Giacomo Leopardi, “La ginestra”. Una lettura.

  1. Leopardi, “La ginestra o il fiore del deserto”, primavera del 1836. Una lettura.

                                                        E gli uomini vollero piuttosto le

                                                        tenebre che la luce

                                                                  (Giovanni, III, 19)

 

Questo è un lavoro scritto nell’aprile 1987 da due studenti del quinto anno, Corso propedeutico all’università, dell’Ist. Magistrale “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che un ragazzo di diciotto anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di acute osservazioni e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, anche se vagliate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica), inevitabilmente ricavate dai manuali scolastici e da alcune pagine saggistiche studiate in precedenza. Mi ha interessato, invece, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture, il non rinunciare al piacere delle idee e dei pensieri pazienti e curiosi. A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero.

Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. E credo anche che la scuola dovrebbe essere un vivaio di menti indagatrici, quelle persone curiose che Francesco Bacone, nel ‘500, definiva “mercanti di luce”. Con il tempo ho imparato che l’apprendere è una grande fatica: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla. Soprattutto non deve dominarci la paura delle difficoltà: bisogna accettare culturalmente l’idea che un ostacolo va affrontato e superato. Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

 

prof.  Gennaro  Cucciniello 

 

 

 

Qui su l’arida schiena

del formidabil monte

sterminator Vesevo,

la qual null’altro allegra arbor né fiore,

tuoi cespi solitari intorno spargi,                                                                    5

odorata ginestra,

contenta dei deserti. Anco ti vidi

de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade

che cingon la cittade

la quale fu donna de’ mortali un tempo,                                                     10

e del perduto impero

par che col grave e taciturno aspetto

faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi

lochi e dal mondo abbandonati amante,                                                    15

e d’afflitte fortune ognor compagna.

Questi campi cosparsi

di ceneri infeconde, e ricoperti

dell’impietrata lava,

che sotto i passi al peregrin risona;                                                               20

dove s’annida e si contorce al sole

la serpe, e dove al noto

cavernoso covil torna il coniglio;

fur liete ville e colti,

e biondeggiàr di spiche, e risonaro                                                               25

di muggito d’armenti;

fur giardini e palagi,

agli ozi de’ potenti

gradito ospizio; e fur città famose

che coi torrenti suoi l’altero monte                                                               30

dall’ignea bocca fulminando oppresse

con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

una ruina involve,

dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

i danni altrui commiserando, al cielo                                                            35

di dolcissimo odor mandi un profumo,

che il deserto consola. A queste piagge

venga colui che d’esaltar con lode

il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

è il gener nostro in cura                                                                                    40

all’amante natura. E la possanza

qui con giusta misura

anco estimar potrà dell’uman seme,

cui la dura nutrice, ov’ei men teme,

con lieve moto in un momento annulla                                                        45

in parte, e può con moti

poco men lievi ancor subitamente

annichilare in tutto.

Dipinte in queste rive

son dell’umana gente                                                                                        50

le magnifiche sorti e progressive.

 

Qui mira e qui ti specchia,

secol superbo e sciocco,

che il calle insino allora

dal risorto pensier segnato innanti                                                                55

abbandonasti, e volti addietro i passi,

del ritornar ti vanti,

e procedere il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,

di cui lor sorte rea padre ti fece,                                                                     60

vanno adulando, ancora

ch’a ludibrio talora

t’abbian fra sé. Non io

con tal vergogna scenderò sotterra;

ma il disprezzo piuttosto che si serra                                                            65

di te nel petto mio,

mostrato avrò quanto si possa aperto:

ben ch’io sappia che obblio

preme chi troppo all’età propria increbbe.

Di questo mal, che teco                                                                                     70

mi fia comune, assai finor mi rido.

Libertà vai sognando, e servo a un tempo

vuoi di novo il pensiero,

sol per cui risorgemmo

della barbarie in parte, e per cui solo                                        75                               

si cresce in civiltà, che sola in meglio

guida i pubblici fati.

Così ti spiacque il vero

dell’aspra sorte e del depresso loco

che natura ci diè. Per questo il tergo                                                            80

vigliaccamente rivolgesti al lume

che il fe palese: e, fuggitivo, appelli

vil chi lui segue, e solo

magnanimo colui

che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,                                                85

fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

 

Uom di povero stato e membra inferme

che sia dell’alma generoso ed alto,

non chiama sé né stima

ricco d’or né gagliardo,                                                                                    90

e di splendida vita o di valente

persona infra la gente

non fa risibil mostra;

ma sé di forza e di tesor mendico

lascia parer senza vergogna, e noma                                                                      95

parlando, apertamente, e di sue cose

fa stima al vero uguale.

Magnanimo animale

non credo io già, ma stolto,

quel che nato a perir, nutrito in pene,                                                                      100

dice, a goder son fatto,

e di fetido orgoglio

empie le carte, – eccelsi fati e nove

felicità, quali il ciel tutto ignora,

non pur quest’orbe, promettendo in terra                                                 105

a popoli che un’onda

di mar commosso, un fiato

d’aura maligna, un sotterraneo crollo

distrugge sì che avanza

a gran pena di lor la rimembranza.                                                              110

Nobil natura è quella

che a sollevar s’ardisce

gli occhi mortali incontra

al comun fato, e che con franca lingua,

nulla al ver detraendo,                                                                                      115

confessa il mal che ci fu dato in sorte,

e il basso stato e frale;

quella che grande e forte

mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire

fraterne, ancor più gravi                                                                                              120

d’ogni altro danno, accresce

alle miserie sue, l’uomo incolpando

del suo dolor, ma dà la colpa a quella

che veramente è rea, che de’ mortali

madre è di parto e di voler matrigna.                                                                      125

Costei chiama inimica; e incontro a questa

congiunta esser pensando,

 siccome è il vero, ed ordinata in pria

l’umana compagnia,

tutti fra sé confederati estima                                                                         130

gli uomini, e tutti abbraccia

con vero amor, porgendo

valida e pronta ed aspettando aita

negli alterni perigli e nelle angosce

della guerra comune. Ed alle offese                                                              135

dell’uomo armar la destra, e laccio porre

al vicino ed inciampo,

stolto crede così qual fora in campo

cinto d’oste contraria, in sul più vivo

incalzar degli assalti,                                                                                          140

gl’inimici obbliando, acerbe gare

imprender con gli amici,

e sparger fuga e fulminar col brando

infra i propri guerrieri.

Così fatti pensieri                                                                                                 145

quando fien, come fur, palesi al volgo,

e quell’orror che primo

contra l’empia natura

strinse i mortali in social catena,

fia ricondotto in parte                                                                                       150

da verace saper, l’onesto e il retto

conversar cittadino,

e giustizia e pietade, altra radice

avranno allor che non superbe fole,

ove fondata probità del volgo                                                                         155

così star suole in piede

quale star può quel ch’ha in error la sede.

 

Sovente in queste rive,

che, desolate, a bruno

veste il flutto indurato, e par che ondeggi,                                                 160

seggo la notte; e su la mesta landa

in purissimo azzurro

veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,

cui di lontan fa specchio

il mare, e tutto di scintille in giro                                                                    165

per lo vòto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,

ch’a lor sembrano un punto,

e sono immense, in guisa

che un punto a petto a lor son terra e mare                                                          170

veracemente; a cui

l’uomo non pur, ma questo

globo ove l’uomo è nulla,

sconosciuto è del tutto; e quando miro

quegli ancor più senz’alcun fin remoti                                                                     175

nodi quasi di stelle,

ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo

e non la terra sol, ma tutte in uno,

del numero infinito e della mole,

con l’aureo sole insiem, le nostre stelle                                                        180

o sono ignote, o così paion come

essi alla terra, un punto

di luce nebulosa; al pensier mio

che sembri allora, o prole

dell’uomo? E rimembrando                                                                             185

il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,

che te signora e fine

credi tu data al Tutto, e quante volte

favoleggiar ti piacque, in questo oscuro                                                      190

granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

per tua cagion, dell’universe cose

scender gli autori, e conversar sovente

co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi

sogni rinnovellando, ai saggi insulta                                                             195

fin la presente età, che in conoscenza

ed in civil costume

sembra tutte avanzar; qual moto allora,

mortal prole infelice, o qual pensiero

verso te finalmente il cor m’assale?                                                              200

Non so se il riso o la pietà prevale.

