Giacomo Leopardi, “La quiete dopo la tempesta”, Recanati, 1829

Giacomo Leopardi, “La quiete dopo la tempesta, (17-20 settembre 1829)”. Una lettura.

 

Questo è un lavoro scritto nel novembre 1989 da una studentessa del quinto anno, Corso propedeutico all’università, dell’Ist. Magistrale “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che una ragazza di diciotto anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di osservazioni acute e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua ed inevitabile approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, pur filtrate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica), naturalmente ricavate dai manuali e da alcune pagine saggistiche. Mi ha interessato, invece e soprattutto, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture.

A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero. Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. Questo naturalmente costa fatica: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla.

Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

prof.  Gennaro  Cucciniello

Passata è la tempesta;

odo augelli far festa, e la gallina,

tornata in su la via,

che ripete il suo verso. Ecco il sereno

rompe là da ponente, alla montagna;                                            5

sgombrasi la campagna,

e chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si rallegra, in ogni lato

risorge il romorio

torna il lavoro usato.                                                                            10

L’artigiano a mirar l’umido cielo,

con l’opra in man, cantando,

fassi in su l’uscio; a prova

vien fuor la femminetta a còr dell’acqua

della novella piova;                                                                               15

e l’erbaiuol rinnova

di sentiero in sentiero

il grido giornaliero.

Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

per li poggi e le ville. Apre i balconi,                                                20

apre terrazzi e logge la famiglia:

e, dalla via corrente, odi lontano

tintinnio di sonagli; il carro stride

del passeggier che il suo cammin ripiglia.

 

Si rallegra ogni core.                                                                            25

Sì dolce, sì gradita

quand’è, com’or, la vita?

Quando con tanto amore

l’uomo a’ suoi studi intende?

o torna all’opre? o cosa nova imprende?                                       30

Quando de’ mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d’affanno;

gioia vana, ch’è frutto

del passato timore, onde si scosse

e paventò la morte                                                                                35

chi la vita abborria;

onde in lungo tormento,

fredde, tacite, smorte,

sudàr le genti e palpitàr, vedendo

mossi alle nostre offese                                                                        40

folgori, nembi e vento.

 

O natura cortese,,

son questi i doni tuoi,

questi i diletti sono

che tu porgi ai mortali. Uscir di pena                                                         45

è diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

che per mostro e miracolo talvolta

nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana                                              50

prole cara agli eterni! Assai felice

se respirar ti lice

d’alcun dolor: beata

se te d’ogni dolor morte risana.

Metro: tre stanze libere di settenari e endecasillabi liberamente alternati e variamente rimati, con assonanze e rime al mezzo; le ultime due stanze sono legate dalla rima offese-cortese (vv. 40 e 42), in ironica e sofferta antitesi.

Ho creato questo schema di sequenze interpretative:

versi 1-4     Uccelli e galline che cantano

    “      4-7     Torna il sereno

    “      8-10   Tutti tornano al lavoro abituale

    “      11-15 L’artigiano e la casalinga

    “      16-18 Il richiamo dell’erbaiuolo

    “      19-24 I rumori e le azioni della vita quotidiana che riprende

    “      25-31 Il temporale è metafora dei pericoli che minacciano gli uomini

    “      32-36 Il piacere nasce dall’affanno ed è effimero

    “      37-41 Gli uomini atterriti da una natura spaventosa

    “      42-46 I doni della natura

    “      47-50 Le offese della natura

    “      50-54 “Umana prole cara agli eterni”

