Maria Antonietta, regina di Francia. Uno storico indaga il processo che la condannò a morte e le dinamiche del Terrore rivoluzionario.

 Maria Antonietta, regina di Francia. Il processo che la condannerà a morte, le dinamiche del Terrore rivoluzionario.

Disprezzata o idolatrata, l’ultima regina di Francia ha diviso gli storici. Ora un libro ripercorre i suoi giorni finali. “Li affrontò con dignità” dice l’autore. “E morì da capro espiatorio”.

 

In questo articolo Benedetta Craveri intervista lo storico Emmanuel de Waresquiel, autore del saggio “Juger la reine: 14, 15, 16 octobre 1793”. Il testo dell’articolo è stato pubblicato nel “Venerdì” di “Repubblica” del 23 dicembre 2016. Quando venne decapitata in Place de la Concorde (ottobre 1793) Maria Antonietta non aveva ancora compiuto 39 anni; quando era arrivata in Francia di anni ne aveva appena 15 e mezzo. Il marito che i giochi dinastici europei (era una delle figlie di Maria Teresa, imperatrice d’Austria) le avevano assegnato era il giovane principe francese di appena un anno più anziano di lei e che di lì a poco avrebbe regnato con il titolo di Luigi XVI. Per molto tempo il matrimonio non venne consumato, dicono alcuni, a causa di una fastidiosa imperfezione anatomica di lui (fimosi), che solo in seguito venne eliminata chirurgicamente. Le vicende della giovane regina possono essere (e sono state) narrate da due punti di vista quasi opposti. Come accadde in vita, così dopo la sua morte, c’è chi l’ha descritta come una sciocchina sventata, assetata di piaceri, ignara dei suoi doveri, intenta solo a soddisfare i suoi capricci, compresi quelli sessuali, sia etero sia omosessuali. Altri invece hanno apprezzato il carattere di una donna che, arrivata appena adolescente in un Paese e in una Corte stranieri, seppe adattarsi alle circostanze e se sbagliò fu più per colpa dei costumi imperanti nella Francia pre-rivoluzionaria che non per i suoi errori di comportamento. Alcuni sottolineano la sua fine piena di dignità di fronte al trattamento brutale dei carnefici. Fu portata al patibolo sulla carretta del letame, le mani legate dietro la schiena, il collo dell’abito già tagliato per non ostacolare la lama della ghigliottina, esposta durante il lungo tragitto alle ingiurie della folla.

                                                                  Gennaro Cucciniello

 

Nessuna regina ha mai sollevato un interesse paragonabile a quello che suscita da oltre due secoli Maria Antonietta. Biografie, romanzi, film continuano infatti a fare a gara nel rivisitare la personalità, gli amori, le amicizie e le scelte estetiche della giovane arciduchessa austriaca che nel 1770 era andata in sposa al futuro Luigi XVI, ultimo sovrano della monarchia francese d’Antico regime. E se tra gli ultimi titoli apparsi in Francia, il libro di Pierre-Yves Beaurepaire sui suoi gusti gastronomici (Payot-Rivages), e quello di Frédéric Richard sul suo parrucchiere preferito (Cherchemidi) puntano sulla petite histoire, l’appassionante saggio di Emmanuel de Waresquiel, “Juger la reine, 14, 15, 16 octobre 1793” (Editions Tallandier, pp. 360, € 22,50), riporta Maria Antonietta nell’alveo della grande storia. Specialista della Restaurazione, biografo acclamato di Talleyrand, l’autore ricostruisce infatti in tutti i suoi aspetti il processo intentato dal governo giacobino a Maria Antonietta per mandarla alla ghigliottina. Tre giorni altamente drammatici nel corso dei quali la sfortunata sovrana si sarebbe imposta all’ammirazione per la sua dignità e il suo coraggio. Abbiamo incontrato de Waresquiel per chiedergli di illustraci la sua chiave di lettura della figura, a tutt’oggi assai controversa, di Maria Antonietta.

Professor Waresquiel, perché tanta curiosità per una regina così poco amata dai suoi contemporanei?

