Belli. “La famija poverella”, 26 settembre 1835. Oltre il realismo romantico.

La “Commedia umana” di Giuseppe Gioacchino Belli. Figure di donne romane. “La famija poverella”. Oltre il realismo romantico.

 

Le donne occupano quasi metà della vastissima opera di Belli: tipi, personaggi, caratteri pieni di una vivacità, di una umanità straordinarie. Si nota infatti che, mentre nei protagonisti maschili è più intensa la carica di amarezza e di ribellione, nei confronti delle donne tratteggiate nei Sonetti si evidenzia la fondamentale “pietà” del poeta, la sua partecipazione profonda e più struggente e la sua meditazione sull’uguale destino di oppressione, di prevaricazione, di ingiustizia che le  accomuna, quale che sia la loro classe di appartenenza. Esse, le donne, condividono con tutti i poveri fragilità e mali ma, in più, sono prevalentemente brutalizzate dalla loro rozza riduzione a “sesso”.

Ma qualcuno ha fatto notare che la figura della donna, anche della madre, è spesso villana, feroce, carica di violenza; il loro linguaggio è crudo, diretto. E’ vero. Ma da questo si può dedurre non solo lo sforzo della rappresentazione veritiera e priva di qualsiasi velo ipocrita da parte del poeta, ma anche e soprattutto l’intuito che lo spinge a cogliere nella sfrenatezza e nell’eccesso della parola la fondamentale debolezza della condizione femminile, l’impossibilità delle donne di adoperare una vera forza e, dunque, lo stravolgimento violento di chi si sa vinto e conosce, nell’inutilità brutale del proprio linguaggio, una ribellione senza speranza. Questo spiega anche, secondo me, l’ossessiva presenza del sesso che caratterizza questi personaggi femminili. Gli attributi sessuali, in un linguaggio duro concreto senza eufemismi, testimoniano di questa unica identità della donna, identità consapevole fino alla brutalizzazione di sé. Dai sonetti (“La puttana abbruciata, Li fiori de Nina”) in cui inutilmente le donne lamentano che la colpa del “contagio, del mal francese” ricada sempre su di loro a tutta una serie di prostitute che testimoniano, con la loro affollata presenza in città “er primo gusto der monno”, la rozzezza del desiderio maschile (favorito a Roma da un governo che sa di dover compiacere a frotte di pellegrini e a migliaia di prelati sfaccendati e danarosi), fino al commovente ingenuo tentativo delle prostitute di salvarsi, di ritrovare una loro dignità, nella capacità di rispettare una regola, interrompendo il mestiere per “annà a le quarantora”, o tenendo fede al voto fatto “a la Madonna de l’Archetto”, o perfino concedendosi gratis in suffragio di quell’anime sante e benedette. Una pietas, quella di Belli, nei confronti delle donne, che si intravede infine, attraverso la condizione degradata delle loro persone a solo oggetto del desiderio sessuale maschile, nell’orrore con cui viene descritta la loro vecchiaia: “Viè a vedé le bellezze de mi’ nonna./ Ha du’ parmi de pelle sott’ar gozzo:/ è sbrozzolosa come un maritozzo;/ e trìttica più peggio d’una fronna…/ Bracc’ e gamme so’ stecche de ventajo;/ la voce pare un son de raganella;/ le zinne, borse da colacce er quajo./ Be’, mi’ nonna da giovane era bella…”.  Qualcuno ha suggerito che la poesia scritta dalle donne nel tempo nostro “parla veloce”. Io preferisco ricordare un verso di Sandro Penna: “Non c’è più quella grazia fulminante / ma il soffio di qualcosa che verrà”.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi, abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

                                                                      

Gennaro Cucciniello

 

 

 

 “La famija poverella”                   26 settembre 1835

 

Quiete, crature mie, stateve quiete:

sì, fiji, zitti, ché mommò viè ttata.

Oh Vergine der pianto addolorata,

provedeteme voi che lo potete.                                                                     4

 

No, viscere mie care, nun piaggnete:

nun me fate morì cusì accorata.

Lui quarche cosa l’averà abbuscata,

e ppijeremo er pane, e maggnerete.                                                8

 

Si capìssivo er bene che ve vojo!…

Che dichi, Peppe? Nun vòi stà a lo scuro?

Fijo, com’ho da fa ssi nun c’è ojo?                                                     11

 

E ttu, Lalla, che hai? Povera Lalla

hai freddo? Ebbè, nun méttete lì ar muro:

viè in braccio a mamma tua che tt’ariscalla.                                14

 

Creature mie, state tranquille: sì, figli miei, state zitti perché adesso arriva papà. Oh Madonna addolorata e piangente (venerata nella chiesa di Santa Maria del Pianto, nel Ghetto), aiutatemi voi che potete tutto. No, frutto delle mie viscere, non piangete; non mi fate morire di mal di cuore. Papà avrà rimediato qualche soldo, così compreremo il pane e voi mangerete. Se capiste tutto il bene che vi voglio! Peppe, che dici? Non vuoi stare al buio? Figlio mio, come ho da fare se non c’è olio in casa per accendere una lampada? E tu, Adelaide, che hai? Povera piccola, hai freddo? Non stare lì, lontana, vicino al muro: vieni in braccio alla tua mamma che ti riscalda.

Schema metrico: sonetto secondo lo schema ABBA, ABBA, CDC, EDE. Il sonetto piacque molto al Pascoli che lo accolse nella sua antologia “Fior da Fiore”. Fu uno dei primi atti di stima verso il Belli che aspetterà ancora tanti anni prima che la sua opera venga riconosciuta in tutta la sua eccezionale grandezza.

