Edipo, l’eroe maledetto della conoscenza

Edipo, l’eroe maledetto della conoscenza

 

Per definire la vita umana Lacan ha più volte evocato la leggenda antica dello schiavo-messaggero che portava iscritto sulla propria nuca rasata il messaggio che avrebbe dovuto recapitare senza poterlo leggere. Tutti noi portiamo sulle nostre nuche le sentenze, le maledizioni, gli auspici, le speranze, i desideri, le gioie delle nostre madri e dei nostri padri senza mai poterle leggere direttamente. Ciascuno porta scritto sulla propria nuca il destino che l’Altro ci ha assegnato senza poterlo decifrare. La nostra vita è allora solo l’esito di una necessità inesorabile? Ecco arrivare la sagoma inquietante di Edipo, il figlio innocente che il destino ha voluto colpevole. L’oracolo consultato al momento della sua nascita legge la sua nuca: infrangerà i tabù più grandi, i tabù dei tabù: ucciderà suo padre e si unirà sessualmente con sua madre. E’ questo il suo dramma: la fine della sua vita coincide con il suo inizio senza alcuna possibilità di movimento.

Conosciamo la sua storia che per Freud è la nostra storia: l’oracolo sentenzia al padre Laio il destino disgraziato di suo figlio Edipo. Per evitare che la profezia si compia, il re consegna il figlio a un pastore con la raccomandazione spietata di ucciderlo. Abbandono e infanticidio sono alle radici del dramma del figlio Edipo. Nel racconto di Sofocle il primo ad infrangere la Legge non è il figlio ma il padre: Laio vuole fare uccidere il figlio perché altrimenti ne sarebbe ucciso. Figlicidio e parricidio si corrispondono drammaticamente come due facce della stessa medaglia. Tutto, proprio tutto, è già scritto per Edipo, sin dall’inizio. Il pastore mosso a pietà affida il bimbo a un altro pastore che a sua volta lo affida a una coppia regale della città di Corinto che non poteva avere figli. Edipo scopre il suo destino consultando il dio Apollo e proprio per evitare che si compia decide di allontanarsi dalla sua città. Lungo la strada incontra però, senza riconoscerlo, il proprio padre e lo uccide in uno scontro mortale. In seguito risolverà l’enigma della Sfinge e diventerà il re di Tebe, sposo della sposa di Laio, di sua madre Giocasta. La tragedia di Edipo si condensa nella sua impossibilità a sfuggire al proprio destino: tutto era già scritto e più Edipo rifiuta la scrittura del proprio destino, più resta impigliato.

In un primo tempo Edipo è vittima passiva della sentenza dell’Altro che porta tatuata sulla sua nuca: è un figlio abbandonato e adottato. In un secondo tempo della sua vita diviene un eroe, un salvatore; libera Tebe risolvendo il mistero della Sfinge. Sembra aver modificato il suo destino: diventa un re che assicura prosperità al suo popolo e alla sua famiglia. Ma l’ombra tetra dell’epidemia cade sulla sua città a causa di una colpa oscura. Edipo vuole sapere la causa del flagello. Attiva con decisione un’inchiesta per scoprire il colpevole ma anche in questo caso volendo sfuggire al proprio destino lo incontra inesorabilmente. La sua inchiesta trascura di indagare se stesso; è tutta rivolta verso l’esterno. E’ il contrario di Socrate; se questi sa di non sapere, Edipo non sa di sapere. La sua determinatezza lo allontana, paradossalmente, dalla verità. Il nucleo della tragedia, scrive Ricoeur, “non è il problema del sesso ma quello della luce”. Mentre Edipo pensa di vedere, è cieco; è Tiresia, il veggente cieco, che invece può vedere rivelandogli la verità più scabrosa: “Sei tu l’impuro che infetta questa terra… tu cerchi l’assassino di Laio. L’assassino sei tu: questo ti dico… viene da te il tuo Male”.

