Ivan Turgenev. La magica arte di raccontare a bassa voce. Analisi di Pietro Citati.

Turgenev. La magica arte di raccontare a bassa voce.

Da “Memorie di un cacciatore” a “Padri e figli” i suoi libri, alla fine dell’Ottocento, erano i più popolari in Russia. Il suo talento stava nella sobrietà e nella delicatezza.

 

Nel 1875, a Parigi, Henry James conobbe Ivan Turgenev, che frequentò molto nei suoi ultimi anni di vita, insieme a Flaubert. Ne era affascinato, e gli dedicò due bellissimi saggi, che esercitano un’eguale fascinazione sul lettore moderno.

James guardava Turgenev, lo osservava, lo ascoltava per ore, accettava i suoi perenni rinvii, lo seguiva al caffè e al ristorante, o a casa Flaubert. Quell’immenso e biondo gigante russo gli piaceva moltissimo. Turgenev aveva una testa di grande bellezza, sebbene i suoi lineamenti fossero irregolari. Quasi ogni cosa, in lui, era vasta. La sua espressione aveva una singolare dolcezza, con un tocco di languore slavo e di indecisione, e i suoi occhi –“i più gentili tra gli occhi”- erano profondi e melanconici. I capelli abbondanti e lisci erano bianchi come l’argento, e la barba aveva lo stesso colore. Qualche volta arrossiva come un ragazzo di sedici anni. Qualche volta si abbandonava all’entusiasmo più fervido. Era il più splendido e piacevole dei parlatori. Quando discorreva era fluente, naturale, abbondante, e ogni cosa era toccata dalla squisita morbidezza della sua fantasia. Nella sua conversazione c’era qualcosa di stranamente vivificante e stimolante, che lasciava sempre James in uno stato di eccitamento interno, con la sensazione che gli fossero state suggerite ogni sorta di cose preziose.

Turgenev era posseduto da una costante e profonda malinconia: ma aveva anche quella vivacità, quella capacità di godere, “accordata di solito agli uomini di genio”. Come tutte le persone complesse, era composto di molti pezzi di io, diversi ed opposti tra loro: oscillava tra fede ed ateismo, tra scetticismo e fiducia. Gli sembrava che nella vita nulla fosse esattamente come sembra: i sentimenti non erano mai diritti e non si intersecavano mai secondo angoli regolari, così che la realtà sfuggiva a qualsiasi rete ideologica. Eppure, Turgenev era semplice. Era così semplice, così naturale, così modesto, così privo di pretese personali, e di ciò che si chiama la consapevolezza del proprio talento, che a volte James finiva quasi per dubitare che fosse un uomo di genio. Non aveva nemmeno una particella di vanità: nemmeno un granello, “grande come la punta di un ago”, di pregiudizio. Amichevole, candido, benigno, senza affettazione, suscitava in tutti l’impressione sovrana della bontà e dell’innocenza.

Circa venticinque o trenta anni prima, Turgenev viveva in Russia, a Orel, nelle terre della famiglia. Era un insaziabile cacciatore. Cacciava per ore, per giorni, da solo o in compagnia, tra le colline, nelle foreste e tra i fiumi, dormendo sotto un albero o in una capanna. Cacciare significava, per lui, diventare un frammento dell’antica natura russa: penetrava nella natura, sprofondava nella natura, si lasciava plasmare dalla natura: vedeva, sentiva, odorava come vedono, sentono, odorano le beccacce, le lepri, gli usignoli, le folaghe, le anatre selvatiche. Nel 1847 cominciò a pubblicare, sul “Contemporaneo”, i suoi primi racconti di caccia. E quando, nel 1852, li raccolse tutti in un volume, sotto il titolo di “Memorie di un cacciatore”, la Russia possedette un libro che rivelava in modo incomparabile la sua anima.

Ogni racconto seguiva le ore del tramonto e della stagione. Il sole tramontava, ma nella foresta faceva ancora chiaro: l’aria era pura e trasparente: gli uccelli cinguettavano; l’erba brillava. A poco a poco l’interno della foresta si oscurava: la luce purpurea del tramonto scivolava lenta per le radici e i tronchi degli alberi, saliva sempre più su, sempre più su, passava dai rami inferiori ancora spogli alle vette immote e addormentate. Anche le vette si incupivano: il cielo vermiglio diventava azzurro. L’odore di bosco si faceva più intenso. Gli uccelli si addormentavano, non tutti in una volta, ma una razza dopo l’altra: prima tacevano i fringuelli, qualche attimo dopo i pettirossi, infine gli ortolani.

