Cronologia della Repubblica giacobina napoletana. 18° puntata. 24-30 aprile 1799. “Mac Donald sposta le truppe a Caserta. Approvata la legge sull’abolizione della feudalità. La rivoluzione del 1799: primo germe dell’unità italiana”.

Cronologia della Repubblica giacobina napoletana. Diciottesima puntata. 24 – 30 aprile 1799. “Il generale MacDonald sposta le sue truppe a Caserta. La rivoluzione napoletana del ’99: primo germe dell’unità italiana. Approvata la legge sull’abolizione della feudalità. Il cardinale Ruffo scrive: “è forse un difetto la clemenza?”

 

Comincio a scrivere, in molte puntate, una cronologia dettagliata degli avvenimenti che –giorno dopo giorno- caratterizzarono l’esperienza della Repubblica giacobina napoletana e meridionale del 1799. Ai fatti intreccerò le opinioni e i commenti dei cronisti di quei giorni e degli storici otto-novecenteschi per far convivere la cronaca in presa diretta con uno sguardo panoramico in posizione arretrata: costruendo così una struttura alla quale appendere una serie immensa di fatti, delitti, eroismi, pensieri, avventure, sacrifici, ideali.

Voglio rivivere io e far rivivere ai lettori –nei limiti del possibile- le esaltazioni e le sofferenze di quelle giornate, gli entusiasmi e i fanatismi, le contraddizioni e le illuminazioni, così che risulti più chiaro, o meno oscuro, l’avvilupparsi contrastato degli episodi. “La storia è il corpo” –ha scritto Alexander Ross- “ma la cronologia è l’anima della scienza storica”, anche se (aggiungo io) la linea del tempo non spiega il Tempo, ma questo lo sappiamo da sempre senza riuscire bene a spiegarlo.

Tanti anni fa, ero studente di liceo, lessi per la prima volta le cronache di quella rivoluzione. Mi colpirono, in modo vivissimo, il martirologio finale, l’eroismo civile dei patrioti impiccati e decapitati, i tanti morti ammazzati negli scontri, la furia selvaggia della plebe, la ferocia vile della monarchia borbonica. Fui indotto a riflettere sulla separazione drammatica che i tragici fatti di quei mesi avevano prodotto, nel Sud dell’Italia, tra il ceto colto e illuminato e la grande massa della popolazione, un dato che era già stato anticipato –sia pure in misura minore- nella guerra antifeudale del 1647-’48.

“Alla fine del Settecento la situazione nelle regioni meridionali italiane si presentava in modo gravemente sbilanciato: da un lato la popolazione era aumentata, la produzione pure, il prezzo dei cereali ed altre derrate era salito moltissimo, il commercio si era intensificato, le terre comunali erano state divise, le proprietà nobiliari e borghesi si erano moltiplicate; dall’altro il lavoro scarseggiava ed erano cresciuti i disoccupati, i salari erano rimasti quelli di mezzo secolo prima, la piccola proprietà contadina era in crisi, dilagavano pauperismo e brigantaggio, c’era una fuga costante dai villaggi rurali verso le città. Non si erano sviluppati nuovi moderni rapporti di lavoro nelle campagne, non si erano visti massicci investimenti di capitali, sviluppo di manifatture, una riorganizzazione finanziaria e creditizia. Le continue usurpazioni a danno delle proprietà comunali prima, la quotizzazione dei demani poi a vantaggio dei proprietari borghesi avevano accelerato un generale processo di proletarizzazione contadina e diminuito le già scarse possibilità di sopravvivenza delle grandi masse popolari. A ciò si aggiungeva che l’attacco ai beni ecclesiastici e la soppressione di parecchi conventi avevano peggiorato la situazione dei contadini inaridendo l’unica possibilità per essi di avere piccoli prestiti ad un tasso modico di interesse ed esponendoli al ricatto delle speculazioni usuraie dei mercanti (la Chiesa, infatti, esercitava da sempre un prestito di denaro ai piccoli coltivatori, allevatori ed artigiani ad un basso saggio di profitto per venire incontro alle loro esigenze immediate). Le poche e contrastate riforme che s’erano fatte avevano colpito, in ultima analisi, le forze socialmente più deboli (i contadini) o politicamente più scoperte (il clero), aumentando anzi il potere dei gruppi più potenti: da ciò uno squilibrio sociale, una tensione e un’inquietudine popolari crescenti”. (Questo avevo scritto in un mio libro nel 1975, Cucciniello, p. 9). Questa mia analisi era stata confermata, qualche anno dopo, dal giudizio di G. Galasso: “Complessa, pluridimensionale e contraddittoria era l’articolazione nazionale del popolo meridionale, con la difficoltà obiettiva di stringere in un unico nesso le molte e discordi fila di una storia singolare. Diversi i gradi di differenziazione e di mobilità sociale, diversi la natura e il ritmo di sviluppo delle attività economiche, diversi il folklore e gli usi e i costumi, forti i caratteri di disgregazione sociale e di debolezza dello spirito pubblico”.  In un contesto di questo genere si collocano i fatti di cui qui si narra.

