G. G. Belli, “Er legge e scrive”, 27 agosto 1835

Belli. Gli intellettuali. “Er legge e scrive”, 27 agosto 1835

 

La “Commedia romana” di G. G. Belli ha trasfigurato per sempre la città del papa in un’immensa città poetica, realisticamente colta in tutta la sua vita sociale, politica, religiosa e culturale, nelle sue contraddizioni, nei suoi contrasti, nelle sue ipocrisie e ingiustizie, nella sua frenesia sensuale e nella sua miseria.

Nei suoi sonetti vibra non tanto l’ironia dell’intellettuale mefistofelico –insieme male assoluto e carognone da operetta- quanto l’immedesimazione emotiva del ritrattista nel soggetto. In quel popolo rozzo fino a livelli subumani –che lui ritraeva- scorreva l’antica grandezza di Roma. Si noti l’ampiezza biblica di certi versi, come la cacciata di Lucifero dal Paradiso: “… stese un braccio lungo seimila mijjia er Padreterno / e serrò er Paradiso a catenaccio”.

Il poeta osservava con affettuosa simpatia gli interni delle case povere ma anche con mordente allusività le azioni, tutte turpi o parassitarie, d’una plebe senza educazione e senza assistenza. Parlano i suoi vetrai quando uno di loro deplora che il papa sia scelto sempre tra i cardinali e s’immagina che possa toccare a lui di essere chiamato all’alta carica. “Mettemo caso: sto abbottanno er vetro./ Entra un Eminentissimo e me dice:/ “Sor Titta, è papa lei. Vienghi a San Pietro”. Parlano gli impiegati e i burocrati, gli artigiani e le casalinghe, i preti e i miscredenti: e il nostro poeta è come un confessore che riesce, tramite tutti questi interlocutori, a scoprire qualcosa di sé, gli angoli bui; una sorta di buona iena che, mangiando i suoi personaggi, nutre se stesso. E finiamo con Marco Aurelio, con la sua visione desolata dell’ineluttabilità della morte. Aveva scritto l’imperatore filosofo: “Molti granelli d’incenso cadono sulla medesima ara, uno prima, uno dopo. Ma non fa differenza”. Gli fa eco Belli: “L’ommini de sto monno so l’istesso / che vaghi de caffè nel macinino / ch’uno prima, uno doppo, un antro appresso / tutti quanti però vanno a un distino…”. Nella Introduzione alla sua “Commedia romana” Belli parla della “plebe di Roma come di cosa abbandonata senza miglioramento”. L’assenza nello Stato Pontificio di ogni possibilità di progetto di modernizzazione politica ed economica faceva sentire di più il male delle distanze sociali, incolmabili, e annullava ogni pur vaga promessa di qualche rimedio prossimo venturo che, se pur parzialmente e con lentezza, si stava realizzando nelle regioni del nord Italia. L’oppressione simbolica e materiale dei ceti poveri sarebbe stata più sopportabile se qualcuno sulla scena pubblica ne avesse fatto intravedere anche solo un parziale miglioramento, se le speranze di ascesa individuale o di gruppo fossero state un poco più realistiche. Ma non c’era a Roma nessun dibattito di idee, di impegno pubblico, di progetti politici e ideologici, insomma niente che potesse avvalorare un ruolo propositivo dei ceti intellettuali, se non quello di coltivare, immobili, archeologia e antiquariato. Per questo tanto più rilevante è il progetto di rappresentazione realistica integrale, romantica ma non populista, incapace di proporre modelli suggestivi e positivi, che elabora Belli. Duecentocinquanta anni prima circa Giordano Bruno aveva orgogliosamente ed eroicamente affermato di contro al tribunale dell’Inquisizione: “La verità è avanti tutte le cose, è con tutte le cose, è dopo tutte le cose”, pagando con la morte la sua coerenza. Il nostro poeta aveva più semplicemente scritto in un suo sonetto: “La Verità è com’è la cacarella, / che cquanno te viè ll’impito e tte scappa / hai tempo, fijja, de serrà la chiappa / e stòrcete e ttremà ppe rritenella. // E accussì, ssi la bbocca nun z’attappa, / la Santa Verità sbrodolarella / t’esce fora da sé dda le budella…” ( Vigolo, 886).

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi, abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio nel quale possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 

    “Er legge e scrive”            27 agosto 1835

 

E a che tte serve poi sto scrive e legge?