 

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,

cui là nel tardo autunno

maturità senz’altra forza atterra,

d’un popol di formiche i dolci alberghi,                                                        205

cavati in molle gleba,

con gran lavoro, e l’opre

e le ricchezze che adunate a prova

con lungo affaticar l’assidua gente

avea provvidamente al tempo estivo,                                                                       210

schiaccia, diserta e copre

in un punto; così d’alto piombando,

dall’utero tonante

scagliata al ciel profondo,

di ceneri e di pomici e di sassi                                                                          215

notte e ruina, infusa

di bollenti ruscelli,

o pel montano fianco

furiosa tra l’erba

di liquefatti massi                                                                                                220

e di metalli e d’infocata arena

scendendo immensa piena,

le cittadi che il mar là su l’estremo

lido aspergea, confuse

e infranse e ricoperse                                                                                        225

in pochi istanti: onde su quelle or pasce

la capra, e città nove

sorgon dall’altra banda, a cui sgabello

son le sepolte, e le prostrate mura

l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.                                                     230

Non ha natura al seme

dell’uom più stima o cura

che alla formica: e se più rara in quello

che nell’altra è la strage,

non avvien ciò d’altronde                                                                                 235

fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

 

Ben mille ed ottocento

anni varcàr poi che spariro, oppressi

dall’ignea forza, i popolati seggi,

e il villanello intento                                                                                            240

ai vigneti, che a stento in questi campi

nutre la morta zolla e incenerita,

ancor leva lo sguardo

sospettoso alla vetta

fatal, che nulla mai fatta più mite                                                                  245

ancor siede tremenda, ancor minaccia

a lui strage ed ai figli ed agli averi

lor poverelli. E spesso

il meschino in sul tetto

dell’ostel villereccio, alla vagante                                                                   250

aura giacendo tutta notte insonne,

e balzando più volte, esplora il corso

del temuto bollor, che si riversa

dall’inesausto grembo

su l’arenoso dorso, a cui riluce                                                                       255

di Capri la marina

e di Napoli il porto e Mergellina.

E se appressar, o se nel cupo

del domestico pozzo ode mai l’acqua

fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,                                                            260

desta la moglie in fretta, e via, con quanto

di lor cose rapir posson, fuggendo,

vede lontan l’usato

suo nido, e il picciol campo,

che gli fu dalla fame unico schermo,                                                            265

preda al flutto rovente,

che crepitando giunge, e inesorato

durabilmente sovra quei si spiega.

Torna al celeste raggio

dopo l’antica obblivion l’estinta                                                                     270

Pompei, come sepolto

scheletro, cui di terra

avarizia o pietà rende all’aperto;

e dal deserto foro

diritto infra le file                                                                                                275

dei mozzi colonnati il peregrino

lunge contempla il bipartito giogo

e la cresta fumante,

che alla sparsa ruina ancor minaccia.

E nell’orror della secreta notte                                                                       280

per li vacui teatri,

per li templi deformi e per le rotte

case, ove i parti il pipistrello asconde,

come sinistra face

che per vòti palagi atra s’aggiri,                                                                    285

corre il baglior della funerea lava,

che di lontan per l’ombre

rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

Così, dell’uomo ignara e dell’etadi

ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno                                                         290

dopo gli avi i nepoti,

sta natura ognor verde, anzi procede

per sì lungo cammino

che sembra star. Caggiono i regni intanto,

passan genti e linguaggi: ella non vede:                                                      295

e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

 

E tu, lenta ginestra,

che di selve odorate

queste campagne dispogliate adorni,

anche tu presto alla crudel possanza                                                           300

soccomberai del sotterraneo foco,

che ritornando al loco

già noto, stenderà l’avaro lembo

su tue molli foreste. E piegherai

sotto il fascio mortal non renitente                                                               305

il tuo capo innocente:

ma non piegato insino allora indarno

codardamente supplicando innanzi

al futuro oppressor; ma non eretto

con forsennato orgoglio inver le stelle,                                                        310

né sul deserto, dove

e la sede e i natali

non per voler ma per fortuna avesti;

ma più saggia, ma tanto

meno inferma dell’uom, quanto le frali                                                       315

tue stirpi non credesti

o dal fato o da te fatte immortali.

 

Metro: canzone libera, composta di sette movimenti di varia lunghezza.

 

Abbiamo costruito questo schema interpretativo:

  1. 1-16 L’ambiente naturale del canto: una montagna terribile, le rovine antiche.
  2. 17-37 Immagini di desolazione. Città un tempo ricche. Il profumo della ginestra
  3. 37-51 La natura si rivela crudele e matrigna.
  4. 52-63 La superbia di un secolo insensato che ama pargoleggiare.
  5. 63-77 Il poeta dimostra apertamente il suo disprezzo.
  6. 78-86 E’ stato smarrito il diritto cammino intrapreso dal Rinascimento in poi.
  7. 87-97 L’esempio paradossale: uno povero e malato si mostra ricco e sano.
  8. 98-110 Lo stomachevole orgoglio dell’uomo stolto.
  9. 111-135 Il poeta esorta a una colleganza fraterna tra gli uomini.
  10. 135-144 E gli uomini non dovrebbero combattersi tra loro.
  11. 145-157 Saranno così superate le superbe e vane fantasie ottimistiche.
  12. 158-166 Dal vulcano desolato alle stelle scintillanti nel cielo.
  13. 167-185 Smascherata la miopia umana di fronte alla grandezza naturale.
  14. 185-201 Il favoleggiare ridicolo degli umani.
  15. 202-230 Formiche e uomini distrutti da una natura imponderabile.
  16. 231-236 Gli umani sono meno numerosi degli insetti.
  17. 237-248   Sono passati diciotto secoli dall’eruzione del 79 d.C.
  18. 248-257 La lava, inesauribile, si riversa dalle viscere del vulcano.
  19. 258-268 Il contadino scappa con la sua famiglia e con la sua miseria.
  20. 269-279 Gli scavi hanno portato alla luce le rovine di Pompei.
  21. 280-288 La lava notturna rosseggia nella città distrutta.
  22. 289-296 La natura è dominatrice, la storia umana è transeunte.
  23. 297-317 La ginestra conosce il suo destino e non lo nasconde a se stessa.

 

Il versetto del Vangelo di Giovanni: la citazione è fortemente ironica e allude all’opposizione tra i lumi della moderna filosofia illuministica (la luce non è quella della religione cristiana rivelata) e le tenebre dell’oscurantismo e di tutte le dottrine spiritualistiche che ignorano e nascondono la realtà della condizione umana.

  1. 1-16 Qui sulla dorsale riarsa del Vesuvio, spaventevole montagna distruggitrice, nemica del genere umano, pendio che nessun altro arbusto o fiore allieta e raddolcisce, tu, odorosa ginestra, spargi intorno i tuoi cespi solitari, rassegnata e quasi appagata di vivere nei deserti. Io ti vidi abbellire con i tuoi steli anche le solitarie contrade che circondano Roma, città che fu un tempo dominatrice del mondo, e sembra che con il suo aspetto cupo e taciturno questo paesaggio testimoni e ricordi al passeggero il grande impero perduto. Io ti rivedo ora in questo suolo, cara ginestra, tu che sei amante di luoghi tristi e abbandonati dal mondo e sempre compagna di grandezze cadute in rovina.

Sembra che lo spunto di questa lirica sia forse stato suggerito a Leopardi da una poesia del poeta spagnolo N. Alvarez de Cienfuegos (1764-1809), “Rosa del desierto”, comparsa in un periodico napoletano e che Giacomo può aver letto durante il suo soggiorno nella città partenopea, “Donde estàs? Donde estàs tu, que embalsamas / de este desierto el solitario ambiente / con tu plàcido odor?” (“dove sei, dove sei tu che profumi / la solitudine di questo deserto / con il tuo placido profumo?”). D’altra parte il tema delle rovine, della catastrofe provocata dal terremoto o dall’eruzione vulcanica, era stato diffuso in Europa da Voltaire col suo “Poème sur le désastre de Lisbonne” (Poema sul disastro di Lisbona, 1756) che, rivelando le insidie incontrollabili  e temibilissime della natura, paradossalmente metteva in crisi la concezione ottimistica dei lumi e la fiducia acritica nel progresso.

Il  “Qui” iniziale, che sarà ripreso nei vv. 42 e 52 (come vedremo), ci spiega che nel luogo della più grande distruzione sono presenti insieme sia la ginestra che il poeta (si indica infatti un luogo vicino a chi parla). Leopardi aveva avvicinato se stesso al passero solitario; qui paragona la propria esistenza a quella della ginestra e attribuisce al fiore la consapevolezza, la dignità fiera e nuova che lui aveva raggiunto dopo le ultime esperienze. Il Vesuvio, il cui nome compare alla fine –solo nel terzo verso-, è preceduto da parole che ne mettono in luce subito la massima terribilità (arida schiena, formidabil monte sterminator). E poi l’accortezza letteraria di dividere i due aggettivi –lunghissimi, occupano ciascuno quasi l’intero verso- che accompagnano il sostantivo Vesuvio, abolendo ogni congiunzione, fa assumere al periodo quasi la sostanza di una lava inarrestabile. E’ questa una terra bruciata, su cui domina implacabile la natura. Un procedimento simile è adottato nei vv. 14-15, “di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante”: i due predicati, tristi e abbandonati, sono collocati a distanza, al principio e alla fine della frase, caricando la ginestra “amante” di un’umile ma consapevole presenza. Fin da questo inizio la ginestra e il vulcano, protagonisti principali della poesia, recitano parti opposte: il Vesuvio rappresenta la natura nella sua onnipotenza distruttiva, il fiore è immagine dell’uomo ormai saggio che –senza inutili presunzioni- vive il ruolo che il caso gli ha assegnato, cosciente di non poter oltrepassare i propri limiti (il primo dei quali è la morte).