Certo, c’è un rischio in questo lavoro ed è quello che si arranchi dietro agli avvenimenti alla ricerca di una contemporaneità coi fatti che giorno dietro giorno vediamo svolgersi sotto gli occhi, fatti dei quali afferriamo solo il senso ristretto e localistico, sfuggendoci la dimensione universale di cose che in quegli anni stavano trasformando l’Europa. Già Huizinga nel 1919, in “L’autunno del Medioevo”, sosteneva che i passaggi storici erano un lento declinare della vecchia epoca unita all’incubazione di una nuova età: e proprio il nostro 1799, paradigmaticamente, è un intrecciarsi terribile di perduranze –anche superstiziose- e di utopie innovative.  Si può anche restare affascinati dal gioco dei “si dice”: un gioco vario, imprevedibile, che riesce quasi a darci il respiro intimo del tempo, la voce pubblica nel suo dinamico e contrastato formarsi. I “si dice” riflettono il tessuto mutante delle opinioni e permettono quasi di vedere l’avvenimento prima ancora che sia accaduto, nei mutamenti anche psicologici che lo preparano e lo determinano.

Non scrivo di più. Ho usato un metodo di ricerca attento alla decodifica delle informazioni e alla validazione delle fonti. Lascio ai lettori l’interpretazione dei dati e le conclusioni che vorranno trarne.

                                                                       Gennaro Cucciniello

 

24 Aprile. Mercoledì. Napoli. Il generale MacDonald annuncia l’abbandono di Napoli. Questa mattina il generale MacDonald ha passato la rivista generale della truppa civica all’una pomeridiana: indi si è portato al palazzo nazionale, ed ivi al Governo ed al popolo concorso ha annunziata la sua partenza. Ha detto che il tenere in Napoli le sue truppe le rendeva molli ed effeminate, incomodava i particolari coll’alloggio; andava dunque ad accamparsi tra Capua, Caserta, Caiazzo, lasciava guarnigione francese in S. Elmo e nel castello dell’Ovo, consegnava il torrione del Carmine e Castel Nuovo alla truppa civica con ottomila fucili e quattro cannoni. Che ad ogni occasione di aggressione nemica, e d’insurrezione, sarebbe accorso come un fulmine ed avrebbe portata la strage contro i nemici. Ha conchiuso dicendo: “voi avrete la libertà, se sarete tranquilli e coraggiosi”. Un proclama in termini conformi si è affisso quest’oggi, ma non l’ho letto. Questo è quello che ha detto il Generale, generalmente però si crede che egli parta all’intutto e lasci la città a disposizione dei patriotti, e forse in preda a una guerra civile, esposta agli Inglesi, i quali serbano la presa posizione a vista della città. Si riflette che ottomila fucili e quattro cannoni è molto poca cosa, ed è niente poi considerandosi, che non vi è polvere, né piombo nei castelli consegnati; tutto è in quelli che i francesi si ritengono. Intanto i patriotti sono allarmati, il popolo è in fermento; le voci dell’avvicinamento delle truppe Reali crescono, e le insorgenze nel regno sono sempre maggiori. Ecco lo stato nostro infelice” (De Nicola, 146-7).

“Dal punto di vista militare la situazione va peggiorando ogni giorno di più. Pressato su tutti i fronti, il generale MacDonald inizia il trasferimento dei propri uomini a Caserta, ormai determinato ad abbandonare il territorio della Repubblica per il Nord Italia, dove il generale Scherer col resto dell’esercito francese era stato più volte sconfitto dalle forze della coalizione” (Sani, p. 46).

