Belli. Sonetti, “Er mestiere faticoso”. 31 marzo 1834

Belli. Sonetti. “Er mestiere faticoso”, 31/3/1834

 

Roma è la città del Papa, del Vice-Dio. Scrivono i critici, sulla scia del nostro poeta, “che Dio stesso non si può concepire che come un tiranno allegramente feroce, che crea gli uomini per dopo prendersi gioco di loro, e che ride a crepapelle se vogliono dare la scalata al Cielo, e che si diverte a tormentare inutilmente gli uomini, così come fece inutilmente morire sulla croce il Figlio”. La crocifissione di Gesù non ha redento il genere umano, spaccato in due dall’abisso delle differenti e incolmabili condizioni sociali. La Città del Papa, col caravanserraglio delle confessioni, delle indulgenze e dei giubilei e con la moltiplicazione dei santi, ha solo reso inutile il Diavolo. La Città del Papa è nata sulla città di Romolo e Remo, dell’odio fratricida. Resta la capitale di un “mondaccio” su cui grava il peccato di Caino, che ha protestato invano contro i privilegi di Abele, il preferito da Dio e l’ultra-raccomandato. Nella Città del Papa la disuguaglianza non è solo nelle ricchezze o nella possibilità di alimentarsi; si è disuguali anche di fronte alla religione, il peccato dei poveri vale poco nel mercato delle indulgenze. E se mai si può pensare di uscire da questa città e da questo mondo, si troverebbe moltiplicata all’infinito la nostra storia sacra e profana. E se gli altri mondi fossero mai abitati, il Papa penserebbe ad estendervi il suo dominio, ad allargare i confini del suo potere”.

Belli ha voluto rappresentare il Papa vedendolo da tutti i lati. E quando lo colloca più su della cronaca spicciola, quando lo vede nella situazione fantastica fondamentale del suo dramma, allora il personaggio assurge all’altezza non solo della commedia ma della tragedia romana. La teocrazia come tirannide senile.

E’ chiaro alla coscienza del nostro poeta che l’inattuabilità del progresso a Roma è dovuta all’onnipotenza del papa, il proconsole di Dio. E in tanti modi sono spiegati i simboli e le forme di questo immenso potere vòlto all’oppressione dell’uomo. Il sostantivo “papa” è in assoluto la parola più citata nei sonetti belliani, a rimarcare l’ossessiva presenza del Vicario di Cristo. Nella sua doppia natura di capo spirituale e politico, o –se si vuole- di capo politico in quanto spirituale, egli dovrebbe essere l’uomo più impegnato e sollecito a risolvere il problema della divisione in classi e dell’ingiustizia: invece è sempre uguale a se stesso, eterno e immutabile, chiuso nel suo sovrano disinteresse per l’umanità dolente, teso solo a realizzare il suo sogno di potenza. In margine al sonetto, “Cosa fa er papa?”, Belli scrive una nota che dovrebbe far accettare la scoperta eterodossia dei suoi versi all’eventuale opinione pubblica: “Se fosse vero quello che qui asserisce il nostro romano, potrebbe San Pietro ripetere quanto già disse di Bonifacio: “Quegli che usurpa in terra il luogo mio,/ Il luogo mio, il luogo mio che vaca / Nella presenza del Figliuol di Dio”, stendendo una cortina fumogena e nascondendosi dietro il severo giudizio di Dante.

A un sovrano di questo tipo quali sudditi possono corrispondere? Se lo scandalo irrimediabile è nella testa del corpo sociale, come meravigliarsi se poi nel popolo trionfano l’indolenza e l’apatia? Il papa proiettandosi nell’aldilà dà al Belli l’idea di Dio, il popolano romano proiettandosi nella storia diventa Caino, l’infelicità umana proiettandosi nell’eternità diventa l’ossessione dell’inferno. Non sarà una casualità inspiegabile ma lo Stato del Papa vedrà nascere nei suoi confini, nello stesso decennio, Belli e Leopardi, rappresentanti importantissimi, anche se diversi tra loro, del pessimismo di estrazione post-illuministica del XIX° secolo.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso” –diceva il grande poeta veneto- ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992. Belli, “Sonetti”, edizione critica a cura di Gibellini, Felici, Ripari, Einaudi, 2018.