La critica ha sottolineato in questo testo un minor controllo formale da parte del poeta, quasi una scelta prosastica, chiedendosi se Leopardi si fosse deciso a sperimentare un nuovo registro discorsivo e ad allentare i moduli della canzone libera. Ecco allora le poche rime (contrade-cittade, vv. 8-9; impero-passeggero, vv. 11 e 13) usate senza una regola fissa, le assonanze (monte-fiore, vv. 2 e 4; odorata-compagna, vv. 6 e 16) e la consonanza (ginestra-deserti, vv. 6-7). Sottolineerei soprattutto i periodi molto lunghi, incatenati sapientemente da numerosi enjambement, l’uso di voci arcaiche (anco, erme, cittade, donna) e l’allitterazione in “r” dei primi versi, a rimarcare il paesaggio livido e aspro, arida, formidabil, sterminator, null’altro, allegra, arbor, fiore, solitari, spargi, odorata, ginestra, deserti, abbellir, erme, contrade.

  1. 17-37 Questa è una campagna piena di cenere sterile e ricoperta da strati di pietra lavica indurita che risuona cupa sotto i passi del viandante; dove ha il suo nido e si contorce al sole torrido la serpe e dove il coniglio torna impaurito alla sua tana nella caverna; questo territorio fu un tempo pieno di città opulente e di campi coltivati, dove biondeggiavano fitte le spighe del grano e risuonavano i muggiti degli armenti; queste zone furono piene di giardini e palazzi, soggiorno gradito ai potenti che vi trascorrevano giornate di ozio e di divertimento; e vi erano città famose (Ercolano, Pompei, Stabia, distrutte dall’eruzione del vulcano del 79 d.C.) che l’indomabile montagna con i suoi torrenti di lava vomitati dalla bocca di fuoco fulminando distrusse insieme ai loro abitanti. Ora una sola rovina avvolge e domina tutto il luogo dove tu dimori, o fiore gentile, e, quasi provando pietà per le disgrazie altrui, mandi un profumo dolcissimo verso il cielo, un odore che consola queste terre desertiche.

La descrizione leopardiana evoca un crescendo di orrore: l’insieme di sole ardente, di lava pietrificata, di echi paurosi accompagna il lugubre contorcersi del rettile e la timida fuga del coniglio, mescolando il mondo sotterraneo e il suolo devastato con tre immagini che danno concretezza all’idea dell’abbandono e della desolazione. Il poeta costruisce una sapiente opposizione di parole piene di cenere e di morte (ceneri infeconde, impietrata lava, cavernoso covil) e di parole di luminosa letizia e di vitalità (liete ville e colti, biondeggiar di spighe, muggito d’armenti, giardini e palagi, gradito ospizio), quasi a voler definire campi semantici antitetici per meglio spiegare la terribile distruzione intercorsa. Due serie trinitarie così si oppongono: al “dove” dei vv. 21-22 (che introduce l’apparizione della serpe e del coniglio, con l’efficace allitterazione di cavernoso covil coniglio, v. 23) si contrappone l’anafora sincopata del “fur” (vv. 24, 27, 29) –espressioni di lavoro operoso e positivo, sottolineate anche dal polisendeto, “e… e… e… e… (vv. 25-29)- e l’enjambement ai vv. 35-36.

La ginestra, evocata all’inizio solitaria e profumata (tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti), è ripresa con sensazioni olfattive ancora più intense (l’iperbato “al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo”, v. 36), e che ancora il deserto consola (v. 37), ed è chiamata gentile (v. 34). Le note di solitudine paurosa del paesaggio si intrecciano ad una voce di tenerezza elegiaca. Gli esseri viventi sono dimenticati, sono ad un tratto scomparsi, e soltanto il soave profumo consola il deserto. La critica è concorde nel sottolineare che Leopardi qui fa, con estrema discrezione, della ginestra una parabola per alludere a se stesso. Il fiore si propone come simbolo di eroica tenacia nel deserto della vita, di pietà per le sofferenze dei viventi e anche della bellezza disadorna di una poesia che non offre consolazioni di dolci illusioni ma solo un conforto, severo e insieme affettuoso, di fronte al male; ed è anche simbolo di una poesia solitaria, consapevole della propria inattualità in un tempo dominato dal mito di una letteratura “utile, laudatrice del progresso”, ottimistica.

  1. 37-51 Su queste pendici deserte venga colui che è solito elogiare con cieca convinzione la nostra condizione di uomini e guardi quanto la natura benigna e amorevole si curi del genere umano. E potrà anche giudicare esattamente la potenza della stirpe umana, che la natura, crudele nutrice, può annientare in buona parte in un solo momento, quando gli uomini meno se lo aspettano, con una sola scossa impercettibile, e che con movimenti un po’ meno lievi (quasi senza impegno) può distruggere totalmente all’improvviso. In luoghi come questi sono raffigurate “le magnifiche sorti e progressive” del genere umano (sono ritratte perfettamente le sorti bellissime e in continuo progresso dell’umanità).

L’ultima citazione, ormai diventata celebre, proviene dalla dedica che il cugino di Leopardi, Terenzio Mamiani, aveva premesso ai suoi “Inni sacri” del 1832, dove peraltro compariva in forma diversa: “le sorti magnifiche e progressive dell’umanità”. Il nostro poeta introduce un iperbato che esaspera l’enfasi ottimistica dell’enunciato, mettendolo in ridicolo. Mamiani, di animo nobile bisogna ammettere, non si amareggiò per la frecciata del cugino e fu tra quelli che lo esaltarono “come il maggior poeta e filosofo del secolo”. E aggiungeva: “Il grido di dolore, alzato dall’anima sua, svelò all’Italia che le vecchie credenze erano ormai troppo logore e che bisogna oggi o innovarle o perire, da che esse porgono il fondamento primo del vivere sociale e del progresso civile”. Si deve annotare comunque che l’amarezza leopardiana si appuntava soprattutto contro l’enfasi retorica dei banditori petulanti delle nuove idee; a questo proposito si può citare il passo del “Dialogo” in cui Eleandro dice a Timandro: “Io desidero… quanto qualunque altro il bene della mia specie universale; ma non lo spero in nessun modo; non mi so dilettare e pascere di certe buone aspettative come veggo fare a molti filosofi in questo tempo”. Tra l’altro già Voltaire, nel suo citato “Poème sur le désastre de Lisbonne”, aveva invitato a recarsi sulle rive del Tago, fiume della città devastata dal terremoto: “Allez interroger les rivages du Tage”… (andate a interrogare le rive del Tago).

Al di là della rima finale, rive/progressive (vv. 49, 51), può essere interessante accostare l’altra rima trimembre significativa di questo passo, “cura-natura-misura” (vv. 40-42), alla quale affiancare un aggruppamento di suoni, quasi un’insistenza musicale: l’assonanza “annulla” (v. 45), la consonanza “moto-moti” (vv. 45-6) e ancora la rima baciata “seme-teme” dei vv. 43-4: tutto ruota intorno al paradosso dell’amante natura (v. 41) che in realtà si rivela la dura nutrice (v. 44) che neanche si accorge delle terribili distruzioni che provoca coi “suoi moti poco men lievi”. Nei “Paralipomeni della Batracomiomachia” (IV, 10, 6) Leopardi scriverà su questo argomento: “Per certo si suppon che intenta sia / natura sempre al ben degli animali / e che l’ami di cor, come la pia / chioccia fa del pulcin che ha sotto l’ali” e chiamerà la natura “dei suoi figli antica / e capital carnefice e nemica”.

  1. 52-63 In questi luoghi desolati, o secolo superbo (perché pensi di dominare la natura e credi ciecamente nel progresso) e sciocco (perché non ti rendi conto dei pericoli, delle minacce che sovrastano l’umanità), vieni a guardare e a verificare le tue certezze, secolo che hai abbandonato la via segnata dinanzi a te sino ad allora dalla filosofia razionalistica e sensistica avviata nel Rinascimento e dalle dottrine del secolo XVIII e, tornato indietro, per di più ti vanti del ritorno alle dottrine passate e ti illudi che in ciò consista il progredire. Tutti gli uomini d’ingegno, di cui il destino ingiusto ti fece padre (perché meritavano davvero di vivere in un secolo migliore), a queste tue manifestazioni di infantile insensatezza vanno applaudendo la tua follia, per quanto talvolta nel loro intimo si prendano gioco di te (il poeta non crede alla sincerità delle ostentate credenze spiritualistiche).

