Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza.

Alla modernità liquida serve una cura e Juliàn Carron l’ha trovata: papa Francesco.

 

Esce il 17 ottobre “Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza”: un invito a gettarsi nella realtà.

 

Nel “Corriere della sera” di domenica 15 ottobre 2017 Antonio Polito commenta un saggio-intervista che il vaticanista Andrea Tornielli ha fatto a Juliàn Carròn, presidente di Comunione e Liberazione dal 2005. L’intervista è datata ma le drammatiche vicende della pandemia attuale di coronavirus la rendono per tanti versi attualissima.

                                                        Gennaro Cucciniello

 

Il nuovo libro di don Juliàn Carròn, “Dov’è Dio?”, un’intervista con Andrea Tornielli, si può leggere in parallelo con “L’innominabile attuale” di Roberto Calasso. Non stupisca l’accostamento di personalità tanto diverse, un prete e un guru. Perché il soggetto che entrambi studiano è l’homo saecularis, questo discendente dell’homo sapiens che oggi domina l’Occidente, che si è un po’ alla volta scrollato di dosso tutti i pesi –tradizione, religione, morale- solo per finire attanagliato da un’epocale crisi di panico: “Ha vinto –dice Calasso- ma gli manca qualcosa di essenziale”.

Che cos’è quell’essenziale? Che cosa impedisce alla società secolarizzata di provare quantomeno soddisfazione, se non felicità, invece che angoscia e rabbia? E’ l’incontro con Cristo che le manca, argomenta Carròn, successore di don Giussani nella guida della Fraternità di Comunione e Liberazione. Nella parte più affascinante del libro, Carròn risale alle origini della modernità per spiegare la frattura che si è determinata tra società e cristianesimo. E l’origine è Kant, “La religione entro i limiti della sola ragione”. Quando la riforma protestante ruppe l’unità del mondo cristiano occidentale, e mise fine a un’epoca in cui “uomo” e “cristiano” erano sinonimi, l’Illuminismo tentò di salvare dalle guerre di religione i valori essenziali della morale e di basarli sulla sola loro evidenza razionale. Kant riconosceva che “se il Vangelo non avesse insegnato prima le leggi etiche universali nella loro integra purezza, la ragione non le avrebbe riconosciute nella loro compiutezza”. E del resto altrove, al di fuori della tradizione giudaico-cristiana, non sempre è avvenuto. Però il filosofo credeva anche che fosse giunto il momento in cui se ne poteva fare a meno: “Dato che ormai quei valori esistono, ognuno può essere convinto della loro giustezza e validità mediante la sola ragione”.

Due secoli dopo, si può dire che non è andata così. Valori che prima erano condivisi e riconosciuti da tutti, oggi non lo sono più. Il valore della persona, della vita, della solidarietà, persino quello della democrazia, vengono messi in discussione. Separandoli dalla sorgente cristiana, la modernità non è stata in grado di mantenerli nella loro forza e originale integrità, questo è il grido di Carròn. Ed è questa la ragione per cui ritiene che proprio oggi, proprio al culmine del processo di secolarizzazione, si riapra un grande spazio per il cristianesimo, sollecitato anzi dalla stessa cultura laica, sgomenta di fronte alla crisi dell’umanesimo provocata dalla modernità. Purché i cristiani, avverte l’autore, la smettano di guardare al mondo come un “abisso di perdizione” e lo vedano invece come un “campo di messe”, per citare le metafore che don Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI, usò nel 1929 in un editoriale su “Azione Fucina”.

Di qui derivano conseguenze profonde per il dibattito in corso nel mondo cristiano. Negli Stati Uniti, per esempio, fa discutere il libro di Rod Dreher, l’autore dell’opzione Benedetto, che paragona la modernità liquida al Diluvio Universale della Bibbia, e invita i cristiani a fare come il Santo di Norcia nel VI secolo, ritirarsi in nuovi conventi: “Costruirci delle arche con le quali sopravvivere, e con l’aiuto di Dio galleggiare fino a quando non vedremo di nuovo la terraferma, e potremo cominciare a ricostruire, ripiantare, rinnovare il mondo”.

Carròn indica la via opposta, quella che lui chiama la cura Francesco, la terapia di papa Bergoglio: altro che ritirarsi, piuttosto buttarsi nel mondo. Sapendo però che l’unico modo in cui si possa farlo è tornando alle origini del messaggio cristiano: non presentarlo cioè come una dottrina, come un insieme di regole e formule, o una morale, una religione civile, una devozione privata. Ma piuttosto come un evento storico, un avvenimento, l’incontro con Cristo; che si comunica non per proselitismo, ma per “attrazione” scrive Francesco nella “Evangelii gaudium”. Un po’ come agli albori del cristianesimo, quando la gente guardava quei pazzi che credevano nell’uguaglianza degli uomini, che curavano i malati durante le epidemie, che rispettavano le donne e non le costringevano ad abortire né uccidevano le neonate, e cominciò a imitarli. “Il cristianesimo –dice Carròn- in fondo si comunica per invidia: vedendo che la vita cristiana è più piena, più intensa, più capace di abbracciare il diverso, di amare l’altro, si accende il desiderio di vivere così”.

L’opzione Francesco, di cui il leader di Cl costantemente segnala la coerenza col magistero del fondatore, don Giussani, e la continuità con il papato di Benedetto XVI, è una vera scelta di campo per un Movimento che è stato a lungo raccontato come un bastione del conservatorismo, militante sul fronte dei “valori non negoziabili”, un pezzo della destra cristiana, da cui non a caso provengono alcuni dei più affilati critici di questo papato. “Devo confessare che mi sfuggono le ragioni di simili posizioni”, risponde netto Carròn. “Papa Francesco rappresenta una grazia per la Chiesa nel mondo di oggi. Chi non crede che Francesco sia la cura non ha capito qual è la malattia”.

Antonio Polito