Belli commenta con intelligenza e amara ironia di dettagli l’epidemia di colera del 1835-’36

Belli. I sonetti del “Er collera moribbus”. 1835-1836

 

Tra il 4 agosto 1835 e il 24 dicembre 1836 Belli scrisse un gruppo di trentaquattro sonetti (che formano quasi un poemetto) sotto l’impressione delle notizie sull’imperversare del colera che nel 1835-1836 infierì in Francia e nell’Italia settentrionale, penetrando poi nello Stato Pontificio e nel Regno delle due Sicilie. Il poeta finge una conversazione tra se stesso e vari personaggi nell’osteria della Giuggiola in Trastevere. “Cholera morbus” (così si usava allora chiamare il colera) spesso veniva pronunciato “Chòlera”. In questa deformazione vi era anche un richiamo ironico alla collera divina alla quale le autorità ecclesiastiche si appellavano per giustificare l’epidemia e per invocare il perdono del Signore.

Belli dà questo titolo ai suoi componimenti: “Converzazzione a l’osteria de la Genzola”, indisposta e ariccontata co ttrentaquattro sonetti, e ttutti de grinza. Una conversazione tra amici, raccolta con buona disposizione e raccontata con 34 sonetti, e tutti di buona fattura.

 

Mi sembra interessante, nel periodo drammatico che l’Italia e il mondo stanno vivendo per l’imperversare della pandemia del coronavirus in questo primo quadrimestre del 2020, riproporre questa esperienza ottocentesca romana, vissuta e filtrata dall’osservazione intelligente e dalla meditazione ironica e amara del nostro poeta. La lezione importante da trarne è che la vita ha sempre le sue ragioni, anche e soprattutto quando è chiamata a morire.

Dei 34 testi ho scelto e ve ne presento una piccola selezione. I sonetti sono tutti senza titolo: mi sono permesso io di titolarli, a volte con maliziosa allusione al presente. Chiedo perdono.

Per una esauriente bibliografia sul Belli suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992; Belli, “Tutti i sonetti”, a cura di P. Gibellini e collaboratori, Einaudi, quattro volumi, 2019.

 

 

         Arriva il colera?                                   4 agosto 1835

 

Basta, o sse chiami còllera o collèra,

Io ce giuco la testa s’un baiocco

Che sta pidemeria, sarvo me tocco,

Qua da noi nun ce viè, sippuro è vera.                                      4

 

Nun zentite l’editto? che chi spera

Ne la Madon de mezz’agosto è un sciocco

Si n’ha ppavura? E ce vò dunque un gnocco,

Sor Marchionne, a accorasse in sta maggnera.             8

 

Dice: ma a Ninza fa ppiazza pulita.

Seggno che queli matti maledetti

Nun ze sanno avé cura de la vita.                                    11

 

S’invece de cordoni e lazzaretti

Se sfrustassino er culo ar Caravita,

Poterìano brucià ppuro li letti.                                        14

 

Basta, o si chiami còlera o colèra, io ci scommetto la mia testa su un baiocco, che questa epidemia, salvo dove mi tocco, qui da noi non arriva, se anche è vera. Non avete sentito l’editto? (Belli si riferisce al Sacro Invito del cardinale Odescalchi, Vicario di Roma, con il quale si decretava una novena straordinaria in sedici chiese della città e negli Oratori notturni per scongiurare l’epidemia; la novena era anche in preparazione della festa dell’Assunta del 15 agosto). Che chi spera nell’intercessione dell’Assunta è uno sciocco se ne ha paura? E ci vuole dunque un semplicione, sor Melchiorre, a impaurirsi in questa maniera. Dicono: ma a Nizza ( la città allora apparteneva al regno del Piemonte) questa epidemia fa piazza pulita (uccide tanta gente). E’ segno che quei pazzi maledetti non sanno aver cura della loro vita. Se invece di mettere cordoni di protezione e di chiusura e lazzaretti per segregare e curare i malati si frustassero il culo nell’Oratorio notturno del Caravita (dove gli uomini, per espiazione, si imponevano questa disciplina al buio), potrebbero bruciare anche i letti (che non servirebbero più).

 

 

         L’epidemia risparmia le donne               6 agosto 1835

 

Oh annateve a ripone, oh state quieti,

C’avete torto marcio tutt’e dua.

Dar tett’in giù sta collera è una bua

Che dà de piccio a ssecolari e a ppreti.                           4

 

Ha ttempo er Crero a ffà novene e aceti

De sette ladri: monziggnor la Grua

Aricconta c’a Spaggna, a casa sua,

Fu un macello, e ppijò ttutti li ceti.                                  8

 

Sapete, sor Olivo e ssor Marchionne,

Chi, quanno mai, se pò ssarvà la pelle?