Nel “Dialogo di Tristano e di un amico” Leopardi scriveva: “L’effetto è che a paragone degli antichi noi siamo poco più che bambini, e che gli antichi a confronto nostro si può dire più che mai che furono uomini. Parlo così degl’individui paragonati agl’individui, come delle masse (per usare questa leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse. Ed aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente più virili di noi anche ne’ sistemi di morale e di metafisica”. Queste di Giacomo sono parole sdegnose nei confronti del proprio tempo: e la critica è oramai concorde che “esse non costituiscono l’espressione di uno spirito reazionario, cieco dinanzi alle esigenze delle dottrine liberali, ma l’espressione di un animo che aveva già in se stesso, sin dalla prima maturità, esaurito e condannato i princìpi su cui si appoggiava la borghesia europea, a favore di una visione più avanzata dei rapporti umani, non finalizzata alla guerra spietata delle libere iniziative, delle “polizze di cambio”, dei commerci, che avrebbe condotto fatalmente a guerre terribili e sanguinose, ma alla confederazione fraterna degli uomini contro la natura, comune nemica”. I contemporanei si credono padroni della loro esistenza mentre invece sono fragili pedine di un destino ignoto, di cui la natura è inflessibile interprete.

Interessante mi sembra il raggruppamento fonico, fatto di rime e di assonanze, dei vv. 55-58: “innanti-vanti, abbandonasti-passi-chiami”, che insiste proprio sulla condanna del credulo ottimismo dei movimenti spiritualistici e sulla sua fiducia nel razionalismo settecentesco.

  1. 63-77 Io non morirò macchiato dalla vergogna dell’adulazione del tuo infantile ragionare; ma, al contrario, avrò (prima) mostrato nel modo più palese il disprezzo che per te nutro dal profondo del mio animo: benché sappia che la dimenticanza ricopre chi vuol troppo spiacere ai suoi contemporanei. Di questo oblio (che avrò comune con te, o secolo mio) sin da ora mi rido assai. Tu vai sognando libertà e nello stesso tempo vuoi di nuovo schiavo il pensiero, che solo e parzialmente ci liberò dalla corruzione medievale, e che solo può farci crescere in libertà e civiltà, soli strumenti di pubblico governo e di guida dei destini dei popoli verso il meglio.

Leopardi non poteva temere la condanna o la dimenticanza che il suo tempo gli avrebbe destinato. Nel “Cantico del gallo silvestre” egli aveva ragionato del silenzio assoluto altissimo che nei tempi futuri circonderà ogni opera e gloria degli uomini: “Tempo verrà che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi”.

Il “non io”, piantato alla fine del v. 63, accompagnato da quel “nel petto mio” (v. 66) sottolinea l’enfasi della posizione battagliera del nostro ma anche la sicura coscienza di sé; e la rima baciata “sotterra/serra” (vv. 64-65), con i sostantivi “vergogna e disprezzo” accentua la sua opposizione alla vana e ridicola stoltezza dei tentativi di libertà scompagnati dalla coerenza di un pensiero tutto e rigorosamente immanente. Così pure è efficace la concatenazione stretta delle preposizioni, sottolineata dalla ripetizione “sol, solo, sola” dei vv. 74, 75, 76, che discendono l’una necessariamente dall’altra con rigore logico. Lo stacco fortissimo segnato dalla negazione e dal pronome personale, sottolineato dalla collocazione a fine verso (63) e dal forte enjambement col verso seguente (“con tal vergogna scenderò sotterra”) esprime bene stilisticamente l’orgoglio solitario del nostro poeta.

Scrive Luigi Russo nel suo commento: “Qui L. coglie assai bene la debolezza del liberalismo, là dove esso tentava di accordarsi con le filosofie autoritarie del passato; se la libertà è un’idea e una conquista dell’uomo, essa non ci può essere elargita dall’alto. Un coerente liberale è necessariamente un immanentista. E’ nota la critica che è stata fatta nei nostri tempi ai liberali cattolici dell’800, che in quanto liberali non potevano essere cattolici ortodossi e se buoni cattolici non potevano essere fermamente e rigorosamente liberali”.

  1. 78-86 Tanto ti spiacque la verità relativa alla sorte infelice e alla condizione miserevole che la natura ci ha dato nella struttura dell’universo. Questa è la ragione per cui hai voltato le spalle alla filosofia illuministica che lo aveva rivelato: e, mentre sei tu che fuggi dalla conoscenza del vero, chiami vigliacco chi segue quel lume, e chiami coraggioso soltanto chi innalza sino alle stelle la condizione umana, illudendo se stesso e gli altri, e mostrandosi così astuto (se inganna gli altri) o folle (se inganna se stesso).

Si capisce ora tutto il sarcasmo della frase del Vangelo di Giovanni che fa da epigrafe al canto: ora si dimostra che gli uomini amano più il buio che la luce, preferiscono le menzogne alla verità. E anche il chiasmo del v. 85, “sé schernendo o gli altri, astuto o folle”, è un modo stilisticamente raffinato per dimostrarlo. Ed è inusuale anche la violenza contenuta nella ripetizione “vigliaccamente – vil” dei vv. 81, 83, come se la polemica gli avesse tolto la consueta serenità espressiva. La rima baciata finale, folle-estolle (vv. 85-6) chiude il cerchio e segna lo stacco tra la seconda e la terza parte del canto.

Con la lode al “risorto pensier” (v. 55) Leopardi aveva riconosciuto il valore ma anche il limite invalicabile della filosofia moderna, che è quello di essere unicamente distruttrice, negativa. E già alla data del 1° settembre 1826 egli aveva annotato nello Zibaldone: “Il detto di Bayle, che la ragione è piuttosto uno strumento di distruzione che di costruzione, si applica molto bene, anzi ritorna a quello che mi par di avere osservato altrove, che il progresso dello spirito umano dal risorgimento (cioè dal Rinascimento) in poi, e massime in questi ultimi tempi, è consistito e consiste tutto giorno principalmente, non nella scoperta di verità positive, ma negative in sostanza”. Nel futuro dell’umanità Giacomo non vede ottimistici orizzonti di progresso ma un realistico movimento verso il nulla.

  1. 87-97 Un uomo di umile condizione e di corpo malaticcio, che sia però d’animo elevato e nobile, non si proclama né si reputa ricco d’oro e robusto di complessione e non fa ridicola ostentazione fra la gente di vita agiata o di persona vigorosa; ma si lascia vedere, senza vergogna, debole e privo di ricchezze, e tale si dichiara apertamente, senza infingimenti, e giudica la sua condizione secondo quello che è in realtà.

All’inizio della strofa si pone un paragone che il poeta aveva già svolto in uno dei suoi “Pensieri” (IC): “Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere od essere ciò che non sono. Il povero, l’ignorante, il rustico, il malato, il vecchio, non sono mai ridicoli mentre si contentano di parer tali, e si tengono nei limiti voluti da queste loro qualità ecc…”. Qui il concetto viene sviluppato con stile asciutto e ritmo vigoroso, con una sola rima, “valente-gente-apertamente”, in assonanza con “inferme”, col chiasmo “uom di povero stato e membra inferme” (v. 87) e ancora con “stato-alto-gagliardo”, e “splendida-vita”, e “persona-mostra-forza-vergogna-noma”, tutte assonanze reiterate.

La critica ricorda giustamente l’inizio di un sonetto di Vittorio Alfieri, “Uom di sensi e di cor libero nato,/ fa di sé tosto indubitabil mostra”, nel quale si avverte la stessa robusta impostazione morale: in Alfieri è l’uomo libero, in Leopardi l’uomo di nobile cuore, cosciente dei suoi limiti, e che non si erge in maniera arrogante contro lo strapotere della natura. Ma si ricordi anche il tipo abbozzato dal nostro poeta nei “Nuovi credenti” di colui che tossendo e con le ossa e le vene corrotte dalla sifilide declama sul “dolce stato mortal”.

  1. 98-110 Io non credo che sia un essere saggio e coraggioso ma uno sciocco colui che, nato per morire e cresciuto fra le sofferenze, afferma: “sono stato creato per essere felice” e riempie i suoi scritti di disgustoso orgoglio, promettendo ai popoli meravigliosi destini e straordinarie felicità, quali non solo questa terra ma perfino il cielo ignora, a popolazioni che un’onda di maremoto, una pestilenza, un terremoto possono distruggere con tanta violenza da non lasciarne a malapena che un vago ricordo”.

