La storia che l’Islam dimentica: la tratta degli schiavi neri

La storia che l’ Islam dimentica

Questo è un articolo scritto da Ernesto Galli della Loggia e pubblicato nel “Corriere della Sera” di domenica 11 giugno 2017.

Galli giustamente sottolinea e depreca che in molti manuali scolastici si tende a prendere in considerazione esclusivamente gli effetti economici e sociali che l’introduzione della schiavitù ebbe nei paesi di destinazione degli schiavi. Questa visione –ovviamente di parte- non tiene conto né della mediazione arabo-islamica né delle gravi ripercussioni che la tratta ebbe sulle civiltà africane. La prima conseguenza, quella più ovvia, fu di carattere demografico: si stima che tra il XV e il XIX secolo furono deportati nelle Americhe circa 10 milioni di schiavi. Una cifra impressionante alla quale bisogna aggiungere tutti coloro che morirono di stenti prima di essere imbarcati sulle navi negriere. La tratta effettuava una scelta, una scrematura della popolazione poiché portava via soltanto i più forti, i più giovani, i più sani, gli adulti più adatti a produrre e a procreare: la selezione avveniva già nel corso delle retate nell’interno. Inoltre l’arrivo dei mercanti islamici prima ed europei poi modificò gli equilibri politici e sociali del Centro-Africa favorendo l’affermazione di Stati che, come il Dahomey o il Bornou, basavano la propria potenza sulla tratta schiavistica e sui profitti che realizzavano vendendo schiavi e sulle armi che ricevevano in cambio del loro triste mercimonio. In conclusione, la tratta ha causato un trauma mortale e ideologico a tanti africani, ha annullato –in quel caos generale- l’idea stessa di generare, di produrre, di accumulare, di sopravvivere.

                                                        Gennaro  Cucciniello

 

Dietro il terrorismo islamista è facile scorgere un vasto retroterra di opinione pubblica musulmana –presente anche in Europa- che certamente condanna le imprese dei terroristi ma che oscuramente ne subisce una certa fascinazione perché, magari inconsapevolmente, ne condivide alla fine un sentimento di fondo: cioè una radicata avversione antioccidentale. La quale si alimenta a propria volta di un sentimento diffusissimo in tutto il mondo islamico: il vittimismo. L’idea che mentre quel mondo sarebbe stato oggetto da sempre di gravi soprusi da parte dell’Occidente, il suo passato, invece, sarebbe totalmente privo di macchie. L’atmosfera culturale dominante in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi decenni, intrisa di un desiderio di espiazione per i nostri, veri o presunti, peccati storici, ha indubbiamente favorito la diffusione di tale sentimento pronto a volgersi in risentimento.

Ma tutto questo ha ben poco a che fare con la storia, con la storia reale che si sforza di accertare e di raccontare i fatti per quello che sono stati effettivamente. Quella storia che però, disgraziatamente, sembra essere ancora oggi la grande assente nell’opinione pubblica islamica. Con il risultato che la non conoscenza del passato favorisce ogni mitizzazione, accredita una visione del mondo in bianco e nero, e contribuisce non poco a distorcere gravemente il significato di quanto accade attualmente, producendo per l’appunto vittimismo e pericolosi desideri di rivalsa.

A fare giustizia di molte leggende storiche su due aspetti centrali del passato islamico sono utilissimi due libri. Il primo, recentissimo, è di Georges Bensoussan, “Les juifs du monde arabe”, (Odile Jacob, 2017) dedicato, come dice il titolo, alla vita delle comunità ebraiche nell’Islam arabo. Il mito di cui qui si tratta è quello –prediletto in special modo da tutta l’opinione progressista occidentale ma costruito paradossalmente dal sionismo tedesco dell’Ottocento- delle presunta felice convivenza che avrebbe caratterizzato in generale l’esistenza degli ebrei in tutto il mondo arabo. Fintanto che –così vuole il mito- a spezzare l’incantesimo e a rendere invivibili per gli ebrei i paesi islamici sarebbe intervenuta la nascita abusiva dello Stato di Israele. Senza la cui presenza, perciò, l’eden avrebbe potuto tranquillamente continuare a esistere.

