“La morte di Bartolomeo Pinelli”, 9 aprile 1835

 

“La morte der zor Meo”        9 aprile 1835

 Sonetti del Belli. Gli intellettuali.

La Commedia romana di G. G. Belli ha trasfigurato per sempre la città del papa in un’immensa città poetica, realisticamente colta in tutta la sua vita sociale, politica, religiosa e culturale, nelle sue contraddizioni, nei suoi contrasti, nelle sue ipocrisie e ingiustizie, nella sua frenesia sensuale e nella sua miseria.

Nei suoi sonetti vibra non tanto l’ironia dell’intellettuale mefistofelico –insieme male assoluto e carognone da operetta- quanto l’immedesimazione emotiva del ritrattista nel soggetto. In quel popolo rozzo fino a livelli subumani –che lui ritraeva- scorreva l’antica grandezza di Roma. Si noti l’ampiezza biblica di certi versi, come la cacciata di Lucifero dal Paradiso: “… stese un braccio lungo seimila mijjia er Padreterno / e serrò er Paradiso a catenaccio”.

Il poeta osservava con affettuosa simpatia gli interni delle case povere ma anche con mordente allusività le azioni, tutte turpi o parassitarie, d’una plebe senza educazione e senza assistenza. Parlano i suoi vetrai quando uno di loro deplora che il papa sia scelto sempre tra i cardinali e s’immagina che possa toccare a lui di essere chiamato all’alta carica. “Mettemo caso: sto abbottanno er vetro./ Entra un Eminentissimo e me dice:/ “Sor Titta, è papa lei. Vienghi a San Pietro”. Parlano gli impiegati e i burocrati, gli artigiani e le casalinghe, i preti e i miscredenti: e il nostro poeta è come un confessore che riesce, tramite tutti questi interlocutori, a scoprire qualcosa di sé, gli angoli bui; una sorta di buona iena che, mangiando i suoi personaggi, nutre se stesso. E finiamo con Marco Aurelio, con la sua visione desolata dell’ineluttabilità della morte. Aveva scritto l’imperatore filosofo: “Molti granelli d’incenso cadono sulla medesima ara, uno prima, uno dopo. Ma non fa differenza”. Gli fa eco Belli: “L’ommini de sto monno so l’istesso / che vaghi de caffè nel macinino / ch’uno prima, uno doppo, un antro appresso / tutti quanti però vanno a un distino…”. Nella Introduzione alla sua “Commedia romana” Belli parla della “plebe di Roma come di cosa abbandonata senza miglioramento”. L’assenza nello Stato Pontificio di ogni possibilità di progetto di modernizzazione politica ed economica faceva sentire di più il male delle distanze sociali, incolmabili, e annullava ogni pur vaga promessa di qualche rimedio prossimo venturo che, se pur parzialmente e con lentezza, si stava realizzando nelle regioni del nord Italia. L’oppressione simbolica e materiale dei ceti poveri sarebbe stata più sopportabile se qualcuno sulla scena pubblica ne avesse fatto intravedere anche solo un parziale miglioramento, se le speranze di ascesa individuale o di gruppo fossero state un poco più realistiche. Ma non c’era a Roma nessun dibattito di idee, di impegno pubblico, di progetti politici e ideologici, insomma niente che potesse avvalorare un ruolo propositivo dei ceti intellettuali, se non quello di coltivare, immobili, archeologia e antiquariato. Per questo tanto più rilevante è il progetto di rappresentazione realistica integrale, romantica ma non populista, incapace di proporre modelli suggestivi e positivi, che elabora Belli. Duecentocinquanta anni prima circa Giordano Bruno aveva orgogliosamente ed eroicamente affermato di contro al tribunale dell’Inquisizione: “La verità è avanti tutte le cose, è con tutte le cose, è dopo tutte le cose”, pagando con la morte la sua coerenza. Il nostro poeta aveva più semplicemente scritto in un suo sonetto: “La Verità è com’è la cacarella, / che cquanno te viè ll’impito e tte scappa / hai tempo, fijja, de serrà la chiappa / e stòrcete e ttremà ppe rritenella. // E accussì, ssi la bbocca nun z’attappa, / la Santa Verità sbrodolarella / t’esce fora da sé dda le budella…” ( Vigolo, 886).