A questo proposito può essere opportuno citare un passo del “Dialogo della Terra e della Luna”, dove la Terra dice: “oggi massimamente gli uomini mi promettono per l’avvenire molte felicità”, rispondendo alla Luna che aveva affermato che “il male è cosa comune a tutti i pianeti dell’universo, o almeno di questo mondo solare”. E nello Zibaldone alla data, 11 marzo 1826, Leopardi scriveva: “L’uomo, e così gli altri animali, non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla… Spaventevole, ma vera proposizione e confusione di tutta la metafisica… Il vero e solo fine della natura è la conservazione della specie, e non la conservazione né la felicità degli individui”.

Con una interessante contrapposizione Leopardi, nel v. 98 riprende il “magnanimo” del v. 84, ponendoli entrambi a inizio di verso, in posizione enfatica, proprio per illuminarne decisamente il contrasto ideologico e perfino antropologico. Vorrei richiamare un gioco linguistico che ritorna all’inizio e alla fine di questa sequenza: la rima baciata “uguale-animale” dei vv. 97-98 a cui risponde “avanza-rimembranza” dei vv. 109-110.

  1. 111-135 Nobile creatura, al contrario, è quella che osa sollevare gli occhi mortali al destino comune (che sa guardare in faccia la verità) e apertamente ammette, senza togliere nulla al vero, il male che ci è stato dato in sorte e la nostra pochezza, la nostra condizione miserevole; quella creatura che nel soffrire si mostra grande e forte, e non aggiunge alle sue miserie gli odi e le ire tra fratelli, più gravi ancora di ogni altro danno, incolpando l’uomo del suo dolore, ma dà la colpa a quella che davvero è responsabile, che è madre dei mortali, perché li ha generati, ma matrigna perché indifferente del tutto alle proprie creature. E’ costei che (la nobile creatura) chiama nemica; e pensando che contro costei la società umana sia unita, come realmente è, e ordinata fin dalla sua prima origine per unire le sue forze contro le avversità naturali, considera gli uomini tutti alleati tra di loro con un patto comune e tutti abbraccia con il suo amore (un amore nutrito dalle miserie comuni e dall’odio comune), porgendo valido e pronto aiuto ed aspettandolo altrettanto valido e pronto (a seconda delle circostanze) nei pericoli che minacciano ora gli uni ora gli altri e nei travagli della guerra comune (di tutti gli esseri umani contro la natura).

Sono questi i versi centrali del canto. Sostiene la critica che l’immagine dello sguardo levato verso la verità deriva dal “De rerum natura” di Lucrezio (I, 66-67) dov’era riferito al maestro Epicuro (“per primo un Greco, un essere umano, osò levare i suoi occhi mortali contro di lei e opporlesi”). Questo autoritratto eroico è da accostare a quello del “Dialogo di Tristano e di un amico” (1832): “calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogni inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa ma vera”. Anche nel “Dialogo della natura e di un Islandese” il protagonista depreca gli uomini “i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, di beni che non giovano… tanto più si allontanano dalla felicità quanto più la cercano”. E quanto alla Natura in persona, all’Islandese che la interroga sullo scopo delle sofferenze umane, tutti ricordano la risposta: “E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”. E’ necessario notare, sulla natura, il chiasmo efficacissimo che oppone, a inizio e fine del v. 125, “madre è di parto e di voler matrigna”. E poi è decisivo il confronto tra la natura nobile dell’uomo impavido, che osa affrontare la dura verità, e la natura malvagia che gli si oppone: il poeta sviluppa il tema con un gioco splendido di aggettivi dimostrativi, si veda il “quella” dei vv. 111 e 118 –a fine e inizio verso- (che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali, che grande e forte mostra sé nel soffrir) confrontata al “quella” del v. 123 –a fine verso- riferita alla natura (ma dà la colpa a quella che veramente è rea); e ancora e di nuovo nel “costei e questa” del v. 126, sempre a inizio e fine verso, (Costei chiama inimica; e incontro a questa), dove si coglie il disprezzo che viene dal riconoscimento della colpa. Solo questo eroe, e non è difficile capire che Leopardi qui disegna il proprio autoritratto, è capace di vero amore, “tutti abbraccia / con vero amor”, vv. 131-132, mentre la natura partorisce i suoi figli e li abbandona, indifferente al loro destino.

Che per Leopardi il male più grave sia l’odio che si nutre per i propri simili, cioè la mancanza di compassione, lo stato di distacco e di isolamento, lo dimostrerebbe una pagina dello Zibaldone nella quale è sviluppato questo concetto: “La mia filosofia… di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti… portano però cordialmente a’ loro simili… La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera dei mali dei viventi” (Recanati, 2 gennaio 1829). Del resto l’ipotesi della solidarietà umana si affacciava, anche nella chiusura del “Dialogo di Plotino e Porfirio” quale ultima forma di saggezza, una volta riconosciuta la definitiva miseria dell’universo: “Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente per compiere nel miglior modo questa fatica della vita”. Il pessimismo assoluto non induce Leopardi alla rassegnazione e all’inerzia di fronte alla potenza ostile della natura, né all’indifferenza verso i mali dell’umanità; il suo è un pessimismo combattivo ed eroico, aperto alla solidarietà verso gli altri uomini che non devono aggravare con le proprie azioni una condizione già disperata, non illuminata da alcuna luce di speranza né giustificata da nessuna ipotesi di compensazione ultraterrena.

  1. 135-144 E la nobile creatura crede che armarsi e porre insidie e ostacoli al vicino sia cosa stolta, così come sarebbe, in un campo di battaglia assediato dai nemici, nel più aspro infuriare dei combattimenti, trascurando i nemici, intraprendere gare feroci con i compagni e metterli in fuga e fare stragi con la spada tra i commilitoni.

Qui si continua il discorso sviluppato nei versi precedenti: all’invito a una solidarietà tra gli uomini contro la natura matrigna sembra aggiungersi un altro concetto, un elemento suggestivo, quasi il superamento del più stretto individualismo della ricerca filosofica verso un’ipotesi di una società nuova. Questa è un’interpretazione novecentesca (soprattutto di Luporini, Binni e Timpanaro) che vorrebbe esaltare lo spessore ideologico del pensiero leopardiano e riabilitarne la voce solitaria e isolata nel suo tempo. Come se il nostro poeta fosse estraneo ai suoi contemporanei per ché in grande anticipo sui tempi nuovi. Un passo dello Zibaldone, 4280-4281 (in data aprile 1827) presenta questa sottolineatura suggestiva, sotto forma di congetture o riflessioni dal contenuto anticipatore, che Leopardi annota poiché potrebbero servire per una Lettera a un giovane del ventesimo secolo: Congetture sopra una futura civilizzazione dei bruti, e massime di qualche specie, come delle scimmie, da operarsi dagli uomini a lungo andare, come si vede che gli uomini civili hanno incivilito molte nazioni o barbare o selvagge, certo non meno feroci, e forse meno ingegnose delle scimmie, specialmente di alcune specie di esse; e che insomma la civilizzazione tende naturalmente a propagarsi, e a far sempre nuove conquiste, e non può star ferma, né contenersi dentro alcun termine, massime in quanto all’estensione, e finché vi sieno creature civilizzabili, e associabili al gran corpo della civilizzazione, alla grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla natura, e contro alle cose non intelligenti”. Però bisogna far notare che la solidarietà ipotizzata tra gli uomini è di natura totalmente negativa: gli odi e le inimicizie umani sono sciocchi, inutili, perché non sono mai rivolti a chi è veramente colpevole, e cioè la natura, e non preannuncio di una nuova società. Le stesse rime ed assonanze (inciampo-campo, obbliando-brando) sembrano concentrarsi solo sugli aspetti della contrapposizione guerresca.

 

  1. 145-157 Quando questo tipo di considerazioni sarà chiaro al popolo, come furono un tempo (per effetto delle dottrine illuministiche), e quel moto di terrore che nel primo tempo dell’umanità (a causa dello spavento primordiale per i fenomeni naturali) strinse gli uomini in un patto sociale contro la natura malvagia sarà ripristinato parzialmente da una sapienza fondata sulla verità, allora l’onestà e la rettitudine del consorzio civile e la giustizia e la pietà avranno ben più solide basi che non quelle vane e superbe fantasie, fondandosi sulle quali l’onestà, la probità del popolo si reggono malamente come tutto ciò che poggia sull’errore.