“In verità, se i patrioti di Napoli avessero avuto piena coscienza della situazione ed avessero seguito l’istinto della propria salvezza, una sola linea di condotta si presentava semplice e diritta: fare ai francesi ciò che, poco dopo, i francesi, quando il loro interesse lo richiese, non ebbero ritegno di fare ad essi: abbandonarli, tradirli, e rappaciarsi coi loro sovrani. Per fortuna, i patrioti di Napoli erano grandi idealisti e cattivi politici. Nessuno pensò a tradire i francesi e ad entrare in trattative coi sovrani; moltissimi, amanti disinteressati della Repubblica, erano pronti a difenderla sino all’estremo, e qualunque cosa accadesse. Così tennero in piedi, anche dopo la partenza dell’esercito francese, la loro barcollante repubblica fra illusioni smisurate e piccoli effetti, propositi arditi e mezzi deficienti, una vita che oscillò tra la commedia e la tragedia, finché quest’ultima, alla fine, prevalse. La Repubblica cadde. Ma, se i patrioti di Napoli, per il loro idealismo, la loro ostinazione e la loro mancanza di senso politico, andarono incontro a certa rovina, furono questi stessi fatti e circostanze che salvarono il frutto dell’opera loro. Nella storia, è grandissima ciò che potrebbe dirsi l’efficacia dell’esperimento non riuscito, specie quando vi si aggiunga la consacrazione di un’eroica caduta. E quale tentativo fallito ebbe più feconde conseguenze della Repubblica napoletana del ’99? Essa servì a creare una tradizione rivoluzionaria e l’educazione dell’esempio nell’Italia meridionale. Si potrebbe istituire una ricerca assai istruttiva sui superstiti e i discendenti dei repubblicani del ’99: la storia delle famiglie acquisterebbe il carattere di una storia sociale. Essa, mettendo a nudo le condizioni reali del paese, fece sorgere il bisogno di un movimento rivoluzionario fondato sull’unione delle classi colte di tutte le parti d’Italia, e gittò il primo germe dell’unità italiana; mentre spinse i Borboni ad appoggiarsi sempre più sulla classe che li aveva meglio sostenuti nel ’99, ossia sulla plebe, trasformando via via l’illuminata monarchia di Carlo III in quella monarchia lazzaronesca, poliziesca e soldatesca, che doveva finire nel 1860 (-si veda, a suo tempo, la lettera della regina Carolina al Ruffo del 23 maggio 1799- ndr). Essa, finalmente, dette agli italiani moderni i primi rudimenti della saggezza politica, insegnando a diffidare delle parole dei governi stranieri, quando non ci è il modo di assicurarsene l’aiuto con ricambi di utili e di servizi. Così, per effetto del sacrificio e delle illusioni dei patrioti, la repubblica del ’99, che per se stessa non sarebbe stata altro che un aneddoto, assurse alla solenne dignità di avvenimento storico. E ad essa si rivolge ora lo sguardo, quasi a cercarvi le origini sacre della nuova Italia. Ma un’altra ragione si aggiunge alla prima, e spiega la fortuna e la divulgazione, anche internazionale, che hanno avuto quei fatti. E’ raro che, in così breve spazio di tempo, si trovino affollati e mescolati tanti avvenimenti e tanti personaggi straordinari e caratteristici. Esaltazione utopistica dei repubblicani, e fanatismo di plebi guidate da istinto infallibile dell’utile loro immediato; esempi di eroismi di bontà di generosità, e feroci violazioni d’ogni pietà e d’ogni giustizia; sottili accorgimenti politici, e l’impreveduto ad ogni passo; e poi, sullo steso suolo, le più varie nazioni, francesi ed inglesi, turchi e russi, i lazzaroni di Napoli e le masse dei contadini di Calabria. E i più diversi e straordinari individui: un re e una regina, l’uno e l’altra, nel loro genere, eccezionali; il più grande degli ammiragli inglesi, emulo di Bonaparte sui mari, e un cardinale, capo di masnade. Questi personaggi, queste passioni, questi contrasti non potevano non attirare la curiosità; svegliare il desiderio dell’analisi psicologica; promuovere la discussione e il giudizio morale. E alle molte storie che hanno trattato di quei fatti si è aggiunta una lunga serie di opere artistiche, drammi, romanzi, pitture, quasi a prova di questo interessamento della fantasia e del sentimento” (Croce, “La rivoluzione del ‘99”…, pp. VIII-XII).

Amendolara. Il card. Ruffo giunge in questa località.

25 Aprile. Giovedì. Napoli. “Le agitazioni e i timori crescono a momenti; non si sa che debba essere di Napoli. L’armata francese si vuole che parta per Roma, e noi resteremo in preda a nuova anarchia” (De Nicola, p. 147). “Quando MacDonald ritirò da Napoli il corpo francese col pretesto di formare un campo a Caserta, la Pimentel o per prudenza o, com’è probabile, ingannata anch’essa, sul Monitore combatte i dubbi e le voci “ingiuriose alla lealtà e magnanimità francese, ed alla sicurezza e libertà del popolo” (Croce, ibidem, p. 64).