Sapete chi? Ve lo dich’io: le donne.                                  11

 

Perché a Roma le donne, o belle o brutte,

Speciarmente le vedove e zitelle,

So amiche de San Rocco guasi tutte.                               14

 

Oh andate via, oh state tranquilli, perché avete torto marcio tutti e due. Umanamente parlando questo colera è un male, una calamità che afferra tutti, preti e laici. Ha voglia e tempo il Clero a fare novene e ad assumere aceto dei sette ladri, forte e assai aromatico (fu chiamato così perché si raccontava che, fiutato incautamente da alcuni ladri, li avesse fatti cadere privi di sensi): monsignor la Grua (uno dei deputati della commissione speciale di sanità) racconta che in Spagna, la sua patria, il colera fece un macello e agguantò tutti i ceti sociali. Sapete, sor Olivo e sor Melchiorre, chi, tutt’al più, può salvarsi la vita? Ve lo dico io: le donne. Perché a Roma le donne, o belle o brutte, specialmente le vedove e le zitelle, sono quasi tutte amiche di San Rocco (a Roma in quel tempo “San Rocco” era il nome di un ospedale di ostetricia. Molte donne vi andavano a partorire in segreto: così si era sparsa in città l’opinione che le donne incinte erano esentate dal contagio colerico).

Noto che in questo sonetto due dati richiamano la realtà nostra contemporanea del 2020: la strage che il virus sta compiendo anche in Spagna e la constatazione che le donne, anche quelle anziane, sono meno colpite degli uomini.

 

         La differenza tra ricchi e poveri             16 agosto 1835

 

Eh! a che sserveno mai tanti conforti?

E’ ita pe noantri disgraziati.

Sapete chi hanno fatti deputati

Si er collèra vierà? Prìmoli e Ttorti!                               4

 

Questi tra loro se sò già accordati

Che la povera gente se straporti

Ar lazzaretto, indov’escheno morti

Tutti quelli che c’entreno ammalati.                               8

 

E li ricchi staranno in ne l’interno

De casa lòro, curati e assistiti

Da un medico e un piantone der governo.                     11

 

Oh annate a crede ch’er Vangelo poi

Abbi torto dicenno all’arricchiti

“Vè vòbbisis”, ciovè “beati voi”!                                       14

 

Eh! a cosa servono mai tanti conforti? E’ andata per noi altri disgraziati. Sapete chi hanno fatto deputati se il colera arriverà da noi? Prìmoli e Torti (fatti membri dello speciale tribunale della Sanità). Questi tra loro si sono già messi d’accordo sul fatto che la povera gente venga trasportata al lazzaretto, da dove escono morti tutti quelli che vi entrano ammalati. E i ricchi staranno all’interno delle loro case, curati e assistiti al meglio da un medico e una guardia governativa. Oh andate a credere che il Vangelo poi abbia torto quando dice agli arricchiti “Vae vobis” (Guai a voi), cioè “beati voi”.

 

         “L’immunità di gregge”                     19 agosto 1835

 

Oh er Re de Francia poi, dice er padrone,

Nun fa ste buggiarate de sicuro,

E nun spenne quadrini in gnisun muro,

Né fratta, né cancello né pportone.                        4

 

Pe lui c’è Iddio c’ha da penzà ar futuro,

E quanno escì er collèra da Tullone

Sai lui che disse? “Oh ffutre! Oh ssacranone!

Vien le collerre? Favorischi puro”.                         8

 

Questi sò Re de garbo, ommini rari,

Da nun mette li sudditi in spavento

E da nun faje ruvinà l’affari                                    11

 

Perché ppoi sto collèra, o ffora o drento,

Fatto c’abbi er zu’ corzo, fiji cari,

E’ una specie d’un cammio ar zei per cento.         14

 

Oh, dice il padrone mio, il re di Francia poi (Luigi Filippo) non fa di sicuro queste sciocchezze, e non spende quattrini su nessun muro, né cespuglio, né cancello, né portone. Per lui c’è Dio che deve pensare al futuro, e quando uscì il colera da Tolone (per invadere il nord Italia) sai lui che disse? “Oh futre! Oh Sacré nom! Viene il colera? Bene, favorisca pure”. Questi sono Re di vaglia, uomini rari, da non incutere nei sudditi lo spavento e da non fargli rovinare gli affari economici. Perché poi questo colera, comunque si voglia, una volta che ha fatto il corso suo, figli cari, è una specie di cambio al sei per cento (elimina un sei per cento di popolazione).