 

Si avverte qui l’influenza del “Contratto sociale” di Rousseau. Le “superbe fole” non sono solo le credenze religiose; sono dal poeta derise le fedi di più largo ambito metafisico che pretenderebbero di fare dell’uomo un essere felice. E’ utile, però, sviluppare anche un’altra constatazione, suggerita dalla critica: nella “Palinodia” Giacomo negava che il cosiddetto progresso potesse assicurare felicità e giustizia, perché la felicità è negata dall’ordine stesso di natura e le stesse leggi naturali prescrivono che trionfi sempre –in ogni forma di governo- la forza e l’iniquità. Qui, nella “Ginestra”, il poeta continua ad escludere la felicità ma (e questa è la grande svolta) afferma la possibilità di un progresso che assicuri una società più giusta, con rapporti più umani tra gli uomini. Questo progresso non assicurerebbe affatto la felicità, che è impossibile, ma garantirebbe una società più giusta e civile, in cui gli uomini non sarebbero più aggressivi gli uni contro gli altri come belve. Il bisogno di lottare contro la natura indurrebbe alla solidarietà reciproca, alla fraternità. Il fondamento oggettivo sarebbe un bisogno reale degli uomini, quello di salvaguardare la propria sopravvivenza. Quando la natura malvagia si accanirà contro di lui, l’uomo sarà soccorso e confortato dai suoi simili. Ecco il compito dell’intellettuale in questa società: diffondere la consapevolezza del vero, indicare il vero nemico contro cui combattere, spingere gli uomini alla fraternità.

 

 

  1. 158-166 Spesso io siedo di notte in questi luoghi abbandonati, che la lava solidificata riveste di nero –quasi in segno di lutto- e pare che ondeggi accavallandosi; e sulla pianura deserta e triste vedo dall’alto scintillare le stelle in un cielo tutto azzurro, non offuscato da veli di nebbia, e ad esse di lontano fa specchio il mare, e vedo il mondo intero brillare tutto intorno di luci nella cavità immensa del firmamento.

 

Ora lo scenario si sposta dalle rovine vulcaniche all’immensa volta stellata, dal piccolo limitato mondo degli uomini, ripieno di superbe illusioni, agli spazi sconfinati dei cieli indifferenti. Per l’incipit subito si pensa al Petrarca (“poi, quand’io veggio fiammeggiar le stelle”, Canzoniere, XXII, 11) e , più ancora, al Monti (“Veggo del ciel, per gl’interrotti campi / qua e là deserte scintillar le stelle”, in Pensieri d’amore, vv. 130-131). Colpiscono le assonanze, bruno-flutto-purissimo-azzurro-tutto e fiammeggiar-mare-brillare e vòto-mondo.

Molta critica ha avvicinato questa contemplazione vertiginosa degli spazi alla quarta strofa del “Canto notturno”. Ma nel suo studio Walter Binni ha rilevato la differenza sostanziale: “Qui non c’è il fare meravigliato del “Canto notturno”: c’è invece la sicurezza di chi sa, di chi afferma ed insegna. Non c’è il pastore con le domande di “forse, chissà”, ma un uomo che si sprofonda nella contemplazione con un suo passo, ormai certo della meta. C’è il nuovo Leopardi che non sfugge l’arido vero, ma l’affronta e se ne fa apostolo”.

 

  1. 167-185 E fissando quelle luci, che agli occhi sembrano un punto (piccolissime), mentre sono tanto grandi che un punto, in confronto a loro, sono in verità la terra e il mare; alle quali non solo l’uomo ma questo stesso globo, dove l’uomo è nulla, è completamente sconosciuto. E quando guardo quegli ammassi, per così dire, di stelle ancora più infinitamente lontani (le nebulose), che a noi sembrano quale nebbia, mentre ad essi (i nodi di stelle) non solo l’uomo o la Terra ma tutte le nostre stelle, infinite di numero e di grandezza, insieme al sole che ci appare così splendente, o sono ignote del tutto o appaiono, come loro stesse alla Terra, un punto di luce nebbiosa. Allora, cosa sembri mai, al mio pensiero, o stirpe dell’uomo?

 

Tutto il lungo periodo, che sembra quasi voler esprimere la vastità infinita del soggetto universo e condurre a prospettive lontanissime, si chiude, con una sproporzione molto efficace, con la concentrata e sprezzante interrogazione dei versi finali 183-185. La critica rileva che il tema della terra piccolissima se confrontata con l’universo è antico nelle opere giovanili; negli “Appunti e ricordi” il nostro poeta già annotava: “Mie considerazioni sulla pluralità dei mondi e il niente di noi e di questa terra e sulla grandezza e la forza della natura che noi misuriamo coi torrenti ecc., che sono un nulla in questo globo che è un nulla nel mondo”. Ancora nel “Copernico” Leopardi aveva satireggiato l’uomo perché crede che sia una parte privilegiata dell’universo e si ritiene “imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti… e di tutte le cose”. Tra le fonti segnalate è suggestiva l’immagine tratta dalle “Avventure di Saffo” di Alessandro Verri e antologizzata da Leopardi nella “Crestomazia italiana” con il titolo “La vita campestre e solitaria”: “questo interminato spazio, disseminato di astri infiniti ai quali non che Siracusa, ma tutta la terra è un attimo di fango”.

 

Ancora la rima e la consonanza in “u-o” costella il periodo: “appunto-punto-punto-sconosciuto-tutto-uno-punto”. E il veracemente del v. 171, in assonanza interessante con immense del v. 169, si oppone con evidenza al sembrano del v. 168. Questa sciocca umanità può credersi al centro dell’universo eppure non è che un granello sperduto, un punto infinitesimale, e così appare nella contemplazione mentale di mondi innumerevoli (v. il suono di “remoti-nodi”, alla fine e all’inizio dei vv. 175-176; così pure il nesso “mole-sole-ignote-prole” nei versi seguenti e l’affascinante –se pur distanziata- rima delle stelle ai vv. 163, 176, 180).

Tutta la critica ha notato che “negli idilli il poeta non appare mai immerso nella realtà naturale esterna (v. “A Silvia”) ma è sempre separato da essa da una specie di diaframma fisico (in genere la finestra) che allontana la realtà, la filtra e permette all’immaginazione di sostituire al reale, che sarebbe il “brutto”, un’altra realtà, quella interiore dell’immaginazione. Qui invece non vi sono più diaframmi: l’io è immerso nella realtà esterna, non la sfugge più ma la affronta eroicamente”. E l’infinito non è più l’infinito della fantasia ma quello del vero.

 

  1. 185-201 E io, ricordando la tua condizione su questa terra, di cui è testimone il suolo che io calpesto (ricordando che sei fango, polvere); e poi, dall’altra parte ricordando, (o infelice umanità), che ti credi assegnata come signora e causa finale del tutto, e ricordando ancora quante volte ti piacque raccontare che in questo oscuro granello di sabbia che ha nome Terra scendevano per causa tua gli dei che l’hanno creato, e conversavano spesso piacevolmente con i tuoi figli, e che perfino l’età presente, che sembra superiore a tutte le altre in conoscenza e in civiltà, insulta quei pochi che mantengono un’ombra di saggezza (che non possono credere a quelle favole) rinnovando dei sogni ormai ridicoli (credenze già derise nell’età dei lumi), o infelice umanità, quale commozione, quale pensiero assale alla fine il mio cuore (cosa devo pensare di te)? Non so se alla fine prevale il riso (per la tua superbia stolta) o la pietà (per la tua cecità e per il tuo bisogno di conforto).

 

Ancora un periodo lunghissimo, ricco di subordinate, coerente con l’evoluzione millenaria della storia umana, che sottolinea la difficoltà dell’uomo a reggere lo sguardo dell’universo infinito e che si conclude con la constatazione dell’effettiva irrilevante piccolezza dell’uomo e con il rifiuto di ogni implicazione metafisica. Mi colpisce l’analogia con la struttura, concettuale e linguistica, dell’Infinito: anche qui l’incipit con i verbi al gerundio, rimembrando il tuo stato (vv. 185-186), i derisi sogni rinnovellando (vv. 194-195), -che rievocando il “sedendo e mirando” e il “vo comparando” dell’idillio del 1819- definiscono la lunga durata del processo mentale dell’umanità. E poi la successione del quadro: prima l’evocazione cosmica della grandezza smisurata dell’universo, poi l’annotazione sulla stupida superbia delle credenze umane (compresa una precisa polemica anche contro il dogma della divinità di Cristo, oltre che nei confronti dei miti antichi); così come nell’Infinito agli spazi senza termine, ai silenzi senza alcuna voce o suono, a quella immensità incompatibile con la varietà del mondo succede la coscienza della dimensione mentale del tempo e della storia. Siamo lontani però dal naufragio nell’immensità spazio-temporale dell’Infinito; ora la coscienza della limitatezza e della fragilità umane si delinea in tutta la sua dolorosa realtà e l’ironia diventa sarcasmo lucido e acuminato, in una frase isolata, secca e lapidaria.

 

Sostiene la critica che l’opera leopardiana rappresenta, in forma estremamente drammatica, la crisi dell’uomo moderno (“l’uomo copernicano”), a cui le nuove scoperte, la nuova visione del cosmo hanno tolto le certezze tradizionali senza sostituire ad esse altre certezze. In questa fase estrema della sua vita Giacomo arriva ad una certezza sicuramente dolorosa, nuda, ma che egli accoglie con eroico vigore, con determinazione e tale che da essa egli fa discendere più preciso l’impegno degli uomini tutti, intellettuali e non.