E’ approvato ufficialmente il testo di legge sull’abolizione della feudalità, dopo discussioni e polemiche vivaci. In questo testo definitivo, approvato dall’Abrial, la concessione ai baroni del quarto dei demani feudali è soppressa. La legge, entrata in vigore troppo tardi, non avrà in pratica alcuna ripercussione nelle province.

“La discussione sui feudi, iniziata nel Consiglio Legislativo della Repubblica napoletana il 18 febbraio 1799, rinviata al 7 marzo, si svolge nell’aprile, quando già nelle province la reazione aveva riorganizzato le sue file e l’esercito reazionario della Santa Fede aveva ottenuto notevoli successi nelle Calabrie. Era già un grave segno della debolezza del movimento repubblicano il fatto che essa fosse affrontata con tanto ritardo, mentre una corrente dell’opinione pubblica aveva ritenuto intrinsecamente distrutti i diritti e i possessi feudali nell’atto “mercé il quale la nazione aveva proclamata la sua libertà”, nel momento stesso cioè in cui era stata istituita la Repubblica (…) L’indirizzo che il movimento repubblicano aveva assunto fin dall’inizio nelle campagne era in contrasto con questi tentativi radicali di riforma ed era orientato decisamente verso la formazione di un blocco di proprietari, nobili e borghesi, contro gli assalti dei contadini alle terre demaniali e feudali” (R. Villari).

“Infine già sotto il governo provvisorio si cominciò a discutere la legge per l’abolizione della feudalità. Se questa legge (come quella sui fedecommessi) fosse stata emanata subito in termini chiari e radicali e se fosse stata applicata, o per lo meno solennemente proclamata nelle province, nei giorni stessi nei quali veniva in esse instaurato il regime repubblicano, cioè nella prima metà di febbraio, forse il fenomeno dell’insorgenza sarebbe stato troncato e le masse contadine avrebbero potuto essere attratte alla rivoluzione e alla Repubblica. Ma questo non avvenne, perché la legge sulla feudalità, proposta nel primo governo provvisorio in una prima redazione da Giuseppe Albanese il 19 febbraio, fu approvata definitivamente solo il 25 aprile dopo la venuta dell’Abrial, quando ormai era troppo tardi per guadagnare alla repubblica le masse contadine insorte” (Candeloro, pp. 258-9).

“L’abolizione della feudalità venne strettamente collegata ad un nuovo ordinamento costituzionale, garante dei diritti dell’uomo. La legge, considerando “che il sostegno e il fondamento di una libera Costituzione è la sicurezza che hanno gli individui di godere dei loro diritti naturali e di tutti gli altri beni di cui l’Autore di ogni esistenza li ha ricolmi, e che i primi diritti dell’uomo, che sono inalienabili ed imprescrittibili, sono la libertà, l’eguaglianza e la proprietà: e che perciò niun Cittadino può esser astretto a far quello che la Legge non prescrive e che niuna distinzione esiste tra loro né di nascita, né di potere ereditario, e che ciascuno debba godere dei suoi beni e del prodotto di sue fatighe, come sua proprietà, senzacché altri possa per la di lui utilità privata toglierne alcuna parte”; e considerando che a tali diritti si opponeva appunto il sistema feudale, dichiarava aboliti qualunque istituzione feudale, tutti i diritti feudali di qualsiasi natura ed i titoli nobiliari annessi; aboliva tutte le giurisdizioni feudali, i servizi personali, i monopoli sui mulini, forni ecc., i diritti di passo, di zecca, tutti i diritti personali, senza indennizzo; aboliva inoltre i diritti reali, le prestazioni sui prodotti delle terre e delle industrie, con la possibilità in questo caso di indennizzo nel caso che i baroni potessero esibire “il titolo primitivo e il contratto primitivo di concessione, il quale dimostri di non esservi usurpazione feudale e che le rendite siano il prezzo del fondo concesso”; attribuiva poi alle Università tutti i demani feudali e decideva in favore dei comuni le liti giudiziarie in corso sui demani; riconosceva infine in libera proprietà ai baroni le terre già feudali, sottraendole quindi alle imposte di relevio e di adoa e al diritto di devoluzione ed assoggettandole, “come ogni altra proprietà libera dei Cittadini ai pesi comuni delle contribuzioni eguali a quelli che nel medesimo territorio e paese pagano tutti gli altri”. Veniva così sancita, come in Francia, la piena affermazione della libera proprietà individuale che già la polemica antifeudale dei riformatori meridionali aveva indicato come la premessa indispensabile per lo sviluppo dell’agricoltura. Nella stessa direzione andavano le leggi del 25 gennaio e del 10 febbraio con le quali il Governo Provvisorio, in nome della libertà e dell’uguaglianza civile, aveva abolito tutti i diritti di primogenitura, fedecommessi” (Rao, pp. 135-6).