Con i suoi morbidi sensi protesi, Turgenev registrava la vita minima della natura: i grossi pesci venivano a galla: i grilli stridevano nell’erba rossiccia: le quaglie squittivano a malincuore; gli sparvieri si fermavano agitando rapidamente le ali e spiegando la coda a ventaglio. Egli conosceva i cespugli imbastarditi di uva spina: la pelle verde pallida dei cavoli: il luppolo che attorcigliava i suoi viticchi attorno ad alte pertiche; i cetrioli che ingiallivano sotto le foglie accartocciate. Tutto era mobile, flessibile, animato, come se un’invisibile vita umana penetrasse la vita delle piante. C’erano nuvole frastagliate, nuvole tondeggianti: bagliori fugaci: la notte estiva odorava: i misteriosi suoni notturni, che nascevano talora in mezzo a un profondo silenzio, rimanevano fermi nell’aria e finalmente svanivano adagio, quasi morendo. Dappertutto si coglieva l’inesprimibile, una commovente e quasi sovrannaturale dolcezza.

Se la natura parlava, di solito l’uomo taceva. Salvo quando il formicolio umano prendeva voce, e i contadini cominciavano a cantare nelle osterie. La voce del cantore era un po’ stanca e quasi incrinata: sulle prime aveva persino qualcosa di morboso; ma anche una sincera e profonda passione, e forza e dolcezza e un dolore noncurante e affascinato. “L’anima russa, veritiera e ardente, echeggiava e si effondeva in quella voce e afferrava il cuore, ne afferrava appunto quel che aveva di russo”. Il canto saliva, fluiva. Il cantore era visibilmente inebriato: non aveva più timore, si abbandonava tutto alla sua felicità: la voce non gli tremava più; vibrava di quell’interno tremore della passione, che trafigge come una freccia il cuore di chi ascolta. “Da ogni nota della sua voce spirava un non so che di intimamente nostro, di sconfinato, come se la steppa si aprisse dinanzi a me, dileguando nelle lontananze infinite”.

Con la mente, anche quando il corpo viveva a Baden-Baden o a Parigi, Turgenev non abbandonò mai la Russia. Ma le beccacce e gli sparvieri e le lepri e le stelle delle “Memorie di un cacciatore” vennero sostituite dalle voci degli esseri umani. Turgenev aveva un fortissimo dono psicologico, che si esprimeva con piccoli tocchi pittorici, allusioni, analogie, corrispondenze: arte che avrebbe in parte insegnato a Tolstoj. Presto egli si propose un compito, al quale obbedì con sovrana naturalezza: raccontare i tipi delle successive generazioni russe. La prima generazione fu quella romantica, alla quale dedicò un piccolo libro: “Rudin”, pubblicato nel 1856.

La rappresentazione di Rudin, di grandissima acutezza e sottigliezza, sembrava fondere i personaggi dell’”Onegin” di Puskin con i primi personaggi di James e quelle futuri di Dostoevskij e di Musil. Il pensiero di Rudin era così ricco, che gli impediva di esprimersi in termini precisi. Quando parlava, le immagini si susseguivano alle immagini: le similitudini, a getto continuo, erano inaspettate e ardite o estremamente calzanti. Possedeva la musica dell’eloquenza. Toccando certe corde del cuore, sapeva far risuonare e vibrare tutte le altre. Il suono della voce, concentrato e sommesso, aumentava il fascino: sembrava che attraverso le sue labbra parlasse qualcosa di superiore, che sorprendeva lui stesso. Un ordine perfetto si diffondeva: i frammenti si univano, si ricomponevano come un edificio; lo spirito soffiava dappertutto. Non c’era più niente di insensato o di casuale: in ogni cosa si manifestava una necessità e bellezza razionale; ogni cosa riceveva un significato chiaro e insieme misterioso. Rudin parlava in modo appassionato e convinto sulla vergogna della pusillanimità e della pigrizia e sulla necessità, soprattutto, di agire. Tutto ciò che esisteva di nobile doveva diventare azione appassionata e drammatica.