 

  1. 202-230 Come un piccolo frutto, che nell’autunno inoltrato la sola maturazione, senza il concorso di altre forze, fa precipitare a terra, cadendo schiaccia, distrugge e seppellisce in un attimo un formicaio scavato nel terreno molle con gran lavoro, e ancora le opere, le provviste che quegli insetti laboriosi (le formiche) avevano raccolto nell’estate, a gara, con lunga fatica; allo stesso modo un tenebroso precipitare di ceneri, di pomici e di pietre, mescolate a bollenti ruscelli di lava, piombando dall’alto, scagliato verso il cielo dalle viscere fragorose del vulcano, oppure un’immensa colata di massi e di metalli liquefatti e di sabbia infuocata, scendendo furiosamente tra l’erba lungo il fianco della montagna, sconvolse, distrusse e ricoprì in un attimo le città che il mare accarezzava là sulla costa più lontana: per cui su quelle città distrutte ora pascola la capra e dall’altra parte sorgono città nuove sopra quelle sepolte, e l’alto e potente monte quasi calpesta con il suo piede le mura abbattute.

 

Leopardi riprende, come segnalano già i primi commentatori, la descrizione dell’eruzione dell’Etna nell’Eneide, III, 571-577: “Sed horrificis iuxta tonat Aetna ruinis / interdumque atram prorumpit ad aethera nubem / turbine fumantem piceo et candente favilla / attolitque globos flammarum et sidera lambit;/ interdum scopulos avulsaque viscera montis / erigit eructans liquefactaque saxa ad auras / cum gemitu glomerat fundoque exaestuat imo” (“ma sopra con spaventosi tremiti l’Etna rimbomba / e a tratti vomita, nera, all’aria una nuvola / fumante vortici densi e accese faville / e alza globi di fiamme e le stelle lambisce./ A tratti pezzi di rupi, viscere avulse dal monte,/ scaglia eruttando, e rocce liquefatte di fuori / con boati conglomera, fin dal profondo ribolle”).

 

La lunga similitudine vuole rappresentare insieme la casualità dell’evento e la sproporzione tra il suo aspetto trascurabile e le conseguenze terribili che può generare. Sembra che il poeta assuma la prospettiva di un osservatore esterno, freddo e lucido, che si sovrappone a quella soggettiva degli uomini-formiche e delle città della costa vesuviana. Nella descrizione delle formiche schiacciate dal piccolo frutto caduto dalla pianta è indubbio che il nostro poeta usi una compassione generosissima, attribuendo loro affetti umani (i dolci alberghi, v. 205), consapevolezza di identità collettiva (il popol di formiche, ib), operosità e attaccamento al lavoro (con gran lavoro, v. 207, l’assidua gente, v. 209), previdenza (ricchezze adunate a prova, v. 208). Però la critica più attenta scrive che l’atteggiamento di Giacomo non è caritatevole, anzi “è sottilmente corrosivo, interessato e strumentale: il mondo delle formiche rispecchia quello umano, rendendone sensibile la paurosa miopia: intenti ai loro piccoli interessi, gli uomini, come le formiche, non si accorgono del piccolo frutto che pende sul loro capo, né di quanto sia precaria e fragile la loro felicità”. Lucide mi sembrano anche l’architettura verbale trinitaria (tre rapidi verbi principali) e l’estrema energia con le quali Leopardi costruisce il paragone tra gli insetti e gli umani: “schiaccia, diserta e copre in un punto”, vv. 211-212; “confuse e infranse e ricoperse in pochi istanti”, vv. 224-226), col polisindeto che accentua la rapidità fulminea delle fasi distruttive. La descrizione del cataclisma è vibrante ed energica: si noti il ricorrere di gruppi di fonemi, composti di nasale + consonante (piombando, tonante, profondo, bollenti, fianco, scendendo, immensa). E la critica ha dato grande rilievo alla metafora dell’utero tonante (v. 213): l’immagine dell’utero vulcanico sottolinea bene l’idea di una natura “madre di parto e di voler matrigna” dal cui grembo esce la vita ma può uscire anche la morte. E nella strofa prevalgono anche i brevi e rapidi settenari (su 15 versi 10 sono settenari) sui più ampi e lenti endecasillabi.

 

  1. 231-236. La natura non presta più attenzione né nutre maggiore considerazione per la specie umana che per la formica: e se è vero che la strage si verifica più raramente per l’uno che per le altre (le formiche), questo accade unicamente perché l’uomo ha generazioni meno feconde (gli uomini sono meno numerosi delle formiche).

 

E’ la logica conclusione che il poeta trae dalle osservazioni puntuali sviluppate nella lunga dissertazione precedente. Annota un critico: “la natura distrugge meno uomini perché la loro specie non venga annullata”. Anche in questa strofa la natura continua ad apparire in tutta la sua imponenza: mentre in quella precedente l’imponenza era ammirata nella serena armonia del cosmo, qui essa campeggia prepotente nella terribilità dell’eruzione vulcanica.

 

  1. 237-248 Sono passati ben milleottocento anni dacché sono sparite le popolose città, distrutte dalla forza del vulcano, e il povero contadino, intento alla cura dei vigneti, che a stento in questi campi  la terra morta e coperta di cenere riesce a nutrire, ancora leva lo sguardo timoroso alla vetta fatale (perché ad essa è legata la sua sopravvivenza) che, per nulla divenuta più mite, ancora lo sovrasta tremenda, ancora minaccia strage a lui e ai suoi figli e ai miseri averi.

 

La paura del contadino che vive ai piedi del vulcano e ha paura in ogni momento della sua spaventosa forza si legherà al ricordo della grande distruzione delle antiche belle e ricche città. Il poeta sviluppa il concetto con un fitto reticolo di suoni: v. le numerose assonanze (oppressi, seggi, vigneti, averi, poverelli; forza, morta, zolla; villanello, intento, stento; vetta, tremenda); e sottolinea, con il diminutivo villanello e con il verbo nutre, la pochezza e la miseria del contadino –nei confronti della spaventosa forza del Vesuvio- ma anche la cura continua che egli dedica al terreno bruciato. Il “Ben” iniziale vuole rilevare la meraviglia che il pericolo sia immanente come allora e la notazione viene ripresa, al v. 243, da quell’ancor leva lo sguardo: ancora, sebbene siano trascorsi quasi duemila anni, e al v. 246-7 dall’ancor siede tremenda (la vetta fatal). Si sottolinea che in questo “sedere” c’è la maestà stessa, onnipotente e implacabile della Natura. Foscolo, nella lettera di Jacopo Ortis del 19 e 20 febbraio: “La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi”.

 

  1. 248-257 E spesso l’infelice sta sul tetto della sua misera casupola, giacendo all’aria aperta senza poter prendere sonno e, sobbalzando più volte per la paura, spia da lontano il corso della lava –tanto temuta- che dalle viscere inesauribili si riversa sul dorso del vulcano, coperto di sabbia sterile, al cui bagliore riluce il mare intorno a Capri, al porto di Napoli e a Mergellina.

 

Al v. 213 –per descrivere la potenza spaventosa dell’eruzione- il poeta aveva scritto: “d’alto piombando / dall’utero tonante”; ora annota: “si riversa / dall’inesausto grembo” (vv. 253-4): il vulcano non ha per nulla esaurito il suo potenziale di morte. Ma c’è di più e voglio ripeterlo: nella sua satira corrosiva non a caso Leopardi usa due riferimenti materni, utero e grembo, per dileggiare una madre-natura carnefice dei suoi figli. E ancora, nella sequenza, sono numerosi i richiami fonici –soprattutto in assonanza-: “spesso-tetto-villereccio-giacendo-grembo; notte-insonne-volte; corso-dorso-porto; marina-Mergellina”.

 

  1. 258-268 E se (il contadino meschino) vede avvicinarsi la lava, o se sente gorgogliare ribollendo l’acqua nel fondo del pozzo di casa, subito in tutta fretta sveglia i figli e la moglie e fugge portando con sé quante più cose può, e vede di lontano la loro cara abitazione e il piccolo podere, che fu la loro unica fonte di sostentamento, preda della lava bollente che giunge crepitando e inesorabile si distende per sempre, solidificandosi, sulla casa e sul campo.