Edipo preferisce la verità al suo bene e a quello di chi gli sta vicino e lo ama (“tutto questo bene mi ha seccato”). Edipo non patteggia, non media, non ascolta i consigli di Tiresia e di Giocasta, non è attaccato alla propria identità, alla sicurezza delle sue proprietà. La verità, per lui, conta più di ogni altra cosa. La sua volontà di sapere assume la forma di una hybris radicale che sfida ogni tabù. E questa verità, alla fine, sarà accecante, violenta, traumatica. L’accecamento a cui si sottopone dopo la rivelazione di Tiresia denuncia la sua colpa irrimediabile: “Luce di questo giorno, tu devi essere l’ultima mia luce. Ecco chi sono: nato da chi non mi doveva generare. Vissuto accanto a chi non mi doveva vivere accanto. Chi non dovevo uccidere, io l’ho ucciso”.

Edipo non ha il dono della visione immediata della verità propria dell’oracolo. Egli è solo un uomo. La sua ricerca della verità –come quella di tutti gli uomini- è un cammino necessariamente lento e faticoso. Egli paga la colpa del suo desiderio di sapere che non si frena di fronte a nessun limite. Se Edipo non avesse voluto sapere la verità della sua origine sarebbe rimasto padre, re e marito. Egli non accetta la rimozione, la maschera, non si accontenta di quello che sa; vuole interrompere l’omertà borghese dell’Io, vuole andare sino in fondo.

E’ la forza tragica di questa figura maledetta. Edipo esce dall’oscurità del non-sapere potendo finalmente vedere quello che ha compiuto. La sua identità di re, padre e liberatore di ribalta in quella di figlio parricida e incestuoso, destinato a vivere da reietto. E’ il punto su cui ha insistito, dopo Freud. Lacan: la tragedia del parricidio e dell’incesto è, in realtà, una tragedia della verità. Possiamo chiederci, con Edipo, quanta verità può sopportare un uomo? Nel suo caso la rivelazione della verità coincide con la realizzazione del suo destino; la sua innocenza diventa la sua colpa; la verità non è soltanto luce che libera la visione, ma può essere anche talmente insopportabile da rendere impossibile ogni visione.

 

                                                                       Massimo  Recalcati

 

 

Articolo pubblicato in “Repubblica”, domenica 10 gennaio 2016, p. 56

 

“Figlio del re di Tebe, Laio. Di lui un oracolo aveva predetto che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Fu allora esposto sul monte Citerone, dopo che gli erano state forate le caviglie per legargli i piedi, che da allora rimasero gonfi (da cui il suo nome, che significa “piede gonfio”). Ma egli sopravvisse, dopo essere stato raccolto ed allevato dal re di Corinto, Polibo. Diventato adulto, egli ebbe dall’oracolo di Delfi la rivelazione della maledizione che pesava su di lui, e il consiglio di allontanarsi il più possibile dalla sua patria. Sul cammino dell’esilio, ebbe a litigare con uno sconosciuto: lo uccise, senza sapere che era proprio suo padre. Arrivò più tardi, ignorando che fosse la sua vera patria, nella regione di Tebe, dove un mostro crudele, la Sfinge, divorava tutti i viandanti incapaci di risolvere gli enigmi che proponeva loro. Edipo risolse il suo (“Quale animale ha quattro zampe al mattino, due a mezzogiorno e tre alla sera?”. Risposta: “l’uomo”, che da bambino va a quattro zampe, da adulto sulle sua gambe e da vecchio si appoggia ad un bastone); poi uccise il mostro e fu chiamato dai Tebani riconoscenti a salire sul trono di Laio e a sposarne la vedova, Giocasta, dunque sua madre. In seguito, la città fu colpita da un’epidemia di peste, ed Edipo fece un’inchiesta per scoprire quale criminale avesse potuto suscitare fino a quel punto la collera degli dei. Avendo scoperto con orrore che quel criminale era proprio lui stesso, e non potendo sopportare di guardare la verità in faccia, si cavò gli occhi mentre Giocasta si suicidava. Fu allora cacciato dai suoi figli, Eteocle e Polinice, e riprese il cammino dell’esilio, accompagnato però da sua figlia Antigone, fino al borgo di Colono, presso Atene, dove poi scomparve misteriosamente”.

(“Dizionario di mitologia greca e romana”, Cappelli editore, Bologna, 2000)