Versi 1-4 Il temporale di vento e di pioggia è finito: io ascolto gli uccelli che cantano gioiosamente e la gallina –tornata sul viottolo (durante la tempesta s’era rifugiata al coperto)- che fa nuovamente sentire i suoi coccodè. Il poeta ritrae il piccolo mondo del borgo recanatese, un paesaggio che certamente ha i suoi spazi delimitati ma che soprattutto vive della suggestione dei suoni: forse il brontolio del tuono lontano, di sicuro gli echi ripetuti dei pennuti, piccoli e grandi (Giacomo ascolta, non vede, è nella sua stanza, forse socchiusa). Sembra che egli registri un’impressione immediata (vedi il verbo odo, prima persona singolare, legato agli altri verbi al presente, e al successivo avverbio Ecco). La sintassi lirica è limpida e scorrevole, quasi con un andamento allegro e cantabile, la punteggiatura spezza ma non frantuma, le rime interne tempesta-festa, passata-tornata, l’assonanza gallina-via ricreano stilisticamente l’eco delle voci degli animali. La scena è luminosa, piena di vita e di festevolezza naturale, evidenziata anche dall’anteposizione del verbo al soggetto (Passata è la tempesta; poi sgombrasi la campagna (v. 6), risorge il romorio, torna il lavoro usato dei vv. 9 e 10). Un critico richiama una ripresa petrarchesca: la gallina che ripete il suo verso rimanda a “gli augelletti incominciar lor versi” di “Rime, CCXXXIX, v. 3”. Ma anche si annota un frammento dello Zibaldone, forse del 1819: “Sì come dopo la procella oscura / canticchiando gli uccelli escon del loco / dove cacciogli il vento (nembo) e la paura;/ e il villanel che presso il patrio foco / sta sospirando il sol si riconforta / sentendo il dolce canto e il dolce gioco” (p. 21). Recanati qui rappresenta un piccolo mondo osservato con attenzione perché nei suoi fatti minimi (un temporale, l’attesa per la domenica nel “Sabato del villaggio” ) rivela e conferma i meccanismi di funzionamento del mondo più vasto. Gli aspetti e i luoghi dell’infanzia risuscitano un linguaggio di speranze e di sogni ma Leopardi non può più illudersi –come gli capitava nella giovinezza-; ora conosce la verità ma anche per questo è capace di guardare le cose con chiaroveggenza e ne sa decifrare il significato segreto.

Versi  4-7  Ecco il sereno che da occidente squarcia le nuvole, là verso la montagna; la campagna si rischiara, si libera del velo di foschia, le nuvole dense di pioggia si allontanano e nella valle il fiume appare limpido alla vista. Nel primo verso l’inversione (passata è anziché è passata) ha allontanato ancora più nel tempo la pioggia, come di cosa ormai conclusa, e con un senso maggiore di gioia. Ora è la vista, non l’udito, che è protagonista: lo spazio –indeterminato- si allarga all’infinito, la luce esprime gioia; anche la lunghezza dei due endecasillabi (vv. 5 e 7) e il verbo sdrucciolo sgombrasi accompagnano lo slargarsi dello sguardo e la rima baciata montagna-campagna e l’assonanza valle-appare precisano le  polarità naturali delle alte colline verso i monti e del fiume nel fondovalle. Sul piano fonico, in tutto questo inizio del canto, si riscontra una predominanza della vocale tonica in a, prediletta da Leopardi –come già nell’Infinito- quando deve rendere un’idea di vastità (montagna, campagna -con un effetto prolungato dalle due consonanti nasali- chiàro, vàlle appàre). Il fiume è il Potenza, che scorre nella valle tra Recanati e Macerata. Può essere anche utile richiamare un precedente letterario, un passo degli ossianeschi Canti di Selma, vv. 102-7, nella settecentesca versione di Michiel Salom: “Il vento e la tempesta ormai cessaro./ Torna chiaro il meriggio, e l’atre nubi / tutte al fin si dispergono. Scorrendo / l’instabil sol rischiara la collina / e giù dal monte in la petrosa valle / indorato il ruscel rapido cade”.

Versi  8-10  Tutti i cuori si rallegrano, riprende da ogni parte–dopo l’interruzione forzata dovuta al temporale- l’indistinto insieme di rumori delle attività del borgo, riprendono i lavori abituali. Le indicazioni sono semplicissime, essenziali, povere si direbbero, in piena sintonia con la vita sobria e frugale degli umili abitanti. L’enjambement tra i versi 9 e 10 spiega –ancora a livello dei suoni- l’alacrità operosa di tutti, annotata anche dalla presenza insistente della r (cor, rallegra, risorge, romorio, torna, lavoro); la ripetizione di ogni, nel v. 8, sottolinea il legame stretto, commovente quasi, tra abitante e luogo. Ancora nello Zibaldone (pp. 2601-2602) Leopardi aveva scritto che “la calma dopo la tempesta” è uno dei beni che si gustano di più perché seguono a un affanno.

