Le donne processano Don Giovanni

Processo a Don Giovanni

Ma oggi è ancora possibile elencare le conquiste in un catalogo? Mario Martone rilegge l’opera di Mozart.

 

Ne “La Repubblica” del 16 febbraio 2024, a pag. 29, è pubblicato questo articolo di Viola Ardone.

 

L’incostanza del desiderio, l’impermanenza del piacere, il limite tra seduzione e molestia, il tema del consenso: tutto questo è nel “Don Giovanni”, l’opera che Mozart scrisse su libretto dell’abate libertino Lorenzo Da Ponte nel 1787 e che mette in scena da un lato la natura predatoria del patriarcato e dall’altro, al tempo stesso, l’orgiastico vitalismo del desiderio.

Ma come è possibile rappresentare oggi tutta l’ambivalenza di quel seduttore incallito, di quel collezionista di donne, di quell’impunito erotomane nell’epoca del #metoo, della lotta ai femminicidi e alla violenza di genere, senza cadere nelle asfissie revisioniste della cancel culture?

Mario Martone, regista di grande esperienza e di sapienza immaginifica, si confronta con questa impresa perché sa che il teatro è rigenerazione, che la rappresentazione è figlia del logos e prende vita ogni volta che istanze contrapposte entrano in scena. Il teatro è (lo è sempre stato) lo spazio della riflessione comune. Il luogo della sintesi tra spinte opposte e simmetriche, tra l’apollineo e il dionisiaco, per dirla come Nietzsche.

L’ingordigia sessuale, il vitalismo desiderante, la bulimia amatoria del nobile spagnolo si possono ancora mettere in scena senza provare un senso di fastidio per i suoi barbari appetiti? Come si rilegge quel famoso catalogo delle donne (che il servo Leporello aggiorna con zelo da ragioniere) fatto di alte, di magre, di basse, di giovani e di vecchie senza che quella lista di prede erotiche risulti sinistramente simile a quella che enumera le vittime di femminicidio dall’inizio dell’anno e che si allunga di mese in mese? “In Italia seicento e quaranta, in Almagna duecento e trentuna, cento in Francia, in Turchia novantuna”.

Per questo, forse, dopo vent’anni dal suo primo allestimento, Martone torna sul Don Giovanni, in scena al San Carlo di Napoli dal 16 al 27 febbraio, per provare a rispondere alla complessità del tempo presente attraverso la ricognizione nel classico.

La scena è spoglia, minimale, un delitto sta per accadere. Don Giovanni si introduce nottetempo nell’abitazione della nobile Donna Anna e lì, fingendosi il suo promesso sposo, tenta di violentarla, fino a che la giovane non viene salvata dall’arrivo di suo padre, il Commendatore, il quale sfida il seduttore a duello ma ha la peggio. E sarà proprio lo spirito del Commendatore defunto a vendicare nel finale la propria figlia e tutte le figlie altrui offese, sedotte, violate, abbandonate, ingannate da Don Giovanni, accettando il suo folle invito a cena e trascinandolo con sé negli abissi, dopo avergli offerto invano la possibilità di pentirsi.

Don Giovanni rifiuta fino alla fine di ritrattare. Egli non può essere altro da quello che è: puro spirito desiderante, espressione del dionisiaco alla massima potenza, commistione di eros e thanatos che restano indissolubili fino alla fine. Muore per eccesso di desiderio, muore pur di non smettere di desiderare.

E’ così che lo mette in scena anche Martone, senza virare verso un moralismo forzoso quella che è la brillante energia dell’opera: l’eros vissuto come festa, come il carnevalesco della vita, in cui la donna, il vino, la musica e il ballo sono le sole cose per cui valga la pena vivere. Tutti in quest’opera ne sono ossessionati, d’altra parte, non solo Don Giovanni, capro espiatorio delle pulsioni inconfessabili di ciascuno. Zerlina, in primis, l’astuta contadinella che alla vigilia delle nozze non disdegna le attenzioni di un cavaliere, che è poi la stessa trama ripresa da Manzoni nei “Promessi sposi”, solo che Zerlina è una Lucia assai gaudente. E così gli altri personaggi: Donna Elvira, la dama sedotta e abbandonata che insegue Don Giovanni di terra in terra, Leporello che sulla scia del suo padrone prova a eguagliarne le gesta, Don Ottavio, promesso sposo della glaciale Donna Anna, che non vede l’ora di convolare a nozze con lei. Ciascuno insegue le proprie smanie, ma alla fine solo Don Giovanni viene punito, perché è l’unico che non è capace di confrontare il suo desiderio con quello dell’altro, e che per ottenere la sua preda è capace di ricorrere alla costrizione.

E qui il tema del consenso fa capolino dal passato per affacciarsi sul presente: un sì è un sì, un no è un no. Per questo forse Martone fa costruire sulla scena una tribuna speculare ai palchi, in cui siedono di volta in volta i contadini, i personaggi tutti, il coro. Quella tribuna è anche una giuria che ascolta le storie e le denunce delle donne: da Donna Anna a Donna Elvira, da Zerlina a tutte quelle senza volto, ridotte solo a numeri che vengono fuori dalle pagine del catalogo di Leporello e lo accerchiano in un balletto macabro. Dove c’è violenza non c’è seduzione, sembra sentenziare alla fine quella giuria che siede di fronte al pubblico mentre in mezzo si svolge la scena. E il confine tra le due si chiama appunto: consenso.

Così, dopo la punizione del reo che sprofonda negli inferi senza riuscire a prendere coscienza della differenza tra erotismo e violenza, tutti gli altri protagonisti si uniscono in coro e cantano: “Viva la libertà!”. Libertà di amare e di essere amati, ciscuno nel modo in cui vuole, ma solo se si vuole.

E il catalogo delle donne, quello che fine fa?

Martone lo affida proprio a loro, alle donne finite nella lista di Don Giovanni, che nel finale si passano il librino di mano in mano facendolo a brandelli.

E’ così che, una pagina alla volta, si disfa il patriarcato.

 

                                                                  Viola Ardone