“Le catture”, sonetto di G. G. Belli. 9 aprile 1834. “I lavoratori manuali”

“La Commedia umana” di Giuseppe Gioacchino Belli. “I lavoratori manuali”. “Le catture”, 9 aprile 1834

In tutta la vita del nostro poeta c’è una costante: l’egualitarismo. Da vecchio, quando -leggendo la “Civiltà cattolica” si vedeva sommerso da violente polemiche contro “Il Manifesto” di Carlo Marx- egli scrisse una poesia in italiano intitolata “Il comunismo”. Vi si rifletteva il suo rifiuto dell’esistenza di “due generi umani”. Quel rifiuto che aveva espresso in versi eloquenti nel sonetto “Er ferraro”: “Quer chi tanto e chi niente è ‘na commedia / che m’addanno ogni vorta che ce penzo” (v. il mio commento nel portale “Letture testuali e con-testuali”). Le sue sono luci spietate e facce vere, come faceva Caravaggio.

Nella poesia dialettale in genere si cerca la macchietta, l’espressione sboccata, la battuta spiritosa, ma per leggere il Belli –diceva Giorgio Vigolo- bisognerebbe mettere sul viso la maschera tragica. Insigni studiosi ormai ne hanno valutato la statura, mettendone in rilievo lo spessore umano, l’intuito psicologico, la sapienza compositiva, l’immediatezza espressiva, il retroterra culturale, l’impegno morale. La sua non è l’opera sguaiata di chi si compiace di essere indecente, quanto lo sfogo di cruda sincerità di un uomo che per troppi anni aveva mangiato il pane di un regime soffocante, aveva fatto parte d’una classe culturale sorpassata, aveva respirato l’aria di un mondo chiuso torpido retrivo: le aveva servite ma –nello stesso tempo- aveva registrato le iniquità dei potenti, l’ignoranza, la superstizione, l’abbandono in cui era lasciata la plebe. Al contrario, nei suoi testi Belli racconta e sottolinea il lavoro che curva la schiena, piega le ginocchia, imbratta le vesti, il lavoro crudo e nudo che si fa con le mani, la piaga della fatica ingrata, dello sfruttamento umiliante. Quanti pesi sulle spalle, quanti piedi nelle zolle, quanti utensili manuali e semplici. Al popolo romano il poeta, nella sua “Introduzione”, riconosce “un dialogo inciso, pronto ed energico, un metodo di esporre vibrato ed efficace”, e questo lui puntualmente registra. Per lui il romanesco, assunto con rigoroso riguardo alla sua natura fonetica, lessicale e sintattica, diviene una via diretta di penetrazione nella cruda verità della vita popolare. Il suo romanesco ha davvero la concisione lapidaria della lingua latina.

“Nell’Introduzione alla sua opera Belli scrisse le motivazioni che avevano determinato la scelta della forma sonetto: egli volle costruire un insieme di distinti quadretti, soprattutto per due finalità; la prima era quella di permettere al lettore di accostarsi alla raccolta senza nessun impegno di continuità nella lettura, la seconda era quella di utilizzare una forma poetica in sé conclusa in un rapido giro di versi, perché la realtà che egli descriveva si concentrava tutta in episodi brevi, in battute di spirito e in azioni, tanto più efficaci in quanto si esaurivano nel momento in cui erano colti. Perciò non c’è la narrazione ma la rappresentazione del popolo di Roma; l’illustrazione dei vari temi è il frutto dell’accostamento, con la tecnica del mosaico, di tanti pezzi di realtà trasfusi nella poesia. D’altra parte la volontà di rappresentazione realistica portava alla scelta del sonetto, in quanto le qualità espressive dei popolani che Belli rende protagonisti non si fondavano certo sulle capacità argomentative. La forza del romanesco sta nell’immediatezza e nella violenza di un linguaggio che si basa, più che sulla frase, sulla singola persona”.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi, abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

Gennaro  Cucciniello

Le catture”                                   9 aprile 1834

 

M’arrivò inzino a dì un cherubbiggnere

che mo loro li ladri, anche a ttrovalli

magaraddio sull’atto der mestiere,

nun ze danno ppiù ppena d’acchiappalli,                                       4

 

perch’er Governo se pija er piacere,

carcerati che ssò, d’arilassalli;

e un ladro er giorn’appresso è un cavajere

che ffischia brigadieri e marescialli.                                                8

 

Dimola fra de noi, for de passione,

ner riscioje li ladri e l’assassini

me pare ch’er Governo abbi raggione.                                           11

 

Li locali so ppochi e piccinini,

e ssenz’ariservà quarche ppriggione

dov’ha da mette poi li giacubbini?                                                   14

 

Metro: sonetto (ABAB, ABAB, CDC, DCD).