26 Aprile. Venerdì. Napoli. “Nonostante tante prove di coraggiosa coerenza, qualcuno diffuse la voce di una fuga dei Cassano da Napoli, ripresa nel Diario napoletano: “Molte famiglie escono di nuovo da Napoli, e si dice che taluni dei patriotti ex nobili partano in tutta fretta, Gensano, Cassano, Vaglio ed altri. Non è mancata la voce che i Francesi prima di partire avrebbero dato il sacco a Napoli” (De Nicola, p. 149).

Il cardinale Ruffo arriva a Rocca Imperiale e da lì scrive al ministro Acton: “Io non vedo che i Francesi abbiano usato rigore, come suppone, e molto meno i loro fautori, e ciò mi costa da moltissimi fatti portatimi dai realisti salvati da Napoli, e da quelli che qui sussistono anzi di Cotrone stesso, dove in mezzo a molti realisti non ho trovato che due feriti perché si erano rischiati di atterrare l’albero; il rimanente dei realisti è stato assai minacciato, ma non ucciso, qualcuno imprigionato, la maggior parte solamente disarmati. Non manca tempo di punirli, ma disuniamoli: credano che vi sono più classi di rei, e che la massima consiste a perdonarli. Ricordi V. E. che gli Inglesi sono divenuti odiosi anche ai buoni, perché bruciarono la nostra marina e la bruciarono ove poi guastava i fondi del golfo; e deve aver prodotto una certa freddezza questo stesso disgusto (…) Sembra solamente che Salerno sia realizzato ma Potenza, Picerno ed altri luoghi della Basilicata sono repubblicani. Altri luoghi democratici in provincia di Trani sono Altamura, Gravina, Barletta, Bari, Foggia, Cerignola, Canosa, Molfetta, Terlizzi, Andria, Bisceglie, Bitonto, Corato. Forse vi sono in ambedue le provincie altri luoghi democratici, ma finora è ignoto l’effettivo stato attuale dei medesimi (…) Spero che la nuova della venuta dei Russi valga per far crollare la costanza di quei montagnoli, ed allora si potrà andare avanti. Secondo me, le città marittime non hanno bisogno di guarnigione, e si mantengono fedeli col timore delle bombe. Suppongono in Napoli e gli Inglesi assai considerabili le mie forze; tanto meglio; ma devo confessare a V. E. che sono meschine, e perciò mi tengo lontano perché possano crederle grandi: se mi avvicino troppo, finisce l’illusione. Il danaro non manca finora, ma Iddio sa quanta industria bisogna adoperare; ma, prescindendo da questo, non vogliono venire i Calabresi, ed ora che hanno fatto un poco di denaro si sono ritirati, e non posso riaverli. Questo fa sì che gli uomini d’arme non vogliono abbandonare il proprio paese, ed ha paralizzata ogni mia operazione fondata sulla moltitudine, che si mutava, ma sempre era fatta in buon numero, e tutta gente feroce. Se solo fussero veri i 4000 Russo-Turchi, si potrà avanzare verso Napoli francamente in tre colonne, cioè essi Russi dalla parte di Manfredonia verso Troia e Bovino; io da Gravina (che è però repubblicana ancora) per Potenza, scendendo per Montefusco ed Avellino; e finalmente da Valle di Diano col Curcio e Schipani per la Cava; ma questi Russo-Turchi non sono finora che 200, che ho poi saputo sbarcati a Otranto, e quasi nessuno a Brindisi (…) Se il Re sbarcasse in Calabria con mille Inglesi di Messina, anderessimo a Napoli in due settimane con 12mila Calabresi armati; ma non vuole il Signore che io sia creduto. Né forse farei andare il re a Napoli ma costantemente a Benevento, centro del Regno. Ciò significherebbe Napoli con una flotta nemica che le chiude ogni passaggio ed impediti i viveri della Puglia (…) Anche altra considerazione dovrebbe indurre la M. S. Venendo questi Russi-Turchi, sarà ben difficile che io li governi, li tenga a freno, e distruggeranno mezzo mondo; ma con la sua autorità non faranno che quello che si deve. Del tradimento, replico, non v’è pericolo: dal primo napoletano fedele che venga in corte si saprebbero tutti i ribelli perché non han fatto alcun mistero della loro sceleraggine; con facilità ci potremmo guardare dai traditori già conosciuti, i quali fuggirebbero nel prossimo stato ecclesiastico” (Croce, “La riconquista…”, 144-8). “Già a marzo in Puglia era stato ristabilito il governo repubblicano fino a Brindisi. Alla fine quasi di aprile dal punto di vista militare la situazione non era ancora disperata per la Repubblica, perché le forze del Ruffo, dopo avere occupato tutta la Calabria, si erano in gran parte sbandate, sicché il Cardinale dovette faticare non poco per ricostituire il suo esercito. Ma, proprio nel mese di aprile, avvenne un fatto decisivo dal punto di vista militare. Giunsero infatti a Napoli le notizie dei primi insuccessi subiti dal generale Schérer in Lombardia nella guerra contro gli austriaci, sicché MacDonald il 15 aprile ordinò alle forze francesi che presidiavano le Puglie di ripiegare su Napoli” (Candeloro, p. 263).