Versi  11-15  L’artigiano si affaccia sulla soglia della sua bottega per osservare il cielo ancora fresco di pioggia cantando e  tenendo in mano l’oggetto o lo strumento del suo lavoro; a gara con le altre esce dalla casa la giovane servetta a provare se si possa raccogliere l’acqua della pioggia recente. Ho la tentazione di scrivere che questo è un quadretto descritto con un gusto di bozzetto e di minuto realismo ma la critica mi ammaestra suggerendo che la costruzione poetica si basa sulla suggestione dei suoni che giungono da lontano e sulla serenità che viene dalla ripetizione quotidiana dei gesti consueti; quindi la scena non è oggettiva ma tutta filtrata e trasfigurata dall’immaginazione soggettiva del poeta osservatore e –ancora di più- dalla “rimembranza” alla quale Giacomo riconduce tutte le sensazioni indefinite. La povertà e la semplicità della descrizione appartengono interamente alla poetica leopardiana, con frasi brevi e piane, con una trama musicale di rime (prova-piova) e di assonanze (femminetta-novella-della) e con la ripresa insistita della vocale tonica in a (mirar, man, cantando, acqua). Le parole arcaiche (augelli, opra, piova…), lo sappiamo, creano una patina di antico, di remoto ma soprattutto allontanano le insidie del realismo più facile. Ancora un dettaglio: in sottile contrappunto ai movimenti lenti dell’artigiano (che contempla) c’è l’affrettarsi della domestica che ha uno scopo preciso.

Versi  16-18  E il venditore ambulante di ortaggi rinnova per i sentieri il richiamo quotidiano con cui cerca di attirare l’attenzione di eventuali compratori. Non ripeto le note precedenti ma sottolineo, in questa minuscola parte, l’infittirsi delle rime (piova-rinnova, sentiero-giornaliero), cosicché aumenta il tono agile, di limpida musicalità, ma anche costruisce un’eco prolungata e lontanante. E’ davvero interessante l’integrazione di parole semplici e quotidiane, casalinghe quasi (gallina, artigiano, femminetta, erbaiuol), con altre di registro colto (augelli, cor, còr, opra). Nello “Zibaldone” Leopardi scriveva: “è notabile che le immagini della vita domestica nella poesia, ne’ romanzi, pitture ec. ec. riescano sempre piacevolissime, gratissime, amenissime, e danno qualche bellezza… Così quelle della vita rustica” (1777-78).

Versi  19-24  Ecco, ritorna il Sole, un sole che fa scintillare le colline e i gruppi di case sparse nella campagna che ora appare pulita e illuminata. Tutto il gruppo dei domestici si affretta ad aprire balconi  e terrazze coperte: e dalla via principale tu odi un lontano tintinnio di sonagli; stridono le ruote del carro del viaggiatore che riprende la sua strada. La bellissima ripetizione di “Ecco” (vv. 4 e 19) apre di nuovo una vastità spaziale indeterminata, il sole che sorride lungo il crinale dei colli, una vastità bella alla vista e che si intreccia con la vitalità dei gesti alacri della servitù (rivelata dall’anafora ravvicinata di Apre, vv. 20-21), e con la magia dei suoni percepiti da lontano, dalla via maestra (non inganni il legame contrastato tra un festevole tintinnio di sonagli e lo stridio delle ruote del carro). L’enjambement dei vv. 22-23 dà rilievo proprio al vaghissimo aggettivo indefinito “lontano”. Lo stesso Zibaldone si apre con questa stessa immagine: “Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante./ Era la luna nel cortile, un lato / tutto ne illuminava, e discendea / sopra il contiguo lato obliquo un raggio…/ Nella (dalla) maestra via s’udiva il carro / del passegger, che stritolando i sassi / mandava un suon, cui precedea da lungi / il tintinnio de’ mobili sonagli” (Luglio o Agosto 1817). L’iniziale adozione del punto di vista e d’ascolto del poeta (l’odo del v. 2) sembra ora oggettivarsi in un’esperienza comune, condivisa con gli altri, quasi a ben rappresentare l’allegria di uomini e animali. Il ritmo è accelerato anche da piccoli giochi stilistici, vedi la triplice consonanza “famiglia, sonagli, ripiglia. E’ interessante infine far notare che la prima strofa si conclude con un verbo (ripiglia) legato ancora all’azione del ricominciare dopo tornata (v. 3), ripete (v. 4), risorge (v. 9), torna (v. 10), rinnova (v. 16), ritorna (v. 19). Il carro che stridendo riprende il cammino diventa un po’ il carro di tutti gli esseri umani, viaggiatori anch’essi lungo una via monotona, faticosa, interrotta anch’essa da angosce e paure.

