Francia, 24 agosto 1572: il massacro di San Bartolomeo

Francia, 24 agosto 1572: il massacro di san Bartolomeo

La lunga notte della ragione che cancellò l’idea della tolleranza religiosa.

La Francia fu insanguinata dalla strage contro la popolazione ugonotta. Una ferita sanata solo dopo la Rivoluzione.

 

Nell’anniversario dell’orrenda strage avvenuta in una notte d’agosto del 1572 lo storico Lucio Villari pubblica un suo articolo nel quotidiano “la Repubblica” di giovedì 24 agosto 2017. Il testo è di necessità succinto e riepilogativo. Per far intendere meglio ai lettori il contesto dell’avvenimento io sviluppo in questa introduzione alcune note esplicative.

Nell’estate del 1571 l’ammiraglio Coligny, capo riconosciuto degli Ugonotti di Francia, aveva fatto il suo ingresso a Corte ed era entrato a far parte del Consiglio del Re. Egli riteneva che solo una vigorosa politica antispagnola avrebbe potuto risolvere i vari problemi del regno. Se tutti i francesi si fossero stretti in alleanza contro l’antico nemico gli odi più recenti potevano essere dimenticati. Ma il Coligny aveva mal valutato la situazione interna e internazionale. Una semplice ostentazione di nazionalismo non poteva placare gli odi scatenati da tre guerre civili. I Guisa non gli avevano mai perdonato la presunta complicità nell’assassinio del duca Francesco. Caterina de’ Medici, la madre del re, e il duca d’Angiò erano sempre più gelosi dell’influenza che esercitava sull’animo del re. L’ambasciatore spagnolo e il nunzio apostolico lavoravano febbrilmente contro di lui e la prospettiva di una guerra aperta contro la Spagna allarmava seriamente Caterina. La battaglia di Lepanto aveva ristabilito più che a sufficienza il prestigio delle armi spagnole. L’esercito di cui disponeva il duca d’Alba nei Paesi bassi era veramente formidabile. Non c’era da aspettarsi che uno scarso appoggio da parte dell’Inghilterra e dei principi tedeschi.

Caterina, da consumata politicante qual era, preparò il colpo con ogni cura. Non fece fatica a persuadere i Guisa della necessità di assassinare il Coligny. La regina madre sapeva che, una volta eliminato quest’uomo pericoloso, liberando così il re da quell’influenza malefica, l’equilibrio delle forze politiche sarebbe stato ripristinato ed essa avrebbe ripreso il ruolo politico decisivo di un tempo, mentre la Francia avrebbe potuto recedere dalla pericolosa avventura anti-spagnola.

Dei capi ugonotti furono risparmiati solo Enrico di Navarra e il giovane principe di Condé: entrambi furono però costretti a rinnegare la fede protestante. Messe di ringraziamento vennero celebrate a Madrid e a Roma.

Però, in una prospettiva di medio periodo, i massacri avvenuti in tutta la Francia spinsero molti cattolici a cercare una soluzione che escludesse gli orrori della guerra religiosa e civile, sacrificando l’unità religiosa piuttosto che l’unità politica dello Stato. Erano esponenti dell’aristocrazia cattolica che odiavano i Guisa, gli uomini di legge e i funzionari governativi moderati ed erasmiani, i banchieri e i mercanti i cui affari venivano danneggiati dalle guerre civili; si legò a loro anche Francesco, il figlio minore di Caterina. Furono poste così le basi, tra mille contraddizioni, per l’ascesa al trono di Enrico di Navarra, Enrico IV di Francia.

                                                                       Gennaro  Cucciniello

 

Il sogno svanì in una notte di fine estate del 1572. A quel tempo Montaigne, nel suo castello, aveva iniziato gli “Essays” e nel cielo poetico della Francia splendeva la Pléiade, la costellazione di Ronsard e dei suoi sei amici, unita nel segno del verso alessandrino e del linguaggio libero, aperto ai diversi generi letterari e ai grandi sentimenti. Il sogno era quello di una Francia pacifica, tollerante, dove cattolici e protestanti, come già stava avvenendo, potessero continuare a convivere; dove i problemi dinastici tra i Valois al potere e gli incombenti Borbone e le rivalità tra famiglie nobili, soprattutto i cattolici Guisa e i protestanti Condé, si potessero placare. Dove le striscianti lotte di classe potessero non esplodere.