Si dà invece il caso che la realtà, tranne in casi rarissimi, sia stata sempre ben diversa. Le pagine del libro forniscono a questo proposito una vasta documentazione circa il miserabile stato di inferiorità, di forzata ignoranza, in cui per secoli nel mondo islamico gli ebrei furono costretti, in virtù di un pregiudizio religioso antigiudaico ben più vasto e pervasivo di quello diffuso nel mondo cristiano. Per essere tollerati gli ebrei erano costretti, oltre che a pagare una tassa speciale, ad accettare una condizione di paria, ad esempio subendo quotidianamente da parte di chiunque (anche di un bambino islamico incontrato per strada) una serie di angherie, di violenze e di oltraggi mortificanti senza potersi permettere, pena la vita, il minimo gesto di reazione. Si è trattato per secoli dell’applicazione di una vera e propria tecnica di degradazione sociale tendente, suggerisce l’autore, a una sorta di animalizzazione deumanizzante della figura dell’ebreo.

Le cose mutarono solo con le conquiste coloniali europee e con la presenza mandataria anglo-francese nell’ex impero ottomano dopo il 1918. Gli ebrei allora –grazie anche ai loro legami con i correligionari in Europa- furono pronti a cogliere l’occasione e a iniziare un percorso di emancipazione culturale ed economica nei vari Paesi arabi, che gli attirò tuttavia una ancor più aggressiva ostilità da parte delle élite e delle popolazioni islamiche. Sicché dalla fine dell’Ottocento al 1945 in tutto il Maghreb e il Medio Oriente aggressioni, disordini, autentici pogrom, non si contarono, a stento contenuti dalle potenze coloniali, e con l’ovvia appendice di derive filofasciste e filonaziste. Assai spesso, alla sua origine il moderno nazionalismo arabo-islamico si è nutrito profondamente proprio di questo antisemitismo militante mischiato con l’antioccidentalismo. Quando lo Stato d’Israele, si noti bene, era ancora al di là da venire.

Sempre circa l’immagine idilliaca della civiltà islamica che dalle nostre parti ancora piace a molti costruirsi –con conseguente auto-flagellazione della civiltà occidentale- bisognerebbe poi che i nostri manuali scolastici si decidessero per esempio a dire qualcosa a proposito della tratta degli schiavi che i negrieri islamici, arabi e berberi, praticarono dall’ottavo al sedicesimo secolo (dunque per almeno cinque, sei secoli in più rispetto ai negrieri europei e americani –di questi ultimi non pochi armatori ebrei di Charleston e di Newport- delle cui imprese, invece, quei manuali parlano a ragione molto diffusamente). Nell’attesa si può ricorrere alle trecento e passa pagine di uno storico della Sorbona, Jacques Heers, (“Les négriers en terre d’Islam”). Coadiuvati anch’essi –come più tardi i trafficanti euro-americani- dall’indispensabile collaborazione dei capi neri degli Stati dell’Africa sub sahariana –sovente veri e propri Stati predatori dei propri stessi abitanti-, i negrieri islamici della penisola arabica e della riva sud del Mediterraneo si diedero per un lunghissimo tempo al commercio quando non all’organizzazione in prima persona di razzie sistematiche, ogni volta di migliaia e migliaia di schiavi, dal Sudan al Senegal, al Mali, al Niger: non mancando d’invocare in molte occasioni il pretesto della conversione e della guerra santa. Fin dall’inizio dell’Islam Gedda, Medina, la Mecca, e in seguito Algeri e Tunisi, furono grandi mercati di esseri umani catturati non solo in Africa ma anche per esempio tra i Bulgari e in tutti i Balcani. Alla metà del ‘500 i “bagni” di Algeri erano affollati pressoché esclusivamente di schiavi cristiani, bambini compresi, cui era spesso riservato il triste destino della castrazione. Mercanti islamici arrivarono a trafficare schiavi neri fino in Cina e in India.

Come si vede, è abbastanza evidente che se oggi volessimo davvero impegnarci in una battaglia culturale per favorire la nascita di un Islam “moderato”, è da qui, da una ricognizione del passato, e quindi da libri di storia come quelli che ho citato, che si dovrebbe cominciare. Dal momento che è solo grazie alla conoscenza dei fatti che si può evitare di credere alle menzogne e di farne lo strumento auto-consolatorio di una propria immaginaria innocenza a confronto della malvagità altrui.

 

                                                        Ernesto Galli della Loggia