 

Il poeta, nella primavera del 1836, abitava in una villetta tra Torre del Greco e Torre Annunziata, proprio alle falde del Vesuvio. Scrive il Ranieri (“Sodalizio, XXXI”): “Quivi egli ascoltava, con piacevole attenzione, i racconti e le leggende vulcaniche del fattore, della moglie, dei figliuoli e delle figliuole, gente patriarcale ed antica di quei luoghi e di quel podere”. Probabilmente da quei racconti avrà ricavato la ricchezza e l’intensità di queste annotazioni. La suggestione di questi versi è anche dovuta a una sapiente mescolanza di umile, di familiare, di quieto (il domestico pozzo) e di un presagio orrendo, spaventoso (“desta… desta… e via”). Si noti anche la potenza di quel “crepitando giunge”, v. 267, (le piante che si incendiano al passaggio della lava) e la durata interminabile, quasi eterna, dell’avverbio durabilmente (v. 268), una lunghezza senza requie di un flutto lavico che inesorato… sovra quei si spiega.

 

  1. 269-279 Dopo un oblio di tanti secoli torna alla luce del sole la Pompei distrutta, come uno scheletro sepolto che l’avidità di guadagno o la pietà restituisce all’aria aperta togliendolo dalla terra; e dal foro deserto (restituito dagli scavi alla vista degli uomini) il visitatore, in piedi tra le file delle colonne spezzate, può contemplare di lontano la doppia cima del vulcano (il Vesuvio e il monte Somma) e il pennacchio di fumo che ancora minaccia le sparse rovine della città.

 

Annota la critica che l’immagine dello scheletro deriva dal testo di uno scrittore illuminista francese ben noto a Leopardi, “Les ruines” (Le rovine) di Volney (1791), nel quale si paragona l’antica Palmira, ora in Siria, a una “lugubre squelette” (lugubre scheletro). Sottolineo ancora le numerose assonanze e qualche rima (antica-estinta-avarizia-ruina; sepolto-foro-giogo; scheletro-aperto-deserto; terra-pietà; celeste-rende; diritto-peregrino-bipartito; sparsa-minaccia).

 

  1. 280-288 E nella notte oscura piena d’orrore, attraverso i teatri vuoti, i templi devastati (che la lava ha deturpato), le case distrutte –dove il pipistrello nasconde i propri piccoli-, come una fiaccola funerea che si aggiri lugubre in palazzi vuoti di abitanti, avanza veloce il bagliore della lava mortale, che rosseggia da lontano tra le ombre della notte e colora i luoghi tutt’intorno.

 

In questi versi Leopardi, non si sa quanto volutamente, sembra riprendere un tema già affrontato da Foscolo nei Sepolcri (“… e quando / il tempo con sue fredde ale vi spazza / fin le rovine” (vv. 230-32): era il culmine del materialismo foscoliano; la memoria delle grandi cose umane, anche se affidata ai monumenti, non poteva sopravvivere alla furia distruttrice del tempo; così la doppia morte delle cose e del loro ricordo rendeva più grande e splendente il trionfo della poesia che sola “vince di mille secoli il silenzio”. Giacomo qui non segue la sua fonte e richiama la doppia vittoria della Natura (il vulcano distruttore) che non solo ha annientato la vita umana ma che ne può distruggere il ricordo e ogni traccia. Questi teatri vuoti, questi templi deformati, queste case distrutte sono una seconda morte, definitiva. Il tempo immobile della natura maligna ignora i ritmi del tempo degli uomini. Anche la poesia appare incapace di garantire l’immortalità.

 

Ed è interessante riprendere i suoni di questa evocazione: “notte-rotte-asconde-corre-ombre; orror-baglior; teatri-parti-palagi; secreta-rosseggia; atra-lava”.

 

  1. 289-296 Così, ignara dell’uomo e delle età che egli chiama antiche e del succedersi delle generazioni, la natura si mantiene sempre giovane e vigorosa, e anzi il suo cammino è così lungo e lento che ella sembra star ferma anziché procedere, e gli interi secoli sono meno che un attimo. Cadono intanto i regni, si succedono genti e lingue diverse: la natura non vi fa caso, non se ne accorge; e nonostante questo l’uomo si vuole arrogare il vanto di essere eterno.

 

La critica segnala qui un riferimento al Tasso, Gerusalemme liberata, XV, 20: “Giace l’alta Cartago; a pena i segni / de l’alte sue ruine il lito serba./ Muoiono le città, muoiono i regni / copre i fasti e le pompe arena ed erba;/ e l’uom d’esser mortal par che si sdegni;/ oh nostra mente cupida e superba”. Leopardi muta l’ultima parte del verso tassiano, ancor più accentuando la vana superbia degli uomini. E il nostro poeta aveva già scritto nel “Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco”: “gli ordini che reggono il mondo paiono immutabili, e tali sono creduti, perciò che essi non si mutano se non che a poco a poco e con lunghezza incomprensibile di tempo, per modo che le mutazioni loro non cadono appena sotto il conoscimento, nonché  sotto i sensi dell’uomo”. Le rovine non aprono a un recupero della storia e del tempo (come invece era avvenuto nella giovanile “Sera del dì di festa” per il ricordo delle antiche memorabili imprese); sono invece soltanto un terribile avvertimento e monito per l’umanità, il trionfo del tempo naturale su quello dell’uomo. E nella chiusura risuonano insieme scherno e commiserazione.

 

  1. 297-317 E tu, docile ginestra, che adorni queste campagne spoglie con i tuoi cespugli profumati, anche tu tra poco ti piegherai alla furia devastatrice della lava che, ridiscendendo per il medesimo percorso, stenderà il suo mantello spietato sui tuoi teneri arbusti. E senza opporre alcuna resistenza (perché inutile, vana) piegherai il tuo capo innocente sotto il peso mortale della lava: ma non avrai piegato il tuo capo prima di allora per supplicare inutilmente in modo codardo dinanzi all’oppressore, invocando pietà (morirai con dignità senza sperare misericordia da chi non vuole concederla); ma neanche avrai levato il capo con folle orgoglio fino alle stelle (credendoti, come l’uomo si crede, simile a Dio), o sul deserto (credendoti signora di esso, come l’uomo si crede padrone della terra), nel deserto dove tu sei nata e hai avuto dimora non per tua volontà ma per un caso fortuito (così anche l’uomo sulla terra è ospite fortuito); ma più saggia, ma tanto meno folle dell’uomo tu sei poiché non hai creduto che le tue fragili generazioni di fiori fossero diventate immortali per merito tuo o del destino.

 

Come in una perfetta struttura ad anello alla fine Giacomo torna a rivolgersi alla ginestra per salutarla in un simbolico commiato e con tanta maggiore suggestione poetica (in fondo anche la solitudine li accomuna). L’umile fiore incarna, dall’inizio alla fine di questo canto, la consapevolezza della sorte riservata agli uomini, il coraggio di chi conosce il suo destino e non lo nasconde a se stesso, ma anche una pietà disinteressata e sincera per i suoi simili. La ginestra diventa il simbolo della possibile saggezza e nobiltà umana (delineata nella terza strofa): come il fiore non può cambiare il proprio stato ma vive riconoscendo i limiti che la natura le ha imposto, così l’uomo –liberato dalle illusioni dell’intelletto- deve affrontare la realtà senza presunzione, cosciente della propria fragilità. Il vero progresso dell’umanità è possibile solo se gli uomini non s’ingannano, non aspirano a un’eternità che non è scritta nel loro destino e si affratellano contro il comune nemico (la natura), di fronte al quale non devono piegare il capo in segno di vile supplica ma affrontare con dignità sia la vita che la morte. Ne sono dimostrazione, nell’ultimo periodo, i ben cinque “ma” avversativi presenti: essi sono la salda dimostrazione di un pensiero rigorosamente controcorrente e la polemica concettuale si appoggia sulla forza della sintassi. Così, scrive la critica, Leopardi riesce a fondere due registri che in apparenza sono divergenti: quello satirico e quello lirico, il sarcasmo contro gli uomini che hanno preferito le tenebre alla luce e la dolce e tenace poesia del fiore che nasce e muore sopra il vulcano: “la verità, il coraggio, la pietà che levano la loro voce sopra il deserto delle miserie umane”. E il suo diventa un appello non gridato, umile, quasi un’invocazione alla coscienza degli uomini.

 

Ed allora consentiteci di richiamare, in un’ultima nota, la bellissima musica dei suoni poetici di questa sequenza: le assonanze (lenta ginestra-meno inferma; foco-loco-noto; capo-piegato-indarno-supplicando-forsennato; selve-foreste-codardamente-stelle-sede), intrecciate con rime indimenticabili (renitente-innocente; odorate-campagne dispogliate; soccomberai-piegherai; natali-frali-immortali). E non sarà un caso che questo frammento lirico sia traversato da numerosissimi enjambement, come se il poeta avvertisse con intensità straziante l’urgenza di abbandonarsi alla commozione ma anche la necessità di un ferreo controllo razionale perché la ginestra è un simbolo trasparentissimo del suo atteggiamento morale.

 

 

                                                                       Marco B. e  Alessio  M.