Un amico, che l’aveva molto amato nella giovinezza, sosteneva che Rudin aveva un’intelligenza acutissima e un acceso slancio lirico, ma dentro “era vuoto, freddo come il ghiaccio”. Lui lo sapeva e simulava la passione. In Rudin c’era già qualcosa di quella sovrana e demoniaca figura di vuoto e di ghiaccio, che diventò Stavrogin, l’eroe dei “Demòni”. Quando una ragazza si innamorò di lui, non la comprese, non capì il proprio amore per lei, e si rassegnò alla rinuncia. Ammise di non possedere cuore, né passione né volontà. “La natura mi ha dato molto, ma io morirò senza aver fatto niente che fosse degno delle mie doti… Tutta la mia ricchezza sarà stata sprecata invano… Qualcosa mi manca. Non so neppure io dire cosa. E’ uno strano destino il mio, quasi comico: io mi do tutto, con tutta la mia volontà e completamente, e tuttavia non riesco a darmi”. Invecchiò, gli occhi si spensero, rughe sottili apparvero accanto alle labbra, alle guance, sulle tempie. Non aveva terreno sotto i piedi: non possedeva fondamento, e quindi era incapace di costruire qualsiasi cosa. “C’era nella sua figura qualcosa di inerme e di rassegnato”. Non gli restò che morire, vanamente e inutilmente, agitando una bandiera rossa sulle barricate di Parigi del 1848.

Qualche anno dopo, Turgenev pubblicò “Padri e figli” (1862: nella bella traduzione di Paolo Nori, Feltrinelli, pp. 222, euro 8), il suo libro più famoso, che suscitò discussioni, odi, polemiche interminabili nella Russia di fine Ottocento. Se Rudin era il romantico, Bazarov è il nichilista: l’anticipo di Necaev e dei terroristi. Un nichilista è “un uomo che non rispetta nulla, che non si inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio alla cieca, qualunque sia il rispetto che lo circonda”. “Noi nichilisti” –ribadiva Bazarov- agiamo in forza di ciò che riconosciamo per utile… Presentemente la cosa più utile è la negazione, e noi neghiamo”. Bazarov negava il romanticismo, l’amore, la natura, la poesia, l’arte, la musica, la stessa esistenza quotidiana, che non si adattava alla sua furibonda ideologia; ed esecrava le riforme politiche liberali. Quanto a Turgenev, disse che non sapeva se amava Bazarov o l’odiava: ma certo, così mobile, incerto, lieve, oscillante, detestava con tutte le forze la negazione e la distruzione che in quegli anni si impadronirono della Russia, conducendola alla Rivoluzione.

Turgenev era un grande romanziere; e, per lui, Bazarov era soprattutto una creatura libera, che obbediva soltanto alla sua natura ricca e complessa. Faceva il contrario di quello che i suoi principi nichilisti gli insegnavano. Detestava l’amore, come una futilità romantica. Eppure fu affascinato da Anna Sergèevna: una donna bella, chiara e fredda, tentata di innamorarsi e incapace di innamorarsi, che si guardava con un sorriso misterioso allo specchio. Bazarov l’amò follemente: ora era dolce e tenerissimo, fragile come un bambino: ora sosteneva che l’amore è una cosa inconsistente; ora era assolutamente disperato. “Qualche cosa di nuovo si era impadronito di lui, qualche cosa che non ammetteva assolutamente, che aveva sempre deriso, che sdegnava con tutto il suo orgoglio”.  Quando venne respinto dagli occhi calmi e freddi di Anna Sergèevna, il materialismo distruttivo di Bazarov sembrò trasformarsi in una specie di fede pascaliana. “Il posticino che occupo è così minuscolo in paragone dello spazio dove io non sono e dove nessuno pensa a me, e il tempo che potrò vivere è così insignificante, paragonato all’eternità della quale non faccio e non farò mai parte… E in questa molecola, in questo punto matematico circola il sangue, lavora il cervello, vuole qualche cosa…”.

