La “Commedia umana” di G. Gioacchino Belli. I lavoratori manuali. 2- Un disoccupato, che s’arrangia lavoricchiando alla giornata, non riesce a fare un regalo alla moglie. “Pe la Madonna de l’Assunta, festa e comprianno de mi’ moje”.

“La Commedia umana” di G. Gioacchino Belli. “I lavoratori manuali”. 2- “Pe la Madonna de l’Assunta, festa e comprianno de mi’ moje”.

 

In tutta la vita del nostro poeta c’è una costante: l’egualitarismo. Da vecchio, quando -leggendo la “Civiltà cattolica” si vedeva sommerso da violente polemiche contro “Il Manifesto” di Carlo Marx- Belli scrisse una poesia in italiano intitolata “Il comunismo”. Vi si rifletteva il suo rifiuto dell’esistenza di “due generi umani”. Quel rifiuto che aveva espresso in versi eloquenti nel sonetto “Er ferraro”: “Quer chi tanto e chi niente è ‘na commedia / che m’addanno ogni vorta che ce penzo” (v. il mio commento nel portale “Letture testuali e con-testuali”). Le sue sono luci spietate e facce vere, come faceva Caravaggio.

Nella poesia dialettale in genere si cerca la macchietta, l’espressione sboccata, la battuta spiritosa, ma per leggere il Belli –diceva Giorgio Vigolo- bisognerebbe mettere sul viso la maschera tragica. Insigni studiosi ormai ne hanno valutato la statura, mettendone in rilievo lo spessore umano, l’intuito psicologico, la sapienza compositiva, l’immediatezza espressiva, il retroterra culturale, l’impegno morale. La sua non è l’opera sguaiata di chi si compiace di essere indecente, quanto lo sfogo di cruda sincerità di un uomo che per troppi anni aveva mangiato il pane di un regime soffocante, aveva fatto parte d’una classe culturale sorpassata, aveva respirato l’aria di un mondo chiuso torpido retrivo: le aveva servite ma –nello stesso tempo- aveva registrato le iniquità dei potenti, l’ignoranza, la superstizione, l’abbandono in cui era lasciata la plebe. Al contrario, nei suoi testi Belli racconta e sottolinea il lavoro che curva la schiena, piega le ginocchia, imbratta le vesti, il lavoro crudo e nudo che si fa con le mani, la piaga della fatica ingrata, dello sfruttamento umiliante. Quanti pesi sulle spalle, quanti piedi nelle zolle, quanti utensili manuali e semplici. Al popolo romano il poeta, nella sua “Introduzione”, riconosce “un dialogo inciso, pronto ed energico, un metodo di esporre vibrato ed efficace”, e questo lui puntualmente registra. Per lui il romanesco, assunto con rigoroso riguardo alla sua natura fonetica, lessicale e sintattica, diviene una via diretta di penetrazione nella cruda verità della vita popolare. Il suo romanesco ha davvero la concisione lapidaria della lingua latina.

“Nell’Introduzione alla sua opera Belli scrisse le motivazioni che avevano determinato la scelta della forma sonetto: egli volle costruire un insieme di distinti quadretti, soprattutto per due finalità; la prima era quella di permettere al lettore di accostarsi alla raccolta senza nessun impegno di continuità nella lettura, la seconda era quella di utilizzare una forma poetica in sé conclusa in un rapido giro di versi, perché la realtà che egli descriveva si concentrava tutta in episodi brevi, in battute di spirito e in azioni, tanto più efficaci in quanto si esaurivano nel momento in cui erano colti. Perciò non c’è la narrazione ma la rappresentazione del popolo di Roma; l’illustrazione dei vari temi è il frutto dell’accostamento, con la tecnica del mosaico, di tanti pezzi di realtà trasfusi nella poesia. D’altra parte la volontà di rappresentazione realistica portava alla scelta del sonetto, in quanto le qualità espressive dei popolani che Belli rende protagonisti non si fondavano certo sulle capacità argomentative. La forza del romanesco sta nell’immediatezza e nella violenza di un linguaggio che si basa, più che sulla frase, sulla singola persona”.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi, abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 

