E il vescovo Romero disse: “Adesso tocca a me”.

E il vescovo Romero disse: “Adesso tocca a me”

Vita e morte di un vescovo che in Salvador non ebbe paura di sfidare il regime militare e fu ucciso sull’altare.

 

Nel “Venerdì di Repubblica” del 20 febbraio 2015 fu pubblicato questo articolo di Maurizio Chierici, alle pp. 26-29. Il giornalista era amico del vescovo assassinato nel 1980, lo aveva conosciuto da vicino. Il 23 maggio 2015 Romero è stato dichiarato Beato dalla Chiesa cattolica. Papa Francesco ha commentato: “Non bastava che il vescovo fosse assassinato; fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche per mano dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato”.

                                                                       Gennaro Cucciniello

 

Romero è diventato beato per un passaparola lungo 35 anni. Eroiche virtù scoperte (si fa per dire) dai giornalisti impegnati nella guerra civile in Nicaragua e accorsi a San Salvador per le voci che arrivavano a Managua dove il dittatore Anastasio Somoza stava per arrendersi alla guerriglia. Le voci raccontavano delle omelie di un vescovo che rompeva la convivenza della Chiesa latina coi governi in divisa. Due anni prima il nunzio apostolico Pio Laghi aveva benedetto il golpe dei militari argentini, unico diplomatico straniero ad applaudire alla Casa Rosada l’insediamento del generale Videla. Felicità dei grandi proprietari di Buenos Aires; rabbia dei ponderosos del Salvador, quel loro pastore dalla parte dei senza niente.

29 giugno 1978, ore otto del mattino. Il vescovo arriva sulla vecchia automobile guidata da un seminarista. Si fa largo nella folla che soffoca la chiesa. I passi agitano la tonaca troppo corta: calze che ricadono sulle scarpe impolverate. Timido, prudente: chissà dove trova il coraggio di sfidare l’oligarchia protetta dagli Stati Uniti. Un anno prima gli uomini di Orden (miliziani senza divisa inquadrati nella Guardia Nacional) avevano assassinato il gesuita Rutilio Grande. Rutilio non era solo confessore e amico di Romero: lo accompagnava nella revisione del percorso spirituale un tempo impigrito fra le amicizie Opus Dei. Il delitto lo sconvolge. Chiede udienza la generale-presidente Romero. “Nessuna parentela” ripete ogni volta che lo andiamo a trovare. Viene liquidato con l’ipocrisia di una promessa che voleva essere solenne: “Indagheremo…”. Ma nel sospiro finale il generale non trattiene il dubbio: “Forse era un prete comunista…”. Romero lo ricordava senza nascondere l’amarezza: “Conoscevo ogni piega del cuore di Rutilio e mi sono spaventato immaginando chi poteva averlo ucciso”. Per la prima volta nella storia del Paese decide di non apparire sul palco della festa nazionale accanto a ministri e militari: non si fida. Sulla sua poltrona siede il nunzio apostolico Kadar e Romero immalinconisce per l’isolamento che lo aspetta.

Lo vidi quel primo mattino nella cattedrale divorata da un vecchio incendio, tralicci di cemento puntellano pareti affumicate. Niente quadri o legni barocchi. La messa va avanti in una specie di fabbrica. Un chierico si avvicina al microfono: invita a “non interrompere con domande e applausi”. Comincia l’omelia. “Vorrei ricordare la moltiplicazione dei pani e dei pesci, simbolo delle difficoltà che Cristo può sciogliere soltanto con la collaborazione degli uomini. L’evangelizzazione non deve essere separata dalla promozione umana. Quel pane è un pane spirituale, ma è anche un pane vero che sfama chi non lo ha. Basta volerlo…”. Scoppia il battimani di chi si libera dall’oppressione. “… affinché tutti possiate avere il vostro pane è urgente affrontare la crisi con una trasformazione sociale che non può aspettare. Non sarà la Chiesa a governarla, ma la Chiesa ha il dovere di segnalare le ingiustizie perché non tutti coloro che varcano la porta dei luoghi santi sono figli di Dio. Non lo diventeranno finché con le armi e col delitto difendono privilegi e obbligano il popolo a una vita disumana…”.

Gli altoparlanti allargano la voce nella piazza, arriva al ministero degli interni dirimpetto alla cattedrale. I militari ascoltano non proprio preoccupati: quattro dei sei vescovi sono legati all’oligarchia e non sopportano il primate. Appoggiato al confessionale anche l’arciprete della cattedrale scuote la testa. Mormora ad una signora: “vuole la rivoluzione, poveri noi…”.