Làsselo fa a li preti, a li dottori,

A li frati, a li Re, a l’Imperatori,

E a quelli che je l’obbriga la lègge.                                                   4

 

Io vedo che ce so ttanti siggnori

Che Cristo l’arricchisce e li protegge,

E nun zann’antro che ròtti, scorregge,

Sbaviji, e strapazzà li servitori.                                                         8

 

Buggiarà ssi in ner cor de le famije

L’imparàssino ar più li fiji maschi;

Ma lo scànnolo grosso è ne le fije.                                                    11

 

Da ste penne e sti libbri maledetti

Ce vò ttanto a capì cosa ne naschi?

Grilli in testa e un diluvio de bijetti.                                                 14

 

 

                                               Il saper leggere e scrivere

E a che ti serve poi questo scrivere e leggere? Lascialo fare ai preti, ai dottori, ai frati, ai Re, agli Imperatori, e a quelli che sono obbligati dalla legge. Io vedo che ci sono tanti signori protetti e arricchiti da Gesù, signori che non conoscono altro che rutti, scoregge, sbadigli e strapazzare i servi. Meno male se nelle famiglie lo imparassero a fare i figli maschi; ma lo scandalo grosso è nelle figlie. Da queste penne e da questi libri maledetti ci vuol tanto a capire cosa ne nascerà? Grilli in testa e un diluvio di biglietti amorosi.

 

Metro: sonetto (ABBA, BAAB, CDC, EDE).

 

Le quartine.

In una piazzetta di Roma me l’immagino il nostro Belli che conciona con un suo silenzioso interlocutore: sembra che sproloquii ma in realtà sbugiarda l’intero assetto della società romana del suo tempo. L’inizio è in punta di stile con il chiasmo immediato tra il titolo e la fine del primo verso, a sanzionare la perfetta inutilità dell’alfabetizzazione. E poi si continua con l’insistita ripetizione del “a li” in tutta la prima quartina, con la litania degli addottorati non solo della città ma dell’intero mondo. E le rime fanno da perfetto contraltare, in un gioco che nulla ha di artificioso: il verbo “legge” con il sostantivo “lègge” (il sapere è potere) dei versi 1 e 4; “li dottori” e “l’Imperatori” (vv. 2 e 3), “signori” e “servitori” –a contrasto dei vv. 5 e 8-, “signori / che Cristo arricchisce e protegge” e questi che non sanno fare altro “che ròtti, sbaviji e scorregge” dei vv. 6 e 7. Roma, città plebea, abitata da gente comune, subalterna e insieme violenta, che non ha il privilegio immateriale della buona cultura. Sembra che l’io narrante del nostro poeta senta dall’alba al tramonto un tormentoso chiacchiericcio dentro la mente, con i fatti che sono serrati in uno stampo narrativo laconico e incalzante.

Le terzine.

Qui si ritorna alla misoginia della tradizione popolare, “lo scànnolo grosso” del leggere e scrivere sta “ne le fije” (v. 11) che dalle penne e dai libri “maledetti” impareranno ad avere capricci “e un diluvio de bijetti” (v. 14). Scommetto che in questa conclusione si nasconda tanta polvere autobiografica, umori che spuntano al disotto delle convenzioni  e delle frontiere della ragione. L’intellettuale Belli si ritrova allo stesso livello dell’uomo comune e si rivela in grado di avvertirne anche i pensieri più segreti.

Il giorno prima, il 26 agosto, Belli scrive questo sonetto

:

                                               La crudertà de Nerone

Nerone era un Nerone, anzi un Cajostro;

E ppe l’appunto se chiamò Nerone

Pell’anima ppiù nera der carbone,

Der zangue de le seppie, e de l’inchiostro.                         4

 

Quer lupo, quer canìbbolo, quer mostro

Era solito a dì nell’orazzione:

“Dio, fa’ che ttutt’er monno abbi un testone

Pe ppoi ghijottinallo a genio nostro”.                                 8

 

Levò a fforza er butirro a li Romani,

Scannò la madre e du’ moje reggine,

E ammazzò ttuttiquanti li cristiani.                                    11

 

Poi bruciò Roma da Piazza de Sciarra

Sino a Ssanta-Santòro, e svenò arfine

Er maestro co ttutta la zimarra.                                          14

 

Nei vv. 9 e 14 si allude all’uccisione di Burro e di Seneca, maestri di Nerone.

                                                          

Gennaro  Cucciniello