I libertini nel Settecento francese. Un saggio di Benedetta Craveri

Il tramonto dei libertini alla fine dell’Ancien Règime

 

Prima della Rivoluzione in Francia ci fu un momento nel quale il libertinaggio era d’obbligo per la gente chic. Un libro racconta alcuni personaggi di quel mondo. Il libro è di Benedetta Craveri e si intitola “Gli ultimi libertini”, Adelphi, 620 pp. L’articolo di commento è scritto da Marco Cicala.

Gernnaro Cucciniello

 

Gente molto, ma molto più scafata di me mi segnala che sul vecchio Littré –glorioso Dictionnaire de la langue francaise- c’è una bella definizione di libertino riferita ai pennuti: “In falconeria, dicesi dell’uccello predatore che si allontana e non torna”. Applicato agli umani, il termine designerebbe invece, a seconda: “Colui che non si sottomette a credenze e pratiche della religione; che è desideroso di indipendenza; che oltrepassa la misura; che va all’avventura; che trascura i doveri; che è sregolato rispetto alla morale tra i sessi”.

Alcune di queste formule calzano bene per Gli ultimi libertini raccontati da Benedetta Craveri nel suo nuovo libro (Adelphi) che si intitola così. Chi erano? “Un gruppo di aristocratici la cui giovinezza coincise con l’ultimo momento di grazia della monarchia francese”. Cioè un’epoca liminare nella quale “parve possibile a un’intera élite conciliare un’arte del vivere basata sul privilegio con l’esigenza di cambiamento conforme ai nuovi ideali di giustizia, tolleranza e cittadinanza promossi dalla filosofia dei Lumi”.

Tre conti, due duchi, un visconte e uno chevalier poi promosso marchese. Si chiamavano Lauzun, De Ségur (Joseph-Alexandre e il fratello Louis-Philippe), Brissac, Narbonne, Boufflers, Vaudreuil. “Tutti irriducibili individualisti” dediti ai piaceri dello spirito come ai sollazzi della carne. “Ma anche grandi lavoratori: diplomatici, funzionari, poligrafi, viaggiatori”; nonché soldati leali e solerti di Sua Maestà. “Nobili riformisti, salutarono con entusiasmo la convocazione degli Stati Generali nel 1789. Non mettevano in discussione il re, ma si sarebbero trovati perfettamente a proprio agio in una monarchia costituzionale”. Però, si sa, la storia francese prese un’altra strada. Quella del rasoio nazionale, come veniva affettuosamente chiamata la ghigliottina.

Gli ultimi libertini pesa 620 pagine. Per scriverlo Craveri ci ha messo sette anni. Ora ha un sorriso sollevato. “Ma Vaudreuil e compagnia me li sogno ancora la notte”, confessa nella sua casa romana che sbircia su Piazza del Popolo. Quanto al significato di libertino, bisogna mettersi d’accordo. Per i suoi sette samurai dell’aristocrazia illuminata Craveri dice di aver usato la parola nel senso light che indica “il dongiovanni, il casanova, insomma: lo sciupa femmine”. Nel libro in effetti di signore e signorine ne vediamo strapazzate un bel po’. Ma senza mai ruzzolare nella depravazione. “Del resto, quasi tutti i miei libertini incontrano prima o poi la donna che li lega a sé per il resto della vita”.

Giusto un paio le scene hard. Una notte, dopo una storiella di infedeltà, il cavaliere di Boufflers viene invitato a casa da una bella Marquise “per una franca riconciliazione”. Ma una volta sul posto è afferrato da quattro energumeni che lo denudano e gli rifilano cinquanta colpi di verga. Conclusa la severa correzione, lui si riveste “e minacciando i quattro con una pistola li costringe non solo a frustare la marchesa (la cui pelle di seta fu lacerata senza pietà) ma a frustarsi a vicenda”. Cose che nei boudoir succedono. Qualche eccesso è rintracciabile anche negli svaghi giovanili di Lauzun, habitué delle orge allestite dal duca di Chartres, un tipo noto per lo sperimentalismo erotico: una notte fu “sorpreso in compagnia di due gigantesse”.

Ma adesso arretriamo d’un paio di secoli. Non è necessario crederci, però sembra che il conio del termine libertin spetti a un feroce persecutore di quella genia d’uomini: il riformatore religioso Giovanni Calvino. Con il neologismo intendeva marchiare a fuoco correnti ereticali che non gli garbavano, anabattisti in primis. Da lì in poi libertino diverrà espressione passepartout per definire soggetti variamente refrattari alla religione. Tipi che fino ad allora venivano chiamati goliardi, epicurei, scettici, ateisti… Non eretici: perché, a differenza dell’eretico, il libertino trasgredisce i divieti del cristianesimo “ma non si prefigge di correggerne le presunte deviazioni… E non sente la colpa” precisa lo studioso Didier Foucault in “Storia del libertinaggio e dei libertini” (Salerno editrice).