“La frantumazione delle forze rivoluzionarie e la scarsa consapevolezza che i repubblicani ebbero del carattere e della portata del movimento sanfedista non permisero loro di opporsi efficacemente ad esso. D’altra parte, nemmeno il moto sanfedista ebbe un carattere organico. Il Ruffo, per avanzare all’interno del regno, si appoggiò ai diversi moti locali, ma non li assorbì in un moto più vasto: si può fare perciò una certa distinzione tra la vera e propria Santa Fede e i vari moti antirepubblicani a carattere sociale sui quali il Ruffo fece abilmente leva per abbattere la repubblica, senza però riuscire a dar loro un significato politico unitario. Lo stesso cardinale così descrisse la sua avanzata: “E’ sempre però un miracolo della Provvidenza, giacché non sono sempre gli stessi, ma quelli che sono nei contorni del paese che vuole assediarsi, i quali per un malumore potrebbero non venire o lasciarci, ma non sono la grazia di Dio mai mancati”. Il Ruffo dunque si limitò a raccogliere intorno al suo esercito le diverse spinte antiborghesi, sfruttando gli elementi oggettivi a lui favorevoli, ed anche attuando un’accorta politica fiscale” (Lepre, p. 64).

27 Aprile. Sabato. Napoli. Tre Castelli (dell’Ovo, Carmine e Nuovo) sono consegnati alla Guardia nazionale. “Questa mattina si è publicata la legge abolitiva dei dritti feudali tutti, tanto personali che reali, non essendo rimasto agli ex Baroni che i soli terreni esenti dal peso di devoluzione. Questa legge è sanzionata dal Commissario Abrial. Si aspetta l’altra per l’abolizione della gabella sulla farina e vino, e per la minorazione del terzo sulla decima. L’idea del Governo è di far così conoscere ai dipartimenti i vantaggi della rivoluzione e far cessare le insorgenze. Dovea farlo prima(De Nicola, p. 150).

Viene ordinata dal Governo la coscrizione militare repubblicana.  

28 Aprile. Domenica. Napoli. “Le insurrezioni continuano per tutto, e questa sera ho avuta notizia che in Montella, nel Principato Ultra, arrivò giovedì al giorno un espresso da Salerno con disposizione Reale che gl’ingiungeva di recidere l’arbore ed arrestare i Giacobini, per cui quella terra era in grande insorgenza, e si era comunicata anche ai luoghi vicini” (De Nicola, p. 151).

Molfetta (Puglia). “Un prete dal pulpito parlò di scomparsa delle tasse, di governo democratico dolce e moderato. Applausi dei patriotti, contumelie e scherni dei popolani”.

I Francesi lasciano Chieti e Teramo.

Palermo. “La regina Carolina scrive alla figlia imperatrice, nel suo squinternato francese: “Le signore Cassano e Popoli, alta nobiltà, che noi chiamiamo Loro Altezze, vanno senza parrucca e salgono in tutte le case a chiedere aiuti per i bravi soldati che devono abbattere il Tiranno. Che orrore!” (Gargano, pp. 25-6).

29 Aprile. Lunedì. Napoli. “MacDonald tornò ieri la sera verso le ore 23 da Castellammare portando trascinando per terra le bandiere Regie tolte al castello di quella città. Gli Inglesi ricevuti dagli insorgenti della medesima avevano sbarcati da circa 300 uomini di truppa Regia del regimento degli Esteri con alcuni Inglesi trammischiati; avevano occupato quel forte, e venivano garentiti dal vascello situato innanzi a quel porto. Arrivò MacDonald, prese per assalto il forte, fece prigioniera la truppa sbarcata, passò a fil di spada molti degli insorgenti, attaccò fuoco a qualche casa, e fece dare il sacco all’intera città” (De Nicola, 151).

Il generale MacDonald emette un proclama sull’insorgenza nelle province.