Pe la Madonna de l’Assunta, festa e comprianno de mi moje

 

Moje mia cara, a sto paese cane

nun ze trova nemmanco a ffà a sassate;

e quanno hai crompo un moécco de patate,

fai passo ar vino e quer ch’è peggio ar pane.                               4

 

Io pisto er pepe, sòno le campane,

rubbo li gatti, tajo l’oggna a un frate,

metto l’editti pe le cantonate,

cojo li stracci e agliuto le ruffiane.                                                   8

 

Embé lo sai ch’edè che ciaricévo?

Ammalappena pe ppagàcce er letto:

anzi, a le du’ a le tre, spallo e ciarlèvo.                                           11

 

Dunque che tt’ho da dà, pòzzi èsse santa?

Senza cudrini gnisun chierichetto

dice “dograzzia” e gnisun ceco canta.

                                                                                              15 agosto 1830

 

 

 

 

Nella ricorrenza dell’Assunzione di Maria, festa e compleanno di mia moglie.

Cara moglie mia, in questo paese cane non si trova un lavoro neanche se fai a sassate; e quando hai comperato un baiocco di patate non ti resta più niente, rinunci al vino e, quel che è peggio, anche al pane. Io mi arrangio a fare tutto: pesto il pepe, vado a suonare le campane nelle chiese, rubo i gatti, taglio le unghie a un frate, incollo gli editti sulle cantonate, raccolgo gli stracci e aiuto le ruffiane a fare il loro mestiere. Embè! Lo sai cos’è che ci ricevo? A mala pena qualcosa per pagarci la pigione: anzi, spesso, sbaglio e prendo le botte. Dunque, cosa posso regalarti, come posso ripagare la tua santa pazienza? Senza quattrini nessun chierichetto dice Deo gratias (serve messa) e nessun cieco canta.

 

Metro:  Sonetto (ABBA, ABBA, CDC, EDE).

Le quartine. Le prime due strofe servono da introduzione e inquadrano la situazione economicamente disastrosa della coppia. L’uomo è un disoccupato cronico, un senza lavoro che fa tutti i lavori, disponibile a ogni tipo di arrangiamento, anche avventuroso (quel “tagliare le unghie a un frate” è davvero una sortita strepitosa). Con un incipit davvero straordinario il primo verso affianca alla nota tutta affettuosa, Moje mia cara, (il marito sa di rivolgersi alla donna nella ricorrenza della sua festa), l’imprecazione rabbiosa, a sto paese cane, grido che poi scivola con l’enjambement –unico nelle quartine- nel verso successivo nel quale si denuncia l’assoluta mancanza di occasioni di lavoro. E’ interessante la ricerca della musicalità poetica: tutte le rime in ane – ate (cane, pane, campane, ruffiane / sassate, patate, frate, cantonate) assonantizzano tra loro e questo crea un ritmo di cantilena che fa a pugni con la denuncia cruda del racconto. Belli, si sa, aveva un certo humour nero e il gusto della battuta crudele, il suo era l’esercizio di un talento acuto e originale che sceglieva l’ironia per affrontare le ingiustizie e la disperazione del mondo. A martellare il ritmo contribuisce anche, nei vv. 5 e 6, l’inseguirsi delle parole bisillabe, con tre versi su quattro interrotti a metà da una pausa. L’immagine di questo uomo che parla con rabbiosa calma è lasciata in uno spazio attonito a porre interrogazioni senza risposta. Sono schegge di stupefazione, di allucinazione, di ricordo, lacerazioni, strappi: tutto si rivela senza nascondersi, una testimonianza di umiliazione patita,  la quinta dolente di una povertà scannata che vorrebbe prendersi la sua impotente rivincita.