Fino al ‘700, ricorda Craveri, libertin è in sostanza “sinonimo di libero pensatore. Uno che professa le proprie idee, ma nell’arrière-boutique, clandestinamente”. Se non altro perché, insieme alla Verità rivelata, contesta il Potere che pretende di incarnarla. Nessuno meglio dell’inesorabile Richelieu aveva saputo sintetizzare la pericolosità di individui siffatti per l’ordre établi. Nell’atto di imputazione contro un nobile dalle simpatie libertine il cardinale scriveva: “Dato che quest’uomo è accusato di criticare Dio, avendone messo in dubbio l’esistenza, è evidente che nessun potere può considerarsi immune dalla sua sfrontatezza”.

Senonché, dopo aver fatto da segreto carburante protestatario a fronde e frondine dell’aristocrazia contro l’autorità regia, il libertinismo conosce una svolta: con l’accendersi dei Lumi viene sdoganato. “E il libre penseur spiega Craveri diventa il philosophe, ossia un intellettuale influente sull’embrionale opinione pubblica, che non è più perseguitato e può far mostra di una condotta più esplicita”. Certo, c’è il libertino di idee e il libertino sessuale: il primo non coincide necessariamente col secondo, ma dietro un debosciato c’è quasi sempre un razionalista irreligioso.

Un altro elemento non da poco contribuisce al riscatto dei libertini. Alla morte di Luigi XIV, che negli ultimi suoi anni era diventato un sovrano devoto ai limiti del bigottismo, i comandi passano nelle mani del reggente Filippo d’Orléans. Miscredente, dissoluto, con lui il libertinismo va al potere. Una volta salito al trono, il suo amatissimo protetto Luigi XV non sarebbe stato da meno. Fu invece tutto il contrario di un sessuomane l’ultimo della serie, Luigi XVI, che finì decapitato. Ma ormai tanto il libertinaggio come pratica che il libertinismo come filosofia avevano rotto gli argini. E solo il puritanesimo giacobino ce li avrebbe ricacciati dentro. Con le cattive.

Nelle loro vite tumultuose, gli aristocratici raccontati da Craveri con la profonda amenità che le è propria si muovono in un clima di libertinaggio leggiadro, “perfettamente integrato nella società. Sono campioni di un’epoca che come nessuna ha fatto della felicità individuale un’idea ossessiva. Se ne chiacchiera, se ne scrive, se ne discetta ovunque. “Quella del bonheur è una scienza. Un’arte che esige applicazione. Felicità è un concetto tutto terrestre, sinonimo di armonia, socievolezza, godimento, curiosità. Siamo un una società teatrale, innamorata di sé, insieme libera e altamente formalizzata. Un mondo dove si può fare qualsiasi cosa, a condizione che la si faccia con eleganza. L’unica infamia è il ridicolo”.

Tra sfoggio di pubbliche amanti, gioviali tradimenti, solari menage à trois e paternità apocrife (“Dei miei nsette gentiluomini, quattro sono figli naturali”) è tutto un tourbillon di passioni torrenziali. E non c’è più “linea di demarcazione tra seduzione mondana e seduzione erotica, tra salotto e alcova”. Non per niete, Nietzsche si spingerà fino ad affermare che “tutta l’alta cultura della Francia classica si è sviluppata da interessi sessuali”.

“Conquistare, far capitolare, aprire una breccia nel cuore”: con gagliarde metafore militari si va all’amore come alla guerra e ci si butta in battaglia agghindati e baldanzosi come per un appuntamento galante. Durante l’atroce ritirata di Russia, rammenta Craveri, il conte di Narbonne –che è ormai un sessantenne e si è riciclato con Napoleone- trova ancora il tempo di imbellettarsi, seduto su un tronco innevato, avec imperturbable gaité, imperterrita allegria. E’ la sprezzatura, quello che gli americani chiamano grace under pressure, ossia la capacità di mantenersi disinvolti nei momenti estremi.

Chi non ha vissuto gli anni prima del 1789 non sa che cos’è la gioia di vivere”, che lui l’abbia detta o meno, la frase di Talleyrand è stracitata e avrà pure stufato, però rende bene il clima di quell’Ancien régime crepuscolare eppure vitalissimo. Ma la domanda è: se erano tanto contenti della loro civiltà perché quei nobili plaudirono agli Stati Generali? Perché contribuirono a segare il ramo sul quale erano così comodamente seduti? “Perché della vecchia monarchia rilevavano le contraddizioni: in termini economici, sociali, di rappresentanza politica e potere decisionale. Non va dimenticato che l’aristocrazia illuminata aveva grande comunanza con la borghesia in ascesa, o almeno: con l’alta borghesia. D’altra parte, si vedevano penalizzati da un sistema cortigiano dove per riconoscimenti e promozioni contavano sempre più i favori e sempre meno il merito. Con la sua fierezza, l’antica nobiltà di spada non poteva sopportarlo”.