Le quartine. Parla in prima persona la protagonista assoluta della lirica, la mamma, e tutto il sonetto risuona del suo monologo, delle sue parole e del suo pianto straziato in un interno domestico fatto di disagio e di miseria. Già l’incipit è straordinario con quel “crature mie” e con la ripetizione nel verso 1 del “quiete, stateve quiete”. Il primo termine connota i piccoli come creazione del suo ventre, notazione che sarà ripresa e intensificata in climax al verso 5 con il “viscere mie care” (non è da trascurare, nella simbologia popolare, l’eco del “fructus ventris tui” della liturgia mariana); il secondo è un’implorazione, un invito a calmarsi, a non piangere, ripetuto –ancora nel verso 5- con il “nun piaggnete”. Sarà un caso ma è da sottolineare che tutte le parole che la madre rivolge ai figli per quietarli e alla Vergine Maria per essere aiutata, se possibile, assonantizzano e rimano in “e-e”: quiete-provedeteme-potete-viscere-piagnete-magnerete”, così da creare un campo semantico e musicale omogeneo. Anche la rima B è interessantissima: in prima battuta con la coppia “ttata-abbuscata”: questo padre è un disoccupato, a differenza del papà del sonetto precedente, e va a rimediare qualche lavoretto alla giornata, così da portare a casa quel po’ di roba che serva a sfamare almeno i piccoli; questa interpretazione è suffragata dal bellissimo verso 8, noi “ppijeremo er pane e” voi “magnerete”, con l’immaginazione dei genitori che assisterebbero affamati ma teneramente protettivi al poverissimo pasto dei loro figli; in seconda battuta dalla coppia “addolorata-accorata” nella quale l’identificazione della povera madre con la Maria addolorata della Passione, abbandonata ai piedi della croce di Gesù, è completa, fino al “nun me fate morì cusì”.

Le terzine.  Continua il dialogo straziato, accenti di una drammaticità limpida e stremata, della madre coi due figli e si articola in simmetria ordinata, con un respiro regolare, materno, primario. Nella prima terzina, dopo l’introduzione patetica del “Si capìssivo er bene che ve vojo” rivolta ad entrambi, la mamma si rivolge al più piccolo che ha paura del buio, per confortarlo, ma la mancanza del combustibile rende irrimediabile quella difficoltà; alla femminuccia, che invece trema per il freddo, la mamma può invece offrire il calore del suo corpo. La divaricazione, così prosaica nella spiegazione dei contenuti, si costruisce poeticamente con un’intensità patetica bellissima: allo “scuro” della stanza, che tanto impaurisce il povero Peppe, si unisce, in rima C, il brivido freddo che dà il “muro” al quale si appoggia la piccola Lalla, lontana e accoccolata in se stessa. Ma questa volta la mamma può offrire il calore della sua carne e dare un senso compiuto anche alla creazione del poeta che nel verso 1 usa il possessivo “crature mie”, ripreso nel verso 5 con il “viscere mie” e chiuso nell’ultimo verso con “mamma tua”. Senza dimenticare i vocativi “fiji” (v. 2) e “fijo” (v. 11) che chissà perché mi fanno venire in mente le appassionate invocazioni di Jacopone da Todi. E’ questa una cronaca dolente, snodata in ritmi secchi e dettagliati, la storia com’è andata di dolori quotidiani e come si presume sia annidata nelle pieghe più nascoste, i piccoli figli aggrappati alla zattera dell’amore di una madre consunta e senza mezzi.

E’ evidentissimo un dato: nei suoi versi tutti gli oppressi sono drammaticamente innalzati da un clima storico d’ingiustizia e di miseria; e il poeta rivela una partecipazione affettuosa nel ritrarre, come se si trovasse finalmente alla presenza del vero, e non più dinanzi al decrepito, allo squallido, al putrido, al doppio destino di una città meravigliosa e infame. Belli osserva l’assurdità, l’inconoscibilità, l’enigmaticità senza risposta del destino umano e scrive la sua compassione verso questi esseri invisibili, che da lontano ci guardano stupiti.

 

Il 6 gennaio 1832 Belli aveva scritto:

“La vedova co ssette fiji”

 

E’ un mese ch’er più ffijo piccinino

lo manno a scòla qui a l’Iggnorantelli

e già principia a ffà li bastoncelli

e a recità all’ammente l’abbichino.                                                  4

 

Uno a Ttatagiuvanni fa l’ombrelli,

un antro a Sammicchele è scarpellino,

e ar più granne ch’è entrato all’Orfanelli

j’impareno li studi de latino.                                                              8

 

Le tre ffemmine, Nina se n’annette,

Nannarella se l’è ppresa la nonna,

e Nunziatina sta a le Zoccolette.                                                       11

 

E io strappo via, povera donna,

cor rimette le pezze a le carzette,

sin che nun me provede la Madonna.                                                          14

 

Metro: sonetto. Le rime sono ABBA, BABA, CDC, DCD.

Da un mese io mando il mio figlio più piccolino alla scuola gratuita di S. Salvatore per l’istruzione elementare e già comincia a fare le aste con la penna e a recitare a memoria l’abbaco. Un altro figlio ha imparato a costruire ombrelli nell’ospizio fondato da padre Giovanni, un altro ancora nell’ospizio di San Michele fa lo scalpellino e il più grande, che è entrato nell’ospizio degli Orfanelli, studia il latino. Delle tre ragazze, Nina morì a suo tempo, Nannarella sta con la nonna e Nunziatina sta alle Zoccolette, un conservatorio di fanciulle povere. Quanto a me, povera donna, io tiro avanti rammendando calze. Poi ci penserà la Madonna.

 

Gennaro  Cucciniello