Fra le navate facce insolite in una messa popolare. Signore eleganti, mani morbide di professionisti, intellettuali, funzionari di Stato mescolati alle rughe dei campesinos. Ogni sera la gente sparisce, 1200 negli ultimi due mesi. Romero sfoglia un quaderno: “Il soccorso giuridico della diocesi mi ha fatto avere le seguenti informazioni…”. Ingrigisce la passione nella precisione di una burocrazia drammatica. “Gonzales Segundo Martin, 16 anni. Una pattuglia senza divisa, scarponi delle forze armate, lo ha portato via da scuola, testimonianze di due insegnanti smentite dal capitano Gonzales. Il presidente della corte di giustizia riceverà la nostra denuncia. La scorsa domenica avevamo comunicato che il dottor Carlos Ivan Burgos, sequestrato nella notte, era vivo ma prigioniero in un carcere della Guardia Nacional. Ho il dolore di farvi sapere che il suo corpo è strato ritrovato”. Lo strazio di una donna, due ragazze l’accompagnano nel sagrato. “Il nostro ufficio legale sta indagando sul tenente Jaime Alarcon e il brigadiere Lopez sospettati di essere coinvolti nel delitto”.

Non ha paura? Passeggiamo fra gli archi della loggia di San José de la Montagna, seminario che il vescovo ha scelto di abitare. Due stanze, un tavolo, qualche libro, quasi il rifugio di uno studente. Nel cortile via vai dei profughi scappati dai paesini immersi nel caffè dove la guerriglia si illude di pungere le truppe guidate dai consiglieri dell’altra America: sei milioni di dollari al giorno aiutano la repressione. Famiglie accampate fra le porte di un campo da calcio. Romero allarga la mano verso le baracche: “siamo diventati il paese degli stracci…”. Donne in fila per la minestra, solo donne e bambini. Gli uomini non si fanno vedere: i cannocchiali delle polizie cercano facce sospette. Mostrarsi nella casa del vescovo significa sperare in una giustizia diversa e i militari non lo sopportano.

Ricordiamo a Romero la vita quieta di quando veniva considerato topo di biblioteca, conservatore in apparenza lontano dai problemi della gente. Apre le braccia: “Continuo ad esserlo per conservare gli insegnamenti del Concilio Vaticano II. Voglio salvare chi è schiacciato dalla violenza con l’ideale della fede al quale rivolgo le preghiere…”. Semplicità che disarma la curiosità: non sempre i vescovi parlano così.

Ogni domenica diventa il bersaglio dei giornali gentili col regime. Le ultime pagine di Prensa Grafica e Diario de Hoy offrono la pubblicità di due pagine gemelle. Fotografia di Giovanni Paolo II accanto a un titolo che manipola non si sa quale discorso deformato nella scomunica dei sacerdoti vicini a Romero. “Monito agli ecclesiastici che scelgono strade tortuose”. Il passaparola sulla persecuzione comincia con questi racconti e il Salvador esce dal silenzio. Allora tutti cercano Romero. Ogni volta ci accoglie col sorriso di un ragazzo che ha bisogno di parlare. Aggiorna orrori, torture, sparizioni. Viene sbriciolato dal tritolo Orientacion, settimanale della diocesi dove pubblicava le omelie. Allunga i numeri di chi viene messo a tacere: contadini, preti, catechisti, missionarie protestanti, filo di sangue che suscita pallide emozioni nell’Europa impegnata attorno a Solidarnosc. E quando Walesa lascia Varsavia per Roma dove anima la resistenza polacca al comunismo, Woytila lo invita a pranzo mentre il vescovo dell’altro mondo si dispera nella solitudine. “Dal Vaticano mi rispondono senza dare risposta ai problemi che tormentano la mia Chiesa”.

Ma un giorno all’aeroporto del piccolo Paese ci accoglie il gigantesco ritratto di Romero e Giovanni Paolo II finalmente assieme. Al telefono voglio sapere della felicità per l’incontro. “Venga, le spiegherò”. Ascoltiamo il diario della rassegnazione. Si accomoda davanti al papa. Prova a disporre sul tavolo le carte che testimoniano delitti e angosce. “Metta via…”: la voce di Giovanni Paolo II non ammette repliche. “Ho avuto l’impressione d’essere lì soprattutto per la fotografia”. Non trattiene le lacrime nel raccontarlo a padre Bartolomeo Sorge quando (1979) dorme nella camera accanto a Puebla, giorni del congresso dell’episcopato latino americano. Si abbandona affranto: “Ho avuto notizia che hanno ucciso il mio quarto sacerdote. Adesso tocca a me”. Ricorda il funerale di Rutilio sotto la tettoia della chiesa di Anguillares, paesino immerso nella canna da zucchero dove appena il 20% di chi zappa la terra conosce almeno uno dei genitori. Romero confessa a Sorge la meditazione di quelle ore: “I contadini avevano perso il loro padre ed ho sentito il dovere di prendere il suo posto”. Non il fulmine di una conversione maturata nel dolore, ma la rivelazione dell’impegno al quale già affidava la vocazione. Parole di Arturo Paoli, vagabondo in America latina: lo ricorda nella canonica della collina sopra Lucca dove sta per compiere 103 anni.