E’ centrale il problema della terra. “La spinta dal basso fatta di proteste, di liti giudiziarie che non finivano mai, di occupazioni di terre feudali e demaniali, con cui i contadini si oppongono alle usurpazioni e difendono gli usi civici; la lotta accanita che essi conducono attraverso i parlamenti locali e gli amministratori dell’Università per evitare che la trasformazione del regime fondiario si traducesse in loro danno e col misconoscimento dei loro diritti naturali, appare in tutta la sua drammaticità nella rivoluzione del 1799 che ebbe nelle campagne del Sud –come è stato acutamente rilevato dal Fortunato e ribadito dal Cortese- uno spiccato carattere sociale, antifeudale e antiborghese nello stesso tempo. Al centro delle vicende che si svolgono nelle province, sia che il popolo si schieri dalla parte dei giacobini che da quella dei sanfedisti, è la richiesta di soluzione della questione demaniale; è il problema della terra che mette in movimento le masse e che schiera su due fronti opposti quei ceti sociali che erano andati differenziandosi proprio in seguito alla trasformazione fondiaria avvenuta nel corso del ‘700; i nobili e i galantuomini si schierarono dalla parte dei giacobini, il contadiname dalla parte avversa. “Non si trattava –scrive il Ciasca- di differenti idealità politiche, di attaccamento alla monarchia, di difesa della religione, del costume tradizionale e della famiglia meridionale ecc.; e se fu anche questo, motivo fondamentale fu l’insoluto e sempre angustiante problema della terra. Fra l’intrecciarsi di motivi diversi, riflettentisi in atteggiamenti diversi dello stesso gruppo sociale da paese a paese, a volte antitetici e quasi contraddittori quali che fossero le loro forme, borboniche o giacobine, democratiche o feudali, delle quali si rivestivano quei moti, la lotta nelle province si presentò come immediato e in un certo senso logico (per quanto può entrare la logica in fatti umani del genere) riflesso non di idee e di posizioni di carattere generale e dottrinario, ma di condizioni locali, e se vogliamo, contingenti”. In Basilicata, nei due Principati, in Calabria, in Puglia, nel Molise, in Sicilia le masse contadine si rivoltano e invadono demani e feudi, difese baronali e proprietà private, distruggendo quelle siepi e quei fossi che erano stati eretti a delimitare la proprietà privata, procedendo a occupazioni e quotizzazioni di terreni usurpati con raggiri e violenze negli anni precedenti (…) Quel che occorre rilevare è che nel 1799 ormai il fronte antifeudale, per la già avanzata differenziazione sociale, appare scosso e superato per la mancata coincidenza di interessi tra Comuni e borghesia” (P. Villani, pp. 28-30).

Policoro. Il cardinale Ruffo arriva in questa località.

30 Aprile. Martedì. Napoli. Viene pubblicato un editto contenente misure di sicurezza generale per il Comune di Napoli. In pratica, è la legge marziale.