Un carabiniere arrivò fino a dirmi che adesso le forze di polizia non si danno più la pena di acchiappare i ladri, anche se li trovano in atto di flagranza. Perché il Governo si compiace, dopo averli incarcerati, di rilasciarli; e un ladro, il giorno dopo, è un cavaliere che in segno di disprezzo prende a fischiate brigadieri e marescialli. Diciamola fra di noi, in confidenza e senza rabbia, a me pare che –nel rilasciare i ladri e gli assassini- il Governo abbia ragione. Le carceri pontificie sono poche e con pochi spazi; se non riserva a fini speciali, politici, le prigioni, dove mette poi i rivoluzionari giacobini?

Le quartine. Mi piacerebbe molto che queste letture costituissero un gioco, un piacere, un divertimento, sottoposto però all’approfondimento di una curiosità colta e paziente. Questo lo scrivo perché vorrei evitare una troppo facile interpretazione di questo sonetto avvitata sul presente, su un resoconto cronachistico di avventure criminali dei nostri giorni. Il nostro poeta semplifica e sottrae, ogni emozione chiede l’essenziale, si suggerisce persino una confidenza arrischiata di un uomo delle forze dell’ordine. C’è una suspense, ma è quella di tutti i giorni, quella che fa normalmente parte della nostra vita, quella di situazioni che potrebbero essere successe o succedere a chiunque di noi.

Immaginiamo di trovarci in una tranquilla piazzetta di Roma: il nostro cronista bighellone fa conversazione e arriva a catturare la simpatia e la fiducia di un gendarme. Il cherubbiggnere si lascia andare nella chiacchiera e la soluzione stilistica è adeguata: l’enjambement dei vv. 1-2 e 2-3 e le rime danno proprio l’idea di militi che, nella foga dell’inseguimento, potrebbero anche rincorrere e catturare i ladri ma che poi, vivaddio, lasciano perdere e si rimpannucciano (trovalli, acchiappalli, arilassalli). Colpisce la lucidità con la quale Belli racconta vincitori e vinti: il cinismo, la mediocrità, la vigliaccheria, l’arroganza, le prepotenze, la rassegnazione, l’umanità.

Le terzine. Ora c’è l’annotazione fulminante di chi ha ascoltato, di chi ha fatto dell’osservazione quotidiana e minuta per le strade della città il suo mestiere, dell’uomo dei sentimenti e dei pensieri contrapposto all’uomo dei bisogni e degli istinti, di chi ci confida “dimola fra de noi, for de passione”. Roma, un comprensibile groviglio di cinismo e di intrallazzi, di miseria e di soperchierie (li ladri e l’assassini / li locali (le carceri) so ppochi e piccinini), è però per il potere pontificio sempre una città potenzialmente infida soprattutto dal punto di vista del pericolo rivoluzionario (dov’ha da mette li giacubbini?). E la conclusione inquieta noi lettori moderni. Il cittadino è d’accordo con le scelte governative? O la sua domanda nasconde una perfida ironia?

Mi sembra che questo suo modo di costruire le storie sia il suo sogno: essere nessuno, solo quello seduto di fronte al suo interlocutore, che ascolta un racconto, cerca il tratto e le forme che lo rendano unico e lo fa capace di viaggiare nel tempo e nello spazio.

Il giorno prima, l’8 aprile 1834, Belli aveva scritto un sonetto allusivo:

                                               La giustizia ingiusta

 

Nonziggnora: sta vorta, sora Nina,

fate quivico voi. Sentite er fatto,

e vederete poi ch’è un cazzo-matto

che merità d’annà a la Palazzina.                                        4

 

La cosa sta accusì: jer’a matina

Monziggnore me fece ammazzà er gatto,

perch’era ladro, e annava quatto quatto

a rubbaje la carne da cucina.                                                 8

 

Nu lo sapeva lui ch’er gatto mio

pativa de quer debbole, com’hanno

tutti li gatti c’ha creat’Iddio?                                                 11

 

Mentre de ladri qua ce n’è un riduno

che rubbeno quadrini tutto l’anno,

e nun je dice mai gnente gnisuno.                                         14

 

No signora: questa volta, signora Caterina, siete voi in equivoco. Ascoltate il fatto, e vedrete poi che è un matto che merita di andare al manicomio criminale. La cosa è andata così: ieri mattina Monsignore mi fece ammazzare il gatto, perché era ladro, e andava quatto quatto a rubargli la carne in cucina. Non lo sapeva lui che il gatto mio aveva quel debole, come l’hanno tutti i gatti creati da Dio? Mentre di ladri qua, in questo Stato, ce n’è una massa che rubano quattrini tutto l’anno e non gli dice mai niente nessuno.

                                                                       Gennaro  Cucciniello