Un mattino i giornalisti lasciano il Salvador e vanno a salutare il vescovo. Lunedì, febbraio 1980. Nell’omelia della domenica si era rivolto ai militari senza grado: “Siamo figli della stessa patria, parliamo lo stesso dialetto, fratelli dello stesso popolo: non obbedite agli ordini di chi chiede di assassinare e torturare altri fratelli colpevoli di pretendere il pane per saziare famiglie affamate”. Sorpresi per il coraggio vogliamo sapere se oltre all’azzardo l’invito alla disobbedienza non fosse un’utopia. E Romero si scioglie in un’allegria mai vista: “Se non credessi all’utopia sarei vestito così?”. Poi abbracci e arrivederci, ma il vescovo intristisce: “Quando i giornalisti se ne vanno la luce si spegne. Nell’ombra può succedere tutto”.

Succede la sera del 24 marzo nella cappella di un ospizio per anziani: piegato sul calice dell’offertorio rimbomba il colpo di fucile. Una suora si inginocchia e alza occhi sbalorditi: “E’ morto…”. Un mese dopo, Alvaro Saravia, capitano della forza aerea militare diventa maggiore “per meriti speciali” e promozioni e onori continuano fino alla fine degli anni Ottanta, quando si parla di tregua e riconciliazione tra militari e guerriglieri del Fronte Farabundo Martì. Sta finendo l’era Reagan-Bush padre, e i fantasmi come Saravia diventano ingombranti nella Florida dai rifugi d’oro. L’amministrazione Clinton apre la caccia agli assassini; il capitano confessa. Processo che si allunga fino alla seconda presa di potere della famiglia Bush, inchiesta perduta nel labirinto di chi non vuol ricordare. Alla fine la condanna: Saravia deve rimborsare “10 milioni di dollari ai familiari di Romero”, ma attenuanti misteriose gli concedono di restare in libertà. E il capitano svanisce chissà con quale nome.

Nella mitologia contagiosa che scalda l’America latina Romero sorride sulle magliette dei ragazzi accanto al basco del Che, così lontani e impropriamente vicini quasi a confermare il sospetto dei porporati che non sopportavano quel “suo mescolare teologia e marxismo” senza capire che la forza germinale della liberazione nella quale aveva giocato la vita era il Vangelo. E i vescovi latini che guardavano con sospetto la sua attenzione per una Chiesa dalla parte dei poveri, provano ad annacquarne la memoria, frenare la devozione di chi lo vuole beatificare. Clima che si respira nella Curia di Roma attorno al cardinale Baggio, presidente della congregazione per i vescovi. Pressioni che condizionano Giovanni Paolo II il quale confida l’ammirazione per Romero anche se l’averlo confuso fra i teologi della liberazione non sopportati allunga le ombre della diffidenza. Eppure, nel 2000, quando proclama i martiri per fede aggiunge con la sua penna il nome del pastore assassinato sull’altare: i compilatori dell’elenco se n’erano curiosamente dimenticati. Chi ricordava veniva guardato con sospetto.

Pedro Casaldaliga vescovo catalano a Sao Felix do Xingu, cuore del Brasile, è convocato dalla Congregazione della Dottrina della Fede. Rimprovero del cardinale Ratzinger per l’immagine di Romero esposta all’ingresso della sua cattedrale contadina: “santo del popolo”, come si è permesso? Processo di beatificazione rimandato nella speranza di affossarlo fino al 1995 quando l’esempio del prete che non si arrende affascina Oliver Stone. Gira “Salvador” mentre dal Salvador arriva a Roma la parte introduttiva del processo di beatificazione da affidare a Vincenzo Paglia, vescovo, ispiratore e padre spirituale della Comunità di Sant’Egidio. Per Paglia è “il suo primo santo”, prima causa da promuovere. Nell’approfondirne vita e opere si accorge che Romero è soprattutto il primo martire nell’obbedienza del Concilio Vaticano II. Chiude la parabola dei martiri di fascismo, nazismo, comunismo: nessuna ideologia, solo beato del popolo. Poi dalla fine del mondo arriva papa Francesco e il passaparola non serve più.

 

                                                                                   Maurizio Chierici  

 

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