino biroliano, le dosi sono salomonicamente a metà). La commedia sta nella lotta di potere tra Graziani e il governatore (ma il deus ex machina è il maresciallo Pietro Badoglio, che tira i fili da Roma).

Biroli, vincitore tra l’altro della medaglia d’argento all’Olimpiade di Londra del 1908, specialità sciabola a squadre, era un uomo affascinante. Indro Montanelli lo adorava e così lo dipinse: “Pirzio il leone, altissimo, quadrato, col profilo calmo incorniciato dalla folta criniera nera”. Graziani, invece, lo odiava con tutto il cuore: “Qui si schiatta e Sua Eccellenza il generale pensa solo a scopare… Quello spadaccino imbolsito del cazzo fa la bella vita e noi a rischiare la pelle!”. Proprio per colpa del governatore, secondo il viceré d’Etiopia, gli italiani non li rispettava più nessuno, “una banda di rattisi” interessati solo alle donne. Biroli amava omaggiare gli ospiti del suo castello con “magnifiche donne indigene”. E allestiva spettacoli lesbo delle sue favorite che eseguivano, come tramandano le top secret dei carabinieri, “quadri plastici orgiastici”. Il colonialismo fascista ebbe tratti evidenti, se non preponderanti, di turismo sessuale.

A parte il bellissimo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, non abbiamo avuto grandi romanzi sull’Africa italiana. Questo mi pare il più completo, quello che meglio restituisce il clima dell’epoca, il sapore amarissimo di quella conquista, il sangue, la polvere, la viltà, il coraggio, la nobiltà di pochi, il disonore di troppi. Quello di Flaiano è un romanzo superbo, ma è un romanzo astratto, di congetture e di paranoie. I fantasmi dell’impero è un romanzo concreto, storico, addirittura più vero del vero nella parte di pura fantasia, di libera invenzione. Non so quanti scrittori professionisti avrebbero saputo scrivere l’ultima, grandiosa scena del romanzo, dove ex camicie nere, reduci da un impero di cui restano solo rovine e echi di canzonacce sconce (“Sessantanove Arditi son partiti per l’Africa Orientale destinati…”), bivaccano avvinazzati al termine della notte, inseguiti dalle maledizioni dei morti che hanno ucciso a credito, consapevoli che: “I mostri sono le macerie di quello in cui hai creduto”. E che: “Le macerie, prima o poi, si popolano di fantasmi”.

 

                                                        Antonio D’Orrico