Ma i cigolii di una raffinatissima civiltà pericolante (“Un tappeto di fiori che nascondeva un abisso” la definisce il conte De Ségur) erano stati captati soprattutto dalla letteratura: dagli aforismi con cui il mezzo nobile e mezzo plebeo Chamfort radiografa la fatuità di un mondo composto da “ventiquattro milioni di uomini e settecentomila privilegiati”; dal Beaumarchais delle Nozze di Figaro che, svincolate dalla censura, vengono messe in scena con grande spasso di quello stesso pubblico che la commedia metteva sulla graticola (“Ma una società narcisista e gaudente gode di tutto, anche di vedersi infilzata dalla satira”, commenta Craveri). Per non dire dei grandi romanzieri come Crébillon: “Nelle sue storie, più che ricercare il piacere sessuale, i libertini vogliono dominare gli altri. E’ l’obbligo di sedurre degenera in macchinazione”. Una tendenza all’erotismo calcolatore, perfidamente cerebrale, che supererà se stessa nelle Relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, capolavoro nero di tutto un secolo e non solo di quello: lì i libertini sono ormai creature totalmente dark, “esseri vendicativi, mortiferi, che manipolano per distruggere”. Più in là si sarebbe inoltrato solo De Sade con i suoi monumentali deliri erotico-criminali. Ma il Divin Marchese “è già fuori dal libertinismo. In lui tutto è corpo. Asservito, strumentalizzato. Mentre in Crébillon o Laclos la presenza fisica è praticamente assente, tutt’al più allusa. La loro è letteratura di idee”.

Ma secondo quel volpone di Talleyrand proprio l’effervescenza intellettuale condusse il Mondo di ieri alla perdizione. “Si voleva conoscere tutto, approfondire tutto e tutto giudicare. I sentimenti furono rimpiazzati dalle idee filosofiche; le passioni dall’analisi del cuore umano; il desiderio di piacere dalle opinioni; gli svaghi dai progetti, dai programmi, ecc. Tutto si snaturò” scriveva il gran trasformista nelle sue memorie. Guardandosi indietro, un altro abile camaleonte, Louis- Philippe de Ségur, rinnegava l’universo della propria giovinezza denunciandone il conformismo: “I tratti distintivi dei singoli caratteri tendevano a sbiadire; e poiché tutti seguivano la moda, tutti erano uguali. Sebbene interiormente diversi l’uno dall’altro, esteriormente portavamo tutti la stessa maschera, avevamo lo stesso stile e lo stesso aspetto”.

Ma dopo gli ultimi libertini che c’è? Il secolo della borghesia, “del denaro, del Parlamento, della stampa. L’Ottocento vittoriano dove le donne perdono centralità e gli uomini perbene si riorganizzano in una doppia vita”, le sfere del piacere e del dovere non si mescolano più. Almeno fino alla società del voyeurismo mediatico, questa qua che rimescola pubblico e privato in un torbido mantecato. “Ma a farle da apripista potrebbe essere stato il tardo Settecento. Secondo uno storico come Robert Darnton, l’esplosione di libelli sensazionalistici e pornografici su Maria Antonietta contribuisce alla desacralizzazione del Potere e preannuncia lo scandalismo moderno. Spiati dal buco della serratura siamo tutti uguali, ridotti a pura fisiologia. E non c’è niente di più egualitario della fisiologia”.

Dei gentiluomini riscoperti da Craveri cinque sfuggirono –scoprirete come- alla foga eliminazioni sta del Terrore. Altri due –scoprirete chi- finirono nel tritacarne. A uno il patibolo fu risparmiato. Ma purtroppo per lui, verrebbe da dire, visto che un popolaccio imbelvito lo lincia facendolo a pezzi, strappandogli il cuore e scagliando la sua testa nel salotto della notissima amante. Al secondo va un po’ meglio. Affezionato fino all’ultimo alle squisitezze della vita, mentre aspetta l’esecuzione in carcere si fa portare ostriche e vino d’Alsazia. E quando arriva il boia lo invita a bere con lui: “Dovete aver bisogno di energie, col mestiere che fate”. La classe non è acqua. “L’hanno sempre accusata di essere una società effeminata”, puntualizza Craveri, “però stoicismo e sprezzo della morte erano tratti distintivi di quell’aristocrazia”. Un aplomb che poté essere scambiato per remissività.

“Davanti alla furia giacobina la più antica e coraggiosa nobiltà d’Europa non sarebbe stata in grado di difendersi e, come avrebbe scritto Taine, si sarebbe lasciata arrestare docilmente, giacché fare strepito sarebbe stato di cattivo gusto, e l’importante, per gli aristocratici, era rimanere ciò che erano: gente di buona compagnia”. E buonumore. Sempre. Anche quando si mette malissimo.

L’articolo, “Il tramonto dei libertini” di Marco Cicala, è pubblicato ne “Il Venerdi” di Repubblica, numero 1460 dell’11 marzo 2016, pp. 14-21