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi, abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio nel quale possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 

                            La morte der zor Meo

 

Sì quello che pportava li capelli

giù pp’er gruggno e la mosca ar barbozzale,

er pittor de Trestevere, Pinelli,

è crepato pe causa d’un bucale.                                                        4

 

V’abbasti questo, ch’er dottor Mucchielli,

vista ch’ebbe la merda in ner pitale,

cominciò a storce e a masticalla male,

eppoi disse: “Intimate li Fratelli”.                                                     8

 

Che aveva da lassà? Pe ffà bisboccia

ner Gabbionaccio de padron Torrone,

e’  morto co ttre ppavoli in zaccoccia.                                            11

 

E l’anima? Era già scummunicato,

ha chiuso l’occhi senza confessione…

Cosa ne dite? Se sarà ssarvato?                                                         14

 

Bartolomeo Pinelli, nativo di Trastevere, incisore pittore e scultore, morì il primo aprile 1835, a 54 anni. Era nato nel 1781. Figlio di modellatore di statuette di santi e di figurine per i presepi. Disegnatore fantasioso, con le sue tavole illustrative ha lasciato un monumento al popolano e ai costumi romani per tanti aspetti analogo a quello del Belli. Tra le sue opere più celebri si ricordano le 52 tavole illustrative del “Meo Patacca”, il poema romanesco del ‘600 di Francesco Berneri.

 

Sì, proprio quello che portava i capelli lunghi e la barbetta al mento (a Roma chi portava la barba era sospettato di simpatie giacobine), il pittore di Trastevere, Pinelli, è crepato a causa di un boccale di vino. Vi basti questo da sapere, che il dottor Mucchielli (in realtà fu il dottor Gregorio Riccardi), dopo che ebbe vista la merda nel vaso da notte, cominciò a storcere la bocca in segno di dubbio e a pensare al peggio, e poi disse: “chiamate quelli che portano i morti alla sepoltura”. Che aveva da lasciare, Pinelli? Per fare bisboccia all’osteria “Il gabbione” (l’osteria si trovava a via del Lavatore, presso piazza di Trevi. Qui Pinelli consumava tutti i suoi guadagni mangiando e bevendo e dando a tutti da bere e da mangiare) di padron Torrone (nome dell’oste), è morto con tre paoli in saccoccia. –Il fatto è storico: il funerale fu fatto, con le donazioni spontanee di alcuni amici e ammiratori, nella chiesa dei SS. Vincenzo e Attanasio, a Trevi-

E la sua anima? Era già scomunicato (lo era stato l’anno prima, nel 1834, per non aver adempiuto al precetto pasquale), ha chiuso gli occhi senza confessione… Cosa ne dite? Si sarà salvato?

In realtà, quando il prete voleva dargli i sacramenti, egli volle essere lasciato qualche ora in pace, per riflettere. Il parroco acconsentì; ma –tornato al letto del moribondo- lo trovò in agonia. Si narra però che Pinelli corrispondesse ad una stretta di mano del prete. Questa circostanza deve aver consentito la sepoltura ecclesiastica e all’anima, dicono, la gloria del paradiso, dopo l’espiazione in Purgatorio.

 

Metro: sonetto (ABAB, ABBA, CDC, EDE).

 

Le quartine. La morte di un artista contestatore, quale era stato Bartolomeo Pinelli, aveva fatto rumore in città. Belli, in questo sonetto, immagina che a parlare –da cronista- sia un popolano del quartiere che sta parlando a un crocchio di persone nella piazzetta. Ha bisogno, per introdurre il personaggio, di descriverlo accuratamente in alcune caratteristiche fisionomiche: quello coi capelli lunghi, quello con la barbetta (e già questo lo tipizzava come un individuo pericoloso per la pacifica convivenza), poi lo individua col nome, con la professione e con la residenza nel quartiere, e infine annota brutalmente: “è crepato pe causa d’un bucale” (v. 4). La curiosità degli ascoltatori richiede altri particolari: ecco il dettaglio del dottore che esamina le feci e bruscamente dà il messaggio di morte.