In un sonetto scritto il 25 settembre 1831 e intitolato, Er partito bono”, il nostro poeta riprenderà –nella seconda quartina- il modello costruito poco più di un anno prima. Per spiegare i tanti lavoretti con i quali si ingegnavano a sopravvivere i popolani romani scriverà:

Lui strilla “gnao”, lui “dorce la fusaja”,

venne er regolo, bono pe l’alice;

raschia li muri, allustra la vernice,

va a ppesà er fieno e a carreggià la paja.

Lui va in giro a fare il grido dei venditori di carogne per i gatti, lui fa il grido dei venditori di lupini, vende un’erba che condisce bene le alici salate, si adatta a raschiare i muri, lavora con le vernici, va anche in campagna a pesare il fieno e a trasportare con i carri la paglia.

Le terzine. Sono meno interessanti stilisticamente ma consentono due conclusioni. Quest’uomo, non del tutto spossato dai tanti mestieri, leciti e illeciti, ancora combattivo, sembra arrendersi al suo triste destino di impotenza ma la sua rassegnazione non ha nulla a che fare con l’accettazione cristiana del dolore. Piuttosto si rifugia nella scarna consolazione dei proverbi popolari, nei quali si sono sedimentate le esperienze secolari dello sfruttamento dei ceti poveri. Ma, nella terza strofa, esplode la constatazione amara della fatica mal pagata: pochi spiccioli e –se uno sbaglia- anche le botte. E’ un’anticipazione dei toni accesamente egalitari che Belli rivelerà in alcuni suoi sonetti meritatamente più famosi (ne ho dato un esempio nell’analisi di “Er ferraro”, Belli, Lavoro manuale).

I due protagonisti di questo sonetto combattono quello scontro quotidiano che con buona approssimazione chiamiamo la vita umana, personaggi che rischiano di sparire senza traccia, come cenere, come tutte le ombre di donne e uomini sommersi dalla storia. La moglie, protagonista nascosta e silenziosa del sonetto, sembra guardarci negli occhi, ferma, interrogativa, con un leggero, misurato, saggio sorriso, dal suo angolo domestico, un limbo dove le donne si traducono in fantasmi senza corpo. “Il tempo conduce gli uomini ma cammina con i piedi stanchi delle donne”: canta il coro femminile nel “The rape of Lucretia” di Britten del 1946. E’ una linea d’ombra che noi non possiamo varcare e di cui piuttosto preferiamo non sapere o soltanto immaginare. Col marito la donna è stata capace di costruire con pazienza una relazione stabile, pur nella deriva di una vita che si consuma nell’attesa di una felicità che non verrà mai, in quella società romana di rapporti mobili e smarriti. Il mondo circostante è minaccioso e non regala mai niente di buono; ci si consola scambiandosi vicendevolmente il proprio affetto, un dolce sentimento di mutuo soccorso legato al succedersi di fatti quotidiani condivisi nella loro eterna ripetizione. Nella poesia di Belli l’arte non è imitazione della realtà, non deve riprodurre semplicemente il visibile ma rendere visibile l’interno occulto delle cose. La chioma di un albero non somiglia alle sue radici.  

Merita una nota a parte il verso 12: “Dunque che tt’ho da dà, pòzzi èsse santa?”. L’uomo sa che è in debito con sua moglie, donna che ama con tenerezza e riconoscenza. Si sente in colpa perché in tutta una vita non le ha dato sicurezza economica né un barlume di agiatezza. Nella ricorrenza del compleanno della donna vorrebbe farle un regalo, un dono che le dimostri il suo amore; invece deve prendere atto del suo fallimento. E allora cosa gli resta? Invoca ancora una volta l’indefettibile pazienza di lei, la sua santa accettazione della realtà. Ma il poeta si riserva, per finire, un’unghiata sardonica: nella citazione proverbiale il riferimento è a scenette che si osservavano ogni giorno nelle chiese e nelle strade di Roma. Chierichetti e sagrestani si facevano pagare per servire la Messa, gli accattoni -ciechi davvero o per finta- non cantavano gratis. In quella città cristiana e papalina non si facevano regali.

Gennaro  Cucciniello