Bazarov aveva negato qualsiasi destino e caso: aveva creduto di dominare la natura e la morte, costringendole nel ritmo imperioso del suo pensiero materialista. Alla fine del libro, mentre curava un contadino malato, venne contagiato dal tifo: il caso si prese ironicamente gioco di lui: il suo volto diventò malato e cadaverico; e proprio lui, che aveva immaginato di non morire mai, ridusse il suo desiderio a una cosa minima: “saper morire con dignità, per quanto ciò non possa interessare nessuno”. In quegli ultimi momenti, Bazarov chiese un bacio ad Anna Sergèevna: “Addio –le disse con improvvisa forza ed i suoi occhi scintillavano dell’ultimo bagliore- Addio… Sentite… io allora non vi ho baciato… Soffiate sulla lampada morente e lasciate pure che si spenga”. Niente potrebbe essere più disperatamente romantico di queste parole e di questa morte, mentre Bazarov cadeva ciecamente nel buio senza confini.

Bazarov venne sepolto in un piccolo cimitero di campagna, in un angolo remoto della Russia: quella Russia di cui Turgenev aveva rappresentato gli uccelli, i pesci, i bambini, i cantori. Due giovani abeti si alzavano ai lati della sua tomba, dove gli uccelli si posavano e cantavano all’alba. I vecchi genitori di Bazarov, sostenendosi l’uno all’altro, si avvicinavano alla tomba, cadevano in ginocchio e piangevano amaramente, fissando la pietra sotto la quale giaceva il figlio. “E’ possibile –dice Turgenev- che siano vane le loro preghiere e le loro lacrime?”. I fiori che coprivano la tomba di Bazarov ci guardano serenamente con i loro occhi incolpevoli: non ci parlano soltanto della morte e della pace indifferente della natura, ma “di un’eterna riconciliazione e di una vita infinita”. Proprio Bazarov, che aveva esaltato la materia, la negazione e la distruzione, trova sulla sua tomba il segno dell’eterno e dell’infinito.

In “Fumo”, un bellissimo romanzo pubblicato nel 1868, tutte le tracce delle “Memorie di un cacciatore” sono scomparse. Non c’è più l’antica “Madre Russia” né la Natura. Siamo nel 1862, a Baden-Baden, dove si raccoglie il fiore della cultura, della borghesia e dell’aristocrazia russa. Tutti parlano, divagano, blaterano, dicono sciocchezze, che Turgenev raccoglie con un’ironia che ha qualche tratto di Gogol e di Dickens e anticipa già le prime pagine di “Guerra e pace”. Gli emigrati ora portano il discorso sul ruolo della stirpe celtica nella storia, ora lo spostano all’antichità e discorrono dei marmi di Egina, discutendo intensamente della scultura di Onatos, vissuto prima di Fidia, che però viene storpiato in Jonathan, dando così alle loro chiacchiere un colorito in bilico tra il greco e l’americano, di un tale Karl Ivanovic, che i suoi propri servi avevano fustigato, di Napoleone III, della donna che lavora, del mercante Pleskaciov, che aveva fatto morire dodici operaie e che per questo aveva ricevuto una medaglia con l’iscrizione “Per servizio reso”, del proletariato, di un principe georgiano che aveva ammazzato la moglie con un colpo di cannone, e (questo interminabilmente) dell’avvenire della Russia.

Prendete una vecchia scarpa scalcagnata –disse uno dei portavoce di Turgenev- : una scarpa caduta ormai da un pezzo dal piede di Saint-Simon e di Fourier, mettetevela rispettosamente sulla testa, esaltatela come una divinità, –di far questo i russi sono capaci”. Da tutto quel cicaleccio senza nesso e senza vita, non si poteva raccogliere una sola parola sincera, un solo pensiero sensato, un solo fatto nuovo. Mentre il protagonista sedeva nel treno che lo riportava in Russia, “Fumo, fumo –ripetè alcune volte- e di colpo tutto gli parve fumo, tutta, la propria vita, la vita russa, ogni cosa umana, particolarmente ogni cosa russa. Tutto è fumo e vapore, pensava: sembra che tutto cambi senza sosta, dappertutto nuove forme, fenomeni che inseguono fenomeni, ma in sostanza tutto è sempre lo stesso; tutto si affretta, tutto corre verso qualcosa, e tutto scompare senza lasciar traccia”.