Queste notazioni del Belli richiamano, con molta ruvidezza, alcune affermazioni fatte nelle scorse settimane dal premier inglese Boris Johnson “sull’immunità di gregge” da favorire nel Regno Unito. Espressioni analoghe si sono sentite anche da Trump negli Usa. In questi giorni Boris Johnson è ricoverato in ospedale, in terapia intensiva.

 

        

Viene la morte? Non me ne curo             (senza data)

 

Io poi, regazzi mij, saranno vere

Tante terrorità c’ariccontate,

Ma, o ppezzi de vangeli o buggiarate,

Nun me vojo dà gnisun penziere.                                     4

 

Vienghi, nun vienghi, ciarimedi er frate,

Nun ciarimedi, lo porti er curiere,

Nu lo porti… pe me c’è bon bicchiere

Da passà ffilicissime giornate.                                         8

 

Tutta sta gran pavura d’ammalamme?

E che guaio sarà? Tanto una vorta

O pprest’o ttardi ho da stirà le gamme.                          11

 

Mica è una cosa nova che sse more;

E ttoccassi a me ppropio a uprì la porta,

L’èsse er primo, per dio, sempre è un onore.                 14

 

Io poi, ragazzi miei, saranno vere tante cose agghiaccianti che raccontate, ma, o verità sacrosante o sciocchezze, non voglio darmi alcun pensiero. Venga, non venga, trovi un rimedio il frate, non lo trovi, lo porti il corriere, non lo porti… per me c’è un buon bicchiere per passare giornate felicissime. Tutta questa gran paura di ammalarmi? E che guaio sarà? Tanto una volta, o presto o tardi, ho da stirare le gambe (devo morire). Mica è una cosa nuova che si muore; e se toccasse proprio a me di aprire la porta alla morte, l’essere il primo per dio, è sempre un onore.

                                              

 

Un Natale senza zampognari                    24 dicembre 1836

 

Ma ttutt’a ttempi nostri! E caristìa,

E libbertà, e diluvi, e ppeste, e guerra,

E la Spagna, e la Francia, e l’Inghirterra…

Tutt’a li tempi nostri, Aghita mia.                                    4

 

Adesso ha da venì sto serra-serra

De porcaccia infamaccia ammalatia

Pe sturbà Reggno e pportaccese via

Quer povero cetrulo de la Cerra.                                              8

 

Puro pe Ppurcinella meno male:

Chi sta ppeggio de tutti è Gesucristo

C’ha pperzo la novena de Natale.                                    11

 

Hai tempo a ffà ppresepi e accenne artari:

Questo è er primo Natale che ss’è visto

Senza manco un boccon de piferari.                                14

 

Ma tutto ai tempi nostri deve succedere! E carestia, e le rivoluzioni per la libertà, e le alluvioni, e la peste, e la guerra, e la Spagna, e la Francia, e pure l’Inghilterra… Tutto ai tempi nostri, Agata mia. Adesso deve venire questo serra-serra d’una porca infame malattia per inguaiare il Regno di Napoli e portarcisi via quel povero Cetrulo della Cerra (era il nome di Pulcinella, l’attore che impersonava la maschera). Purtuttavia la scomparsa di Pulcinella è il male minore: peggio di tutti sta Gesù Cristo che ha perduto la novena di Natale. Hai tempo e voglia di costruire presepi e di accendere i lumi sugli altari: questo è il primo Natale che passeremo senza la presenza dei pifferari (infatti fu impedita l’entrata nello Stato pontificio agli zampognari, suonatori che ogni anno venivano dall’Abruzzo e dalla Campania a suonare le novene).

 

Concludo con una citazione da un articolo dello scrittore israeliano David Grossman: “C’è un che di minaccioso nella mancanza di volto di questa epidemia, nella sua aggressiva invisibilità. Sembra voler aspirare in sé tutto il nostro essere, che all’improvviso ci appare fragile e indifeso (…) I morti che non conosciamo non sono che un numero, persone anonime, senza volto. Ma, osservando i nostri cari, avvertiamo quanto ogni essere umano racchiuda in sé un’intera, insostituibile civiltà. La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita ci spronerà forse a fissare nuove priorità. A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile”.

Ma mi piace soprattutto citare il nostro grande padre Dante, che presentando il suo “Paradiso” scriveva: “Questa sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce”.

 

                                                                  Gennaro Cucciniello