Napoli, 1603. Sposa bambina decapitata come strega.

La sposa bambina fu decapitata come strega

Maurizio Ponticello ha ripescato una storia “nera” della Napoli di fine ‘500, trasformando in romanzo una vicenda che fu censurata da Benedetto Croce e disprezzata da Dickens.

 

Articolo scritto da Giulia Villoresi e pubblicato nel “Venerdì di Repubblica” del 14 agosto 2020, alle pp. 90-91.

 

Napoli, 1594. C’è una bambina sul sagrato della chiesa di San Tommaso a Capuana: tutto il quartiere è accorso per vederla in abito nuziale. Aspetta lo sposo –don Muzio Guarnieri, vedovo, cinquantino, uomo d’affari vicino alla corte del viceregno spagnolo- mentre una pioggerellina autunnale le bagna il velo appuntato da una coroncina di fiori e primizie di stagione. I capelli biondi (rarità da normanna) le cadono studiatamente sullo sterno per nascondere il seno troppo acerbo. Gli occhi le brillano contenti, mentre nella sua testolina da educanda, a malapena istruita dalle Orsoline, le frullano vaghe promesse sul futuro di domestiche e proibite felicità.

Martia Basile, dodici anni, sposa bambina nella Napoli spagnola, sarà decapitata nove anni dopo, il 7 maggio 1603, nella piazzetta di “Sant’Antuono al Bùvero”, a pochi passi da Porta Capuana, con l’accusa di viricidio e stregoneria. Le notizie su questa donna infelice ci giungono da due fonti: Pietro Capece, frate incaricato dalla Compagnia dei Bianchi di redigere le relazioni di giustizia, che raccolse le ultime parole di Martia nelle carceri di Castel Capuano, e il cantastorie Giovanni della Carretòla, che quasi certamente assistette alla sua esecuzione, e che poi le dedicò un poemetto popolare stampato ininterrottamente per circa quattro secoli. Tutta l’Italia, un tempo, ha conosciuto la storia di Martia Basile. Ma non quella che la decollata avrebbe voluto tramandarci.

Lo affermiamo –non si turbino i più illuministi- a causa di un sogno: quello di uno studioso napoletano, Maurizio Ponticello, esperto di tradizioni e culture popolari, che dopo “vivida visione notturna” ha deciso di riaprire il caso della sposa bambina. Dalla sua indagine è venuto fuori un libro, “La vera storia di Martia Basile” (Mondadori). La vicenda si prestava alla via saggistica, ma l’autore ha scelto quella del romanzo: la sola, a suo avviso, capace di restituire la carne e il sangue, e di mediare tra le conoscenze dello studioso e le intuizioni del sognatore.

Per cominciare, Ponticello, può raccontarci del sogno?

E’ andata così: avevo letto il poemetto di Giovanni della Carretòla, ma a dire il vero non mi aveva entusiasmato. Una storia sordida, narrata nella tipica scrittura popolare seicentesca: una donnaccia che, insieme all’amante, uccide il marito. Qualche giorno dopo –era pieno agosto- mi sono svegliato tutto intirizzito dopo un sogno: c’era Martia Basile, bionda, bellissima, che mi chiedeva giustizia. A quel punto? Ne sono stato turbato. Così ho cominciato ad approfondire la vicenda. E ho realizzato che il Carretòla non raccontava tutta la verità.

Consapevolmente?

Direi proprio di sì. Carretòla era un rapsodo che girava per mercati, feste e banchetti declamando canzoni d’amore e di gesta. Doveva adattarsi alle norme morali del tempo, e semplificò la storia di Martia attingendo all’epos della bella maledetta.

Quindi Martia non era diventata una prostituta, come dice il Carretòla?

Quello della prostituta era un tipico cliché usato per giustificare un delitto commesso da una donna. Ma ci sono altri indizi che complicano la faccenda.

Per esempio?

Un documento che ho trovato negli archivi di Ariano Irpino. Riguarda il governatore spagnolo di Ariano, Matthia del Solto, processato per aver fatto incarcerare tal “Muzio Guarnieri della città di Napoli” e poi, nottetempo, aver mandato a prendere sua moglie, averla stuprata e venduta ad amici per denaro”.

Lei pensa che quella donna fosse Martia?

I nomi e le date coincidono. All’epoca di questi fattacci, il 1600, la poveretta aveva diciassette anni. E molti altri abusi alle spalle, stando al romanzo. Il destino di molte spose bambine del tempo, cedute dai padri in cambio di censo e ducati. Martia ebbe la prima figlia appena tredicenne. L’incubo del “palo di carne nuziale” che la viola brutalmente fin dal primo giorno di nozze. Nelle dichiarazioni rese da Martia al frate dei Bianchi è difficile non intuire un passato di drammatiche esperienze personali. Nel romanzo le scene di violenza sessuale sono particolarmente efficaci… Questo mi è stato detto da altre donne, lo sa? Mi ha anche scritto una donna abusata. Era stata colpita dall’esattezza psicologica di alcune descrizioni.

Qualche commento maschile, invece?

Diversi uomini mi hanno detto di aver trovato le scene di sesso disturbanti. Secondo lei perché? Io credo per un remoto senso di colpa. La crudezza di quelle scene può avere un effetto terapeutico. Potrebbero aiutare l’uomo a vedersi. E infatti in rete circola l’hashtag “siamo tutte Martia Basile”… Una cosa bellissima, che mi ha commosso. Anche perché nessuno si era mai occupato seriamente di questa storia. Dickens e Croce l’hanno liquidata in poche righe.

Dickens e Croce?

Ebbene sì. Croce ha citato l’opera del Carretòla in un suo studio, ma ne ha omesso alcuni versi ritenendoli triviali e di scarsa qualità. Di fatto, l’ha censurata. Mentre Dickens l’aveva definita robaccia in un articolo del 1852 intitolato “Lazzaroni litterature”. Ma è piuttosto chiaro che fu la morale sulla storia, non la qualità del poemetto, a dettare il loro giudizio.

Nel senso che entrambi agirono da censori moralisti?

Sì. Se non fosse stato per le recenti indagini di due storici, Giovanni Romeo e Giancarlo Baronti, che hanno inquadrato meglio la decollazione di Martia, questa vittima della cultura patriarcale della Controriforma sarebbe stata dimenticata.

E la confessione finale di Martia, in cui ha dichiarato di essere una strega?

Quello fu un tentativo di guadagnare qualche settimana in più. Sperava che si aprisse un altro processo. Ma nessuno le ha dato retta.

Le è più capitato di sognarla?

Sì, durante la stesura del libro è successo spesso. Anche sogni importanti. Per esempio? Avevo raffigurato il suo amante, il cui nome è rimasto sconosciuto, come un uomo piuttosto debole  e gentile. Poi è arrivata Martia e ha detto: “ma quando mai? Chille nunn’era accussì”.

E lei, a quel punto, che ha fatto?

Mi sono fatto guidare da lei.

 

                                                        Giulia Villoresi