Policoro. Il cardinale Ruffo scrive ad Acton, insistendo moltissimo sull’uso della clemenza come arma politica per disunire gli avversari: “La difficoltà di convertire Napoli, la più forte, la veggo nel timore della pena meritata, nella disperazione di non poter giammai aver cariche, posti e considerazione, nella certezza di esser sempre in mezzo al rinnovato governo monarchico sospettati e maltrattati a ogni occasione. I più innocenti e pacifici cittadini, che ebbero delle ragioni per credersi abbandonati al nuovo governo, si sono indotti a commettere delle imprudenze, delle insolenze ancora, le quali veramente sarebbero e sono confuse in un caos, e saranno sempre ignote al governo, come furono nel governo repubblicano, di nessun valore e conseguenza, ma che perciò quegli che le commise le sa, le ricorda, e teme di esserne in qualche occasione punito o almeno mal veduto. I Francesi e i veri patriottici in fatto si danno tutta la premura perché i sudditi dei principi commettano le maggiori irriverenze e pubblicità ed infamie, e così non possono sperare perdono e retrocedere, né fidarsi giammai. Ora se noi mostriamo voler processare e punire, se non facciamo loro credere che siamo persuasissimi, che la necessità, l’errore, la forza dei nemici, non la reità, fu cagione della ribellione, noi coadiuveremo le mire dei nemici; e ci precluderemo le strade alla riconciliazione. Sembra che si dovesse anzi, avuto nelle mani qualsiasi reo anche grande, anche distintosi nella ribellione, perdonarlo. Questo tale esempio farà credere possibile la riconciliazione agli altri e si disuniranno (…) E perché non si deve adoperare una somma clemenza e con pochissima eccezione? E’ forse un difetto, la clemenza? No, si dirà, ma è pericolosa. Io non lo credo, e con qualche precauzione la credo preferibile alla punizione che non può eseguirsi con giustizia. Io sono anzi persuaso che vi sono infinite persone, le quali sono pentite e tornerebbero di buona fede al partito monarchico, ma non ardiscono, sono troppo avanzate nella carriera, e sono persuasi di non poter tornare indietro. Si tolga dall’animo con dei fatti questa persuasione, e Napoli è tornata al Re. Se le capita un barone che abbia feudi in Calabria, convertito, sia pure più briccone di Giuda, mandarmelo, perché gli restituisca tutto, e forse anche lo impieghi. Mi viene a memoria la guerra dei baroni, e trovo che dividendo con lusinghe, con premi, con privilegi, con doni, la metà prima soggiogò l’altra metà più tarda e più fedele al suo impegno. A che giova il punire, anzi come è possibile di punire tante persone senza un’indelebile taccia di crudeltà? Ma dirò meglio; è questo piano della punizione ineseguibile, e si taglia da se medesimo la riuscita. Se il popolo napoletano avesse tanta energia per restituire la città al trono, potrebbe forse convenire il metodo di processare e punire; ma, essendo affatto disarmato il popolo, è molto difficile tale riuscita, ed infatti non si è mosso per quanto pare all’apparire dell’armata inglese (…) Si crede forse che Moliterno, che Roccaromana sieno entrati nella rivoluzione perché erano repubblicani? No, certo; vi sono entrati perché erano falliti. Vi sono dei feudi che possono regalarsi a coloro che prima degli altri ritornano ad bonam frugem: perché non se ne dispone? Perché non si promettono e si danno? Arte ci vuole, giacché la forza ci manca, arte, perché è ridotta per nostra disgrazia a guerra civile; arte, perché distruggendo si distrugge la nostra patria, ed è molto difficile poi il ristorarla (…) Penso di andare in avanti, dopo Altamura prendere Gravina e Potenza, e tirare avanti per vedere di unirsi col formidabile partito abruzzese e coll’altro sbarco che spero fatto a Manfredonia. Seguito intanto a mancare di fucili. Questi luoghi poi non forniscono nulla ai nostri bisogni. I cavalli oramai sono in qualche numero; ma le selle, le staffe, i morsi e tutt’altro rimane impossibilitato a fornirsi (…) Meno rigore, replico, e si rinunci alla vendetta, o pure sia questa ristretta e soprattutto molto tarda”. Segue un elenco dei condannati fino ad allora, dal quale si desume in sintesi: sei condannati a morte; all’ergastolo nelle fosse delle isole Egadi due artigiani di Cotrone e tre preti di Rossano; a venti anni di carcere cinque borghesi e tre preti; a quindici anni cinque borghesi e tre preti; a dieci anni cinque borghesi e un prete; a sette anni sei borghesi e un parroco; a cinque anni cinque borghesi. “Molti altri individui di piccoli paesi che si trovavano imputati di delitti di Stato sono stati transatti dalla suddetta straordinaria delegazione in danaro ed in pena afflittiva e ristretti ad tempus in varie case di missioni per essere istruiti nei doveri verso la santa Religione e la real corona” (Croce, La riconquista…”, pp. 152-6). C’è un commento del Rodolico, p. 243: “Magnifica lettera; essa ben ritrae la superiorità del Ruffo su quei sovrani e su quei ministri. Quante sciagure, quante stoltezze sarebbero state risparmiate da quel programma del Ruffo!”

Nota bibliografica

  • G. Candeloro, “Le origini del Risorgimento. 1700-1815”, Feltrinelli, Milano, 1978
  • B. Croce, “La riconquista del regno di Napoli nel 1799”, Laterza, Bari, 1943
  • B. Croce, “La Rivoluzione Napoletana del 1799”, Laterza, Bari, 1953
  • G. Cucciniello, “Politica e cultura negli Illuministi meridionali”, Principato, Milano, 1975
  • Carlo De Nicola, “Diario napoletano (1798-1825)”, Napoli, 1906, vol. I
  • P. Gargano, “Gennaro Serra di Cassano. Un portone chiuso in faccia al tiranno”, Magmata, 1999
  • A. Lepre, “Storia del Mezzogiorno nel Risorgimento”, Editori Riuniti, Roma, 1969
  • A. M. Rao, “Il regno di Napoli nel ‘700”, Guida, Napoli, 1983
  • N. Rodolico, “Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale”, Firenze, 1926
  • V. Sani, “La repubblica napoletana del 1799”, Giunti, 1997
  • P. Villani, “Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione”, Laterza, Bari, 1973
  • R. Villari, “Il Sud nella storia d’Italia”, Laterza, Bari