E’ finita la prima strofa, una descrizione luminosa e vivace di esperienze quotidiane, quasi familiari. In una pagina critica acuta e sorprendente  di G. Lonardi (in “Il materiale e l’immaginario” di Ceserani-De Federicis, Loescher, vol. 7, 1981, p. 1249) ho letto che lo studioso ha riconosciuto –quali fonti per queste descrizioni- passi di Omero (Iliade, VIII, vv. 555-559), Callimaco, Arato (che era solito alternare lo stile descrittivo e la riflessione amara). “Leopardi quindi avrebbe rappresentato la vita quotidiana di Recanati avendo in mente quei poeti che egli giudicava ancora “primitivi e naturali”. Nel mondo artigiano-contadino delle Marche egli avrebbe in una certa misura trasferito il modello antico; avrebbe visto l’erbivendolo, la servetta, il carrettiere non come personaggi idillici e arcadici ma come figure esemplari di un’umanità arcaica e semplice. Senonché nel 1829 egli non crede più che la condizione di ignoranza sia una condizione di felicità: o meglio, questa gli appare fragile e provvisoria, confinata nel breve momento che segue alla tempesta”. Quelle immagini festose sono ora contemplate con animo malinconico, con l’animo di chi sa, di chi ha compreso.

Versi  25-31  Ogni cuore si rallegra. Quando è, come ora , passata la tempesta,  che la vita è così dolce e così gradita? Quando l’uomo con altrettanto amore si dedica alle sue occupazioni? O torna alle attività consuete? O quando intraprende nuove attività? Quando meno si ricorda delle sue disgrazie? La seconda strofa comincia con un chiasmo che spiega e riconferma, con ironia palese, la variazione del verso 8, ma l’intonazione ora è meditativa. La riflessione, chiave centrale delle ultime due strofe, inizia quasi con levità, con cadenza allegra, accompagnata dalle rime baciate gradita-vita, intende-intraprende, circostanziata con l’anafora incalzante del Quando (per ben tre volte, a inizio verso) e con le ripetizioni –nello stesso verso- di “sì dolce, sì gradita” (v. 26) e “o torna- o cosa” (in assonanza, v. 30). Ora però il movimento delle frasi poetiche si fa più teso e drammatico, le interrogazioni sembrano quasi farsi assillanti, i periodi più lunghi e complessi. Sono queste domande retoriche a legare la prima e la seconda parte della lirica e a segnare il cambiamento di discorso e di tono.

Versi  32-36  Questo piacere che si prova dopo la tempesta è originato dall’angoscia; è una gioia illusoria, inconsistente, risultato non dell’esistenza di un bene ma della cessazione di un male, a causa del quale timore persino chi prima provava ripugnanza per la vita si rianimò ed ebbe paura della morte. Questo concetto, centrale ora nella riflessione leopardiana, era stato già affermato nello Zibaldone nel 1822 e nella “Storia del genere umano”; ma in quegli anni il nostro poeta credeva ancora in un ordine provvidenziale della natura, riteneva “i mali necessari alla stessa felicità” e pensava che “essi divenissero sostanzialmente dei beni nel suo ordine generale”. Ora invece la natura gli appare nemica, crudele “dispensatrice di affanni” e anche il piacere è ormai considerato inesistente, vano, prodotto dalla cessazione del dolore. Le frasi sono secche, brevi; gli enunciati, che rivelano la dura verità filosofica, sono perentori; le rime sono assenti, c’è solo una lunga assonanza timore-scosse-morte. I suoni sono aspri, dati da scontri di consonanti.

Versi  37-41  Gli esseri umani sono atterriti da una natura spaventosa. E sempre a causa del quale timore gli uomini agghiacciati, ammutoliti e pallidi per la paura provarono terrore e turbamento alla vista di fulmini, nubi tempestose e vento, gli elementi della natura scatenati contro di noi. Possiamo ora dire che la poesia è costruita su uno schema preciso: inizia col vagheggiamento della vita e della gioia, con l’illusione benevola, ma poi l’elaborazione si sviluppa nella presa di coscienza del vero ed approda alla contemplazione del dolore e del nulla. I versi, sempre secchi e concisi, sono spezzati da forti pause (vedi il v. 38, fredde, tacite, smorte), con un insolito ritmo ternario (folgori, nembi e vento) e col suono aspro delle sibilanti e delle vibranti doppie (abborria, tormento, fredde, smorte, nembi, vento).