Perché Maria Antonietta incarna con la sua morte brutale la caduta della monarchia, la fine di un’epoca e di una civiltà aristocratica di cui appare l’emblema. E perché è un essere proteiforme che –dal momento della nascita fino alla morte- ha interpretato i ruoli che le venivano imposti senza mai veramente possedere se stessa.

In che senso?

Nel senso che non è mai riuscita a controllare la sua immagine e che questo ne ha fatto la persona più odiata del suo tempo. Dopo essere stata il bersaglio ideale di una opinione pubblica sempre più critica nei confronti della monarchia, ci si è poi serviti di lei per finalità opposte: i rivoluzionari hanno visto in lei il ricettacolo di ogni vizio, mentre, a partire dalla Restaurazione, i monarchici l’hanno celebrata come una martire o –si pensi alla Cavaliera della morte di Leon Bloy- come una vittima sacrificale della Storia.

Però Maria Antonietta non si è mai fatta carico del suo ruolo istituzionale di custode sacrale del rispetto della tradizione e del rituale monarchico.

Credo che la spiegazione del suo comportamento sia di carattere psicologico. E’ una regina che, come tante altre, ha subito il trauma di un’unione male assortita, ma aggravato –nel suo caso- dalla difficoltà di suo marito di consumare il matrimonio. Se a ciò si aggiunge il passaggio tra il mondo felice della sua infanzia viennese e la solitudine affettiva della sua nuova esistenza a Versailles, regolata ora dopo ora dall’implacabile cerimoniale di corte, possiamo supporre che tutto questo abbia determinato una mancanza di fiducia nella propria capacità di rispondere a quanto ci si aspettava da lei e facendo della sua vita una fuga costante da se stessa.

Eppure l’obbligo per i sovrani di vivere in pubblico connotava fin dalle origini la monarchia francese e l’etichetta garantiva il rispetto dovuto a ciascuno. Privilegiando la compagnia di pochi intimi, Maria Antonietta non poteva che alienarsi la simpatia della sua stessa corte. Non è forse a Versailles che prende origine la sua leggenda nera?

In realtà la corte le è ostile fin dal suo arrivo. Da subito l’Autrichienne (l’Austriaca) ha incarnato agli occhi del Paese la nuova alleanza stretta da Luigi XV con la nemica di sempre, la casa d’Asburgo. Ostaggio di questa politica, Maria Antonietta ne ha inevitabilmente subito le conseguenze. E in questo clima di sospetto ogni suo passo falso viene enfatizzato. Anche i momenti che la sovrana trascorre in privato al Petit Trianon, l’incantevole padiglione costruito da Gabriel nel parco della reggia di Versailles, contrastano in effetti con l’esigenza di trasparenza richiesta dalla sua funzione e genera subito la diceria di segreti colpevoli, di vizi occulti, di complotti pericolosi. La pamphlettistica rivoluzionaria ne farà tesoro.

Cosa rappresentava per lei il Petit Trianon?

Una reinvenzione dell’infanzia, una fuga in un mondo protetto e segreto che viene interpretata come un rifiuto della dimensione pubblica, ma che nasce dalla insicurezza di cui parlavamo. Nelle lettere a sua madre, l’imperatrice Maria Teresa, l’ambasciatore austriaco accenna spesso alla sua paura di parlare in pubblico, al suo odio per la vita di rappresentanza e per la politica.

Ma il Petit Trianon favorirà anche i suoi incontri con Fersen e avere un amante era una trasgressione inimmaginabile per una sovrana chiamata a garantire la legittimità della discendenza regale con un comportamento al di sopra di ogni sospetto.

Sì, certo, ma era anche una relazione più che comprensibile tenuto conto dell’impasse sessuale del marito e inoltre condotta con la massima discrezione. Però non è questo il punto. Inimmaginabile agli occhi di tutti coloro che, formati alla scuola di Rousseau, avrebbero di lì a poco abbracciato la Rivoluzione, era il fatto che una donna potesse contravvenire alla sudditanza imposta al suo sesso. E se a questo si aggiunge il potere politico che Maria Antonietta era andata acquisendo a ridosso del 1789 si capisce che il suo comportamento apparisse intollerabile. Il principale rimprovero che la propaganda rivoluzionaria le muove rimane però quello di essere l’Autrichienne, la straniera, l’incarnazione di tutte le perversioni –erotomane e lesbica- e la traditrice per antonomasia.