 

                   Er mestiere faticoso                       31 marzo 1834

 

Arivienghi mo a dì quer framasone

Che, fra ttutti li prencipi cristiani

Cattolichi postolichi romani,

Er zantopadre nostro è er più pportrone.                      4

 

Già jeri ha dato ‘na bonidizzione:

Un’antra n’ha da dà doppo domani:

Eppoi lavanne a ttredici villani,

E misereri, e ppranzi, e ppricissione!…                                     8

 

Io nun zo ssi da quanno s’è inventata

L’arte de faticà, se sii mai trova

Una vita, per dio, più strapazzata.                                   11

 

Povero Papa mio! manco te giova

Lo scervellatte co sta gente ingrata

Pe ffà oggni giorno un’indurgenza nova.

 

Metro: sonetto (ABBA, ABBA, CDC, DCD).

 

                                               Il lavoro faticoso

 

Rivenga ora a dire quel framassone che, fra tutti i regnanti cristiani cattolici apostolici romani, il nostro Santo Padre è il più pigro. Già ieri (la mattina del giovedì santo) ha dato una benedizione: un’altra deve darla dopodomani (nel giorno di Pasqua): e poi le lavande dei piedi di tredici contadini poveracci, e canti del Miserere, e pranzi, e processioni!… Io non so se da quando è stata inventata l’arte della fatica si sia mai trovata una vita, per dio, più strapazzata. Povero Papa mio! neanche ti giova lo scervellarti con questa gente ingrata per inventarti ogni giorno una nuova indulgenza.

 

Le quartine.

Ci sembra di essere pienamente in una discussione finta, replica e contro-replica, tra clericali e anti-clericali che discettano –con finte ironie e puntuti sarcasmi- sulla fatica del vivere papale. Un tema che Belli ha trattato in numerosissimi sonetti. Il tempo del dibattito è quello della settimana santa, giornate nelle quali il papa è più severamente impegnato nelle funzioni del culto. La nota più interessante la si ritrova nel verso ottavo, “E misereri, e pranzi, e ppricissione!”, in cui il sovrapporsi delle funzioni religiose è interpolato con malizia dai ppranzi.

Le terzine.

L’accusa al papa di poltroneria ottiene il risultato di mettere maggiormente in luce –con comica evidenza- “la vacua esteriorità del mestiere papale, che si risolve in una perenne commedia di gesti e azioni rituali. La commedia nella commedia è messa ulteriormente in risalto nel finale con l’immagine del papa che si scervella per inventare ogni giorno un’indulgenza nuova che dovrebbe andare a beneficio di sudditi ingrati e non riconoscenti”. La battuta sulle indulgenze richiama il tono para-luterano di allusioni ripetute del nostro autore. Poeta che riesce a coniugare una narrazione avvincente con la capacità di svelarci sempre qualche aspetto contraddittorio della realtà.

 

Due giorni prima, il 29 marzo 1834, Belli aveva scritto:

 

                            Le funzione de la Sittimana-Santa

 

Io sempre avevo inteso predicà

Ch’er Ziggnore era morto un venardì,

E che doppo tre giorni che morì

Vorze a commido suo risuscità.                             4

 

Com’è st’istoria? E adesso vedo qua

Schiaffallo in zepportura er giuveddì,

E ‘r giorn’appresso lo vedo ariarzà

Sopr’a la croce e aripiantallo lì!                            8

 

E ‘r zabbit’ a matina, animo, sù:

S’arileva a l’artari er zabbijè,

Se canta er Grolia, e nun ze piaggne ppiù.           11

 

Queste so ttutte buggere c’a me

Me pareno resìe, perché o nun fu

Come se dice, o ss’ha da fa com’è.                         14

 

Io sempre avevo sentito predicare che il Signore Gesù Cristo era morto un venerdì, e che dopo tre giorni che era morto volle a comodo suo resuscitare. Com’è questa storia? E adesso vedo qua cacciarlo nel sepolcro il giovedì, e il giorno dopo lo vedo rialzarlo sulla croce e ripiantarlo lì. E la mattina del sabato, animo, su: si rileva agli altari l’abbigliamento (dei veli della sepoltura), si canta il Gloria, e non si piange più (perché iniziano le feste pasquali). Queste sono tutte sciocchezze che a me sembrano eresie, perché o non fu come è scritto, o si deve fare come è stato scritto.

Il sano buon senso del popolano, in cui Belli s’identifica, non accetta l’incoerenza delle riforme liturgiche volute dalla Chiesa e si fa domande sarcastiche. Il Belli-poeta crea rime tutte tronche, che imprimono al testo un tono di filastrocca sentenziosa e irridente, dice un critico.

 

                                                       Gennaro  Cucciniello