Versi  42-46  I doni della natura. O natura benigna  e generosa, sono questi i tuoi regali, queste le gioie che tu regali agli esseri umani. Sfuggire a un dolore è motivo di gioia per noi ( il piacere è la provvisoria cessazione di un dolore). Ora l’apostrofe si fa sarcastica, l’ironia amara e disincantata (si pensi alla rima tra cortese e offese del verso 40).  Già nel “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”, nelle “Operette morali”, Leopardi aveva scritto: “La cessazione di qualunque dolore o disagio è piacere per se medesima”. Il sarcasmo è con tutta evidenza il linguaggio della verità ma l’ironia è di chi ha ormai vinto se stesso ed è al di sopra delle illusioni e del male. Anche la ripetizione, questi i doni tuoi, questi i diletti, rafforzata dal chiasmo verbale son questi / questi sono (vv. 43-44), contribuiscono alla tensione drammatica del passo, contrasto avvalorato ancora di più dallo scontro con assonanza tra i doni tuoi  (di una natura carnefice) e il fra noi (esseri umani fragili e impotenti).

Versi  47-50  Le offese della natura. Tu diffondi pene con generosità tra gli esseri umani; il dolore ne deriva naturalmente: e quella piccola parte di piacere che per prodigio o per miracolo nasce talvolta dall’angoscia precedente è un gran vantaggio. Ora i versi sono rotti a mezzo da forti pause e l’enjambement riversa sul verso successivo, per ben tre volte, la riflessione. Le “pene” s’intrecciano (vv. 45 e 47). I periodi sono brevi, gli endecasillabi prevalgono sui settenari. La rima impropria, affanno-guadagno del v. 50, esprime bene la desolata consapevolezza del nostro autore.

Versi  50-54  Genere umano, caro agli dei! Sei abbastanza felice se ti è concesso di avere un po’ di sollievo dopo un dolore: beato te se la morte ti guarisce da ogni dolore. Anche qui richiamo le Operette morali: nel “Dialogo di Plotino e Porfirio” si legge: “La natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morte (…) solo rimedio valevole ai nostri mali, la cosa più desiderabile agli uomini, e la migliore”. Quasi per incanto, alla fine, riscopriamo le rime e le assonanze: felice-lice, umana-risana con cara e beata. Ritorna la vocale tonica in “a”, largamente presente nella prima strofa ma questa volta il campo semantico non è caratterizzato dalla gioia: è pervaso invece da un senso di morte. La morte spegne per sempre la sensibilità ed è essa la sola e vera beatitudine. Ed è la ripetizione di dolor-dolor a chiudere e sigillare il messaggio.

Voglio finire accennando al dibattito che ha animato la riflessione critica su questi canti (penso anche al “Sabato del villaggio” e “A Silvia”). Coloro che guardano con ostilità e sufficienza al pensiero pessimistico del nostro poeta negano valore alla parte meditativa e apprezzano solo la prima parte, quella descrittiva. Altri, e sono ora i più, intendono e valorizzano l’insieme del testo. Scrivono: “Il senso profondo della poesia è proprio nell’adesione al fervore di vita, alle scene animate e luminose, che spirano vitalità e gioia, adesione che è raggelata dalla desolata coscienza del potere invincibile che nega agli uomini la felicità. Ciascuno dei due poli è dialetticamente necessario. Anzi, proprio lo stacco brusco di temi e tonalità tra le due parti, deprecato dalla critica crociana, dà rilievo e vigore al movimento dinamico del discorso poetico”. Si riconosce perciò un intimo legame tra i due momenti e la rigorosa architettura unitaria: la stessa rappresentazione, o la memoria della visione, scaturisce naturalmente dalla meditazione dolorosa che occupa la mente del poeta. Due passi dello “Zibaldone” lo confermano con evidenza: “Quante grandissime verità si presentano sotto l’aspetto delle illusioni, e in forza di grandi illusioni; e l’uomo non le riceve se non in grazia di queste, e come riceverebbe una grande illusione! Quante grandi illusioni concepite in un momento o di entusiasmo, o di disperazione o insomma di esaltamento, sono in effetto le più reali e sublimi verità, o precursore di queste, e rivelano all’uomo, come per un lampo improvviso, i misteri più nascosti, gli abissi più cupi della natura, i rapporti più lontani o segreti, le cagioni più inaspettate o remote, le astrazioni le più sublimi” (1855-56); e ancora: “La ricerca delle verità, massime delle più grandi, soprattutto di quelle che spettano alla scienza dell’uomo, ha bisogno della mescolanza e equilibrato temperamento di qualità contrarissime, immaginazione, sentimento, e ragione, calore e freddezza, vita e morte, carattere vivo e morto, gagliardo e languido ec.” (1962).

                                                                       Vanessa  Z.