Sono queste le ragioni che l’hanno spinto a interessarsi al suo processo?

No, l’ho studiato per approfondire le dinamiche del Terrore di cui avevo ripercorso la genesi nella mia biografia di Joseph Fouché. Solo in un secondo tempo, colpito dalla dignità e dalla straordinaria padronanza di sé dimostrate dalla regina nel corso del processo, ho fatto un passo indietro per ricostruirne personalità e psicologia.

Per quale ragione, nove mesi dopo la condanna a morte di Luigi XVI, si è sentita la necessità di processare anche la regina?

Anche in questo caso l’obbiettivo rientra nel drammatico confronto che, fin dal 1789, attraversa tutta la rivoluzione tra due forme di democrazia: quella rappresentativa adottata dalla Convenzione nazionale (l’equivalente del Parlamento) e quella della democrazia diretta perseguita dalla Comune e dalle sezioni parigine. Un confronto che sceglie come terreno ultimo di scontro la testa di Maria Antonietta. Sarà la Convenzione a uscirne sconfitta, consegnando, come Ponzio Pilato, la regina alle sezioni parigine.

Perché i sanculotti esigono a tutti i costi la sua testa?

La reclamano in nome di quell’altro combustibile del processo rivoluzionario che è la teoria del complotto. Come dichiara Brissot nel 1791, la Rivoluzione ha bisogno di grandi traditori, e questa esigenza si impone ogni qualvolta la giovane Repubblica è in difficoltà, com’è più che mai il caso nel 1793, quando il territorio francese viene invaso dagli eserciti delle potenze straniere coalizzate contro di lei. L’Austriaca si presta allora a diventare la traditrice per eccellenza.

Ma non era un’accusa così infondata! Ostile da sempre alla Rivoluzione, non sperava forse nella sconfitta militare della Francia e non si era tenuta sempre in stretto contatto con l’Austria?

Lei ha ragione, ma quello che qui mi interessa sottolineare è la relatività del giudizio politico: ci troviamo in una congiuntura in cui tutti si accusano reciprocamente di tradimento. Maria Antonietta è fedele alla monarchia assoluta e vede nei rivoluzionari i traditori di una istituzione a cui è identificata per nascita e destino, mentre i rivoluzionari vedono in lei la traditrice assoluta che minaccia la vita della repubblica e dei suoi valori. Il processo mette, insomma, a confronto due mondi, due universi culturali e politici incompatibili e incapaci di capirsi.

Perché i giacobini sentono la necessità di includere tra le tante accuse anche quella di una relazione incestuosa con suo figlio?

Maria Antonietta viene giudicata come regina, come donna e come madre. E’ una sola persona in tre persone. E fare ricorso a suo figlio per accusarla d’incesto significa rimettere in questione il problema dell’eredità monarchica, tagliandone il cordone ombelicale. La rivoluzione ha praticato due forme di regicidio: quello classico, con la condanna a morte di Luigi XVI, quello morale inducendo il piccolo Luigi XVII ad accusare sua madre di avere abusato sessualmente di lui.

E il risultato politico di tutto questo?

A mio parere non ve n’è stato alcuno. La morte di Maria Antonietta non incide in alcun modo sul piano della politica estera e dei rapporti con l’Austria, né serve a placare la violenza rivoluzionaria, visto che dopo la regina andranno alla ghigliottina i girondini, gli hebertisti, Danton, fino a Robespierre. Né tanto meno mette fine a quella lotta per il monopolio della legittimità fra le due diverse concezioni della democrazia che, a partire dal 1789, attraversa come un fiume carsico tutta la storia della Francia moderna e ne costituisce a tutt’oggi una delle sue “eccezioni”. Maria Antonietta è stato uno dei suoi capri espiatori, certo non l’ultimo.

 

                                                        Benedetta Craveri