Le terzine. In questa terza strofa l’intrattenitore analizza le condizioni economiche del morto. Era un dissipatore prodigo dei suoi guadagni, generoso con gli amici e i frequentatori dell’osteria, faceva baldoria tutte le sere, “è morto co tre pavoli in zaccoccia” (v. 11). E’ interessante, nella ricostruzione, il parallelismo dei vv. 4 e 11: “è crepato / è morto; pe causa d’un bucale / co ttre pavoli in zaccoccia”. Si nota il piacere dell’affabulazione, la voglia di sorprendere l’uditorio, il gusto di lavorare sulla lingua, la facile comunicazione con persone sconosciute facendo di ogni parola un insostituibile complemento del racconto. In realtà la poesia è reale quanto la narrativa, ed è altrettanto immaginaria, solo filtra la realtà attraverso prismi di tipo diverso.

Alla fine il tema della morte, col suo mistero che atterrisce, conduce Belli cronista raccontatore a interrogarsi dubbioso. Pinelli era morto, scomunicato e senza confessione, il giorno dopo aver preso all’osteria l’ultima sua ubriacatura. Ed è la rima in E (scummunicato / se sarà sarvato? Cosa ne dite?) ad aprirci la porta sul mistero pieno d’angoscia. Ci sarà dell’ironia? Il poeta era amico del pittore. Quello che si sa è che –dopo la scomunica- il suo nome apparve sulla lista degli interdetti nella chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina; quando Pinelli lesse il suo nome nell’elenco, nome accompagnato dalla qualifica di miniatore, andò in sacrestia ad avvertire che Bartolomeo Pinelli era incisore e pregò che si correggesse l’equivoco sull’identità della persona.

 

Sette giorni dopo, il 16 aprile 1835, Belli scrive questo sonetto da cui traspare un’autentica vena di contestazione anticlericale.

 

Er giuveddì e venardì ssanto

 

So ppoche le funzione papaline:

nun basteno la cena e la lavanna.

Pe ffà le cose com’Iddio commanna

pare c’ar Papa tra ste du’ matine                                                     4

 

bisognerebbe métteje una canna

in mano e in testa una coron de spine:

poi fraggellallo a la colonna, e infine

processallo e spidije la condanna.                                                    8

 

Dice: “Ma a Roma nun ce sta Carvario”.

Si conzisteno qui ttutti li mali

s’inarbera la croce a Monte-Mario.                                                 11

 

E lassù oggn’anno, a li tempi pasquali,

ce s’averebbe da inchiodà un Vicario

de Cristo, e accanto a lui du’ Cardinali.                                          14

 

Sono poche a Roma le liturgie papali: non sono  sufficienti la scena dell’Ultima Cena e la Lavanda dei piedi. Per fare le cose davvero in regola sembra che al Papa, tra la mattina del Giovedì e quella del Sabato Santo, bisognerebbe mettergli una canna in mano e in testa una corona di spine: poi flagellarlo alla colonna, infine processarlo e condannarlo a morte. C’è qualcuno che obietta: “Ma a Roma non c’è il Calvario”. Se fossero qui tutte le contraddizioni! S’innalza la croce a Monte Mario. E lì in cima, ogni anno, nei giorni di Pasqua, bisognerebbe inchiodare un Vicario di Gesù e, accanto a lui, due Cardinali.

Due notazioni: sono frequentissimi, in questo sonetto, gli enjambement e l’avvertenza che due giorni prima, il 14 aprile 1835, Belli aveva scritto “Le cappelle papale” (vedi analisi nel Sito).

 

                                                                       Gennaro Cucciniello