Ma era un sogno avvelenato. Dal 1562 la Francia viveva una “guerra civile”: improvvise e spietate guerre di religione che avrebbero avuto una tregua soltanto 36 anni dopo, con l’Editto di Nantes (1598) che prometteva il rispetto reciproco tra le fedi.

I cieli d’Europa non erano però meno tempestosi di quelli francesi. Il Concilio di Trento, terminato da pochi anni, seminava ovunque odio, anatemi all’eresia luterana e calvinista, repressioni, inquisizioni, Indici di libri e di pensieri proibiti. Nel 1571 una Lega cattolica voluta dal Papa, da Venezia e dalla Spagna, aveva sconfitto a Lepanto il nemico di sempre: i Turchi. Pochi mesi dopo, a Parigi, dove in un clima di apparente concordia erano convenuti cattolici e protestanti per festeggiare il matrimonio di Margherita di Valois con Enrico di Navarra, una follia collettiva, un complotto feroce ordito dal fratello di Margherita, re Carlo IX, e dalla madre Caterina de’ Medici, bigotta e spietata, si scatenò nella notte tra il 23 e il 24 agosto dell’anno successivo.

L’ordine del re era di uccidere nel sonno tutti gli ugonotti residenti a Parigi e in altre città. Ugonotti era il nome dei protestanti, perlopiù calvinisti che negli anni ’60 del secolo, sotto il re Francesco II, rappresentavano in Francia una forza politica e culturale molto influente anche a Corte. Fu una “soluzione finale” che doveva estirpare per sempre dal suolo cattolico della Francia l’erba cattiva dell’eresia. “Uccideteli tutti” aveva detto il re, senza risparmiare i bambini, per evitare che qualche seme di quell’erba potesse sfuggire allo sterminio.

Fu questa “la notte di San Bartolomeo”. Bande di fanatici assassini sorpresero nei loro letti migliaia di uomini donne e bambini, massacrandoli senza pietà. L’ammiraglio Coligny, leader carismatico degli ugonotti e forte personalità politica, fu pugnalato nel suo letto, buttato dalla finestra e fatto a pezzi sul selciato.

I versi di un poeta e il resoconto di un italiano che viveva a Parigi sono la sola testimonianza, quasi in diretta, di quanto avvenne quella notte. L’italiano si chiamava Filippo Sassetti, lavorava come spia degli inglesi, e il suo accurato rapporto di pochi giorni dopo l’accaduto –sotto forma di una lettera a un amico e intitolato “Brieve raccontamento del gran macello fatto nella città di Parigi il vigesimo quarto giorno di agosto d’ordine di Carlo nono di Francia”– riporta: “Furono usate crudeltà grandissime contra le donne e i fanciulli, onde erano senza riguardo alcuno uccise, quantunque molte di loro fossero gravide. Un orafo si vantò d’averne con le sue proprie mani scannate più di 400 d’ogni sesso e qualità. Un prete nomato Potrì n’uccise più di 500, come mi è stato affermato; e un altro ha detto a me averne morti nel suo quartiere 700 con le sue mani…”.

I versi sono di Agrippa d’Aubigné: “Les tragiques”: un poema cui d’Aubigné diede il respiro di un racconto biblico, con ampi riferimenti alle Scritture. L’opera fu lungamente elaborata (sarebbe stata pubblicata nel 1616) ma la descrizione di quella notte resta come una vivida, potente protesta: “(La Francia) vide e soffrì in sé la plebaglia armata / schiacciare la giustizia sfigurata ai suoi piedi./ Le orde corazzate delle bestie infuriate / gli squadroni degli operai abietti / tremila vite straziano preziose (…)”.

Le sue parole tracciavano un affresco, storico, teologico e politico, sulla strage, sulla Francia del tempo e su un sogno che andò perduto fino alla rivoluzione francese: quello dell’eguaglianza fra gli uomini, della tolleranza fra le religioni, della netta separazione fra Stato e Chiesa. E anche l’attuale Costituzione francese è lambita dall’eco di quei fatti del 1572: una Costituzione che ha per preambolo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, e che recita nell’articolo 1: “La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Essa rispetta tutte le convinzioni religiose e filosofiche”.

 

                                                                                  Lucio Villari

 

 

 

 

 

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