Questo libro di chiacchiere, di vapore e fumo è una grande storia d’amore: la più bella di Turgenev, che possiamo mettere vicino a quella di Anna Karenina. Nella prima giovinezza, Litvinov, il protagonista di Fumo, aveva conosciuto Irina, una ragazza che apparteneva alla famiglia principesca decaduta degli Osinin. I lineamenti del viso di Irina, di una regolarità fine e quasi ricercata, non avevano ancora smarrito quell’espressione ingenua che è propria della prima adolescenza: ma nelle lente curve del suo collo leggiadro, nel suo sorriso distratto e un po’ stanco, si rivelava qualcosa d’inquieto, capriccioso e appassionato, qualcosa di pericoloso per gli altri e per lei. Gli occhi, color grigio-cupo con riflessi verdi, languidi, lunghi come quelli delle divinità egizie, avevano ciglia raggianti e sopracciglia ardite. Intenti e pensierosi, sembravano guardare da una misteriosa profondità e lontananza. A volte, Irina era isterica: a volte lampeggiava di gioia; o corteggiava l’invisibile. Litvinov si era innamorato di un amore assoluto. Irina lo aveva completamente conquistato: anzi era stato lui ad arrendersi a lei di buon grado. Era caduto in un vortice: si era smarrito. Provava paura e dolcezza. Il suo sangue bruciava, e una sola cosa sapeva: andare dietro a lei, e con lei, avanti, senza fine, a qualsiasi costo.

Poi Irina era scomparsa a Pietroburgo, non sappiamo se seguendo il suo destino, o inseguendo un sogno di ricchezza. Litvinov era caduto nella desolazione: ma l’amore per la cugina Tatiana, una donna semplice e luminosa, l’aveva fatto rinascere. Ora, a Baden-Baden, Litvinov rivede Irina, trasformata nella ricca e mondanissima moglie di un generale non amato. In Litvinov compare un sentimento forte, dolce e cattivo: un oscuro ospite si introduce nel suo cuore e l’occupa, e si sdraia tacitamente, come il padrone di una nuova casa.

Con i suoi occhi profondi e raggianti e un sorriso dolce e divertito, Irina lo guarda diritto e fisso nel volto. Il suo viso esprime paura e gioia, e una specie di beata prostrazione e angoscia. Sussurra; e nel suo sussurro impetuoso c’è qualcosa di doloroso e d’implorante. Litvinov e Irina si contemplano con attenzione, come se ognuno di essi desiderasse penetrare più profondamente nell’animo dell’altro, più profondamente e più lontano di ciò che può raggiungere e svelare la parola. Si rivedono più volte: l’amore giovanile rinasce; e vorrebbero fuggire insieme, dimenticando Baden-Baden, Tatiana e il mondo. Ma, nel momento estremo, Irina riconosce di non poter fuggire: ha bisogno di quella società che detesta: l’amore assoluto, nel quale crede, non è fatto per lei; e quando Litvinov sale sul treno che lo riporta in Russia, Irina resta sul marciapiede della stazione, avviluppata nello scialle della cameriera, i capelli in disordine e gli occhi offuscati. Mentre esita, un fischio acuto echeggia, il treno si muove, e Irina cade barcollando su una panchina.

Litvinov torna in Russia: intraprende con pazienza un lavoro agricolo, e di nuovo si muove e agisce tra i vivi come un uomo vivo. Dopo tre anni, rivede il sorriso luminoso di Tatiana: e si getta ai suoi piedi e le bacia l’orlo della veste. Come in Padri e figli (nel caso del giovane amico di Bazarov) si intravede una soluzione positiva. In Russia è dunque possibile vivere. Non è necessario inseguire ideali lontani, nel romanticismo di Rudin o nel nichilismo di Bazarov, o nell’amore assoluto e fantastico per Irina, o nel fumo delle chiacchiere di Baden-Baden. C’è la vita quotidiana, e lì si può amare, lavorare, venerare. Questa soluzione così sobria e modesta, che Turgenev ci propone a bassa voce, la ritroviamo soltanto nei racconti di Cechov, scritti con una bassa voce, che spesso ricorda quella di Turgenev.

 

                                                        Pietro Citati

 

L’articolo di Citati è stato pubblicato nel quotidiano “La Repubblica” di lunedì 30 agosto 2010.