Belli, Sonetti, “Er pennacchio”

Belli. Sonetti. “Er pennacchio” 7 agosto 1828

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizii, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza (…) Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per proporre un modello ma sì per dare una immagine fedele di cosa già esistente e, più, abbandonata senza miglioramento”.

Quando Belli scrisse queste pagine introduttive aveva composto già 300 sonetti circa, sugli oltre duemila dell’intera sua produzione, custoditi segretamente, e aveva chiarito a se stesso il disegno, unitario ed organico, che era sotteso alla sua “Commedia romana”. Egli aveva individuato con grande precisione alcuni tra gli elementi più tipici della situazione storica e ideologica della Roma papalina: l’assenza quasi totale di ogni forma di coesione sociale, anche di un punto di vista linguistico (di qui l’inesistenza di un dialetto cittadino e di una tradizione vernacola scritta) che potesse essere per lui un punto di riferimento, come invece era accaduto per il Porta a Milano.

A Roma il governo dei papi aveva costretto gli intellettuali a tornare all’Arcadia e alle Accademie e faceva della città una sorta di culla delle dottrine morte: non a caso Leopardi, in una lettera da Roma al fratello Carlo del 16 dicembre 1822, aveva scritto: “qui l’Antiquaria è messa da tutti in cima al sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l’unico vero studio dell’uomo”.

Belli , nell’Introduzione, aveva annotato: “Voglio dare un’immagine fedele di cosa abbandonata senza miglioramento”. Roma era in una situazione senza alcuna prospettiva di sviluppo né politico né economico. Belli, scrive Asor Rosa, “porta così il popolo romano alla ribalta vera della storia: proprio perché non lo mitizza, non lo esalta, proprio perché non ne fa il figlio prediletto né della rivoluzione democratica (Mazzini) né della Provvidenza divina (Manzoni), riesce a darci –insieme al Porta- una visione della realtà in cui il popolo non è subalterno ma vive la sua vita in autonomia, è protagonista della storia. Ma quale storia poteva vivere il popolo? Se la storia è romanticamente progresso, incivilimento, perfettibilità, cultura, la storia del popolo non è storia: essa esprime infatti una immobilità senza speranza, una sofferenza diventata abitudine, una passività indifferente, un’oppressione accettata, una protesta destinata a restare sfogo, bestemmia, parolaccia. Questo popolo ci dice che la storia non si muove, è ferma. Nessuna speranza sopravvive”. Da quel suo fondo di istinto plebeo che tante volte esplode nell’insulto, nel sarcasmo, nella volgarità, sberleffo e volontà velleitaria di rottura delle norme di una società organizzata, nasce anche lo svuotamento delle funzioni delle sfere ufficiali e anche dei riti religiosi, ridotti tante volte a un ritmo di balletto, a una sorta di opera buffa, a un tragico presentimento di morte. Annota acutamente il Salinari: “Il suo è un qualunquismo della volontà che accompagna sempre il ribellismo dell’immaginazione”.

In una lettera del Belli a Francesco Spada dell’8 settembre 1838 il poeta definisce la sua città “una Romaccia, una galera”, la negazione vivente della possibilità stessa di esistere, o perlomeno la proiezione di una realtà talmente desolata in cui la vita si costruisce solo nei limiti di una elementare dimensione biologica. E in un’altra sua lettera al principe Placido Gabrielli del 15 gennaio 1861 egli scriveva che “nella mia commedia è il popolo ad essere introdotto a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella, dipingendo così egli stesso i suoi proprii usi, i suoi costumi, le sue storte opinioni, e insieme con tutto ciò i suoi originali pensieri intorno ai più elevati ordini di questo social corpo di cui esso occupa il fondo”.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.Belli, “I Sonetti”, a cura di Gibellini, Felici, Ripari, Einaudi, 2018.

Er pennacchio            7 agosto 1828

Ah Menicuccio mia, propio quer giorno,

La viggija de Pasqua Befania,

Quella caroggna guercia de Lucia,

Lo crederessi? me mettétte un corno. 4

Porca fottuta! E me vieniva intorno

A ffà la gatta morta all’osteria

Per empì er gozzo a la barbaccia mia,

Gni sempre come la paggnotta ar forno. 8

E intratanto co mastro Zozzovija

Me lavorava quele du’ magaggne

D’aruvinà un fijaccio de famija. 11

Ecco, pe cristo, come sò ste caggne:

Amore? ‘n accidente che je pija:

Tutte tajole pe ppoi fatte piaggne. 14

Metro: sonetto (ABBA, ABBA, CDC, DCD).

                            Le corna

Ah, Domenicuccio amico mio, proprio quel giorno, la vigilia della festa dell’Epifania, quella carogna mezza cecata di Lucia, lo crederesti, mi mise le corna. Porca fottuta! E mi veniva intorno a fare la gatta morta (l’ingenua) nell’osteria per mangiare e bere a sbafo a mie spese, come regola fissa, come è il prezzo della pagnotta nel forno. E nel frattempo con mastro Sozzoviglia mi costruiva quelle due corna da rovinare un povero figliolaccio di famiglia. Ecco, per Cristo, come sono queste cagne: Amore? Un accidente che le piglia: tutte tagliole per poi farti piangere.

Analisi.

Questo è il sesto, in ordine cronologico, dei sonetti della raccolta della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele” di Roma. I cinque sonetti precedenti sono tutti contrassegnati da un “no” sull’autografo e cancellati da una linea trasversale. Con evidenza il Belli aveva intenzione di rifiutarli.

In origine il poeta si rivolge all’amico Domenico Biagini, membro –come lui- dell’Accademia Tiberina. Ma poi, d’improvviso, con due correzioni si trasforma in un plebeo anonimo che si confida a un Menicuccio non meglio identificato. E riesce a dare vita autonoma a questo plebeo misogino e scurrile, a una Roma col suo multiplo strato di storia, di geografia e dei suoi cinici abitanti, forse sempre incerti tra donne soggetto e donne oggetto. La città è il territorio per eccellenza in cui far confluire la molteplicità delle esperienze della realtà.

Un po’ di tempo dopo, il 14 febbraio 1830, Belli scrive:

A Compar Dimenico

Me so ffatto, Compare, una regazza

Bianca e roscia, chiapputa e bbadialona,

Co ‘na faccia de matta bbuggiarona,

E ddu’ brocche, pe ddio, che cce se sguazza. 4

Si la vedessi cuanno bballa in piazza,

Cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,

Diressi: ma de che? Mmanco Didona

Che squajjava le perle in de la tazza. 8

Si ttu cce voi vienì dda bon fratello,

Te sce porto cor fedigo e ‘r pormone;

Ma abbadamo a l’affare de l’uscello. 11

Perchè si ccaso sce voi fa er bruttone,

Do dde guanto a ddu’ fronne de cortello;

E tte manno a Ppalazzo pe’ Ccappone. 14

A Compare Domenico

Mi sono fatto, Compare, una ragazza bianca e rossa, con un bel sedere e corpulenta, con una faccia mattacchiona, e due poppe, per Dio, che ci si sguazza dentro. Se la vedessi quando balla in piazza, quando canta in falsetto e quando suona, diresti: ma di cosa si discute, neppure Didone la può eguagliare, quella Didone che faceva liquefare le perle in una tazza. Se tu ci vuoi venire da buon fratello io ti ci porto con tutto il cuore; ma badiamo all’affare dell’uccello. Perché se per caso vuoi farci il cascamorto, afferro un poco di coltello e ti mando al Palazzo castrato come un cappone a cantare nella Cappella pontificia.

Gennaro Cucciniello