Medioevo sotto le lenzuola

Il Medioevo sotto le lenzuola.

Ma quale epoca buia. La vita quotidiana dell’età di mezzo sapeva essere dolcissima. Tutto cominciava (e finiva) in camera da letto.

 

In un articolo, apparso nel “Venerdì di Repubblica” del 15 settembre 2017, alle pp. 70-73, Giulia Villoresi intervista la storica medievista Chiara Frugoni, in occasione dell’uscita nelle librerie del saggio –edito dal Mulino- “Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini”.

 

Siamo entrati nell’intimità delle case medievali un’infinità di volte, quasi senza accorgercene. E’ bastato ammirare l’affresco di un’Annunciazione, con la Vergine e il suo gatto sorpresi accanto al camino, o le miniature che ritraggono qualche buon santo allo scrittoio, o magari addormentato sotto una coltre di pellicce; e ancora, quelle Natività in cui la stalla è diventata una camera da letto, svelandoci un mondo fatto di babbucce, baldacchini e candide lenzuola. Di quel mondo, simile a uno scrigno di legno, vorremmo sapere di più. Come lo abitavano gli uomini, le donne e i bambini del Medioevo? Quali gioie, quali dolori riservava?

Lo racconta Chiara Frugoni, scrittrice e illustre medievista, una vita dedicata a San Francesco, a Giotto, allo studio dell’immagine come fonte storica, in un saggio in uscita per il Mulino: “Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini” (pp. 316, euro 40). Vivere nel Medioevo non era poi così male (sia detto per inciso che Chiara Frugoni è tra gli studiosi che hanno contribuito a smentire lo stereotipo illuminista di un’età di mezzo cupa e arretrata); e se non si apparteneva alla classe di poverissimi la vita privata poteva anche rivelarsi assai piacevole. Di più: alcune fonti scritte, alcune opere d’arte –il libro è pieno di magnifici esempi- danno l’impressione che parole come “focolare, letto, lenzuola” abbiano conosciuto nel Medioevo la loro sfumatura più dolce e riservata.

Perché?

Forse perché la camera da letto era il cuore della casa medievale. Ancora più della cucina, era frequentatissima anche di giorno. Spesso ospitava un tavolo e delle panche per potervi pranzare d’inverno, confortati dal camino. Nel letto, poi, si studiava, si scriveva, si ricevevano gli ospiti e, nel caso dei sovrani, si legiferava.

Per proteggersi dal freddo…

Sì. Anche se di notte la prassi era di dormire nudi, sotto le coperte, per aver tregua dalle pulci che infestavano abiti e biancheria. Le correnti d’aria erano percepite come una presenza costante nel Medioevo, quasi non venisse mai l’estate. E infatti i mezzi per contrastarle erano moltissimi: porte contro-vento, pedane, tappeti, cortine intorno ai letti, papaline e, per chi poteva, pellicce. Il baldacchino, che fa pensare a un mobile progettato per garantire intimità, in concreto doveva costituire una sorta di stanza di stoffa intorno ai dormienti, per proteggerli dalla luce e soprattutto dal freddo.

Com’era l’intimità di una coppia agiata?

In “Le Ménagier de Paris”, un manoscritto in cui l’autore, forse un borghese parigino, istruisce la giovane sposa sull’arte di governare la casa, troviamo l’immagine dell’idillio domestico: alla sera il marito infreddolito torna a casa da sua moglie, ed ecco che lei, raccomanda il testo, gli toglie le scarpe davanti al fuoco che scoppietta, gli lava i piedi, gli porta le pantofole, poi lo fa mangiare e bere meglio, e infine lo segue fra lenzuola candide e ottime pellicce. Ed ecco giunta, finalmente, l’ora dei giochi e degli scherzi d’amore…

E cosa accadeva dopo, quando magari arrivava un figlio?

Qui l’immagine è meno idilliaca. Penso alla condizione dei neonati, uno degli aspetti che più mi ha colpito di questa ricerca. A differenza dei bambini più grandi, che erano amati e curati, i lattanti erano abbandonati a loro stessi, non suscitavano né affetto né senso di protezione. Il che lascia pensare che questi sentimenti non siano poi così istintivi. Anche la tenerezza per i bambini, come tutte le forme d’affetto, ha la sua storia.

Quindi com’erano i primi mesi di vita?

Un tormento. Appena nato, il bambino veniva imprigionato mani e piedi nelle fasce, legate strettissime per impedire, secondo la credenza, che le sue ossa tenere si storcessero. Fasce di canapa, se la famiglia era povera, bianche e rosse o solo rosse se era aristocratica. Poi, se ce n’era la possibilità, lo si mandava immediatamente a balia. E lì restava, fasciato come una piccola mummia (le prime a essere liberate erano le braccia, ma non prima dei sei mesi), per lo più maltrattato, malnutrito, pieno di piaghe dovute alla scarsa igiene.

E privato d’attenzioni…

Sì, anche se in realtà l’importanza dell’interazione coi neonati non era ignota nel Medioevo. A tal proposito c’è una storia illuminante. Secondo il cronista Salimbene de Adam, l’imperatore Federico II era molto preso da un quesito: che tipo di linguaggio avrebbe sviluppato un bambino circondato solo da persone mute? L’ebraico, che era stata la prima lingua? O magari il greco? O la lingua dei genitori? Federico pensò di poter risolvere scientificamente il quesito: così prese dei neonati e ordinò alle balie di nutrirli e di tenerli puliti, ma senza mai parlargli né vezzeggiarli. Solo che i bambini, scrive il cronista, privati di attenzioni e moine, morirono uno dopo l’altro. L’imperatore quindi ebbe una risposta non coerente sul piano teorico, ma molto significativa: senza interazione con gli altri, senza affetto, un bambino non può vivere. Quelli del Medioevo, tra malattie, infanticidi e abbandoni, morivano continuamente.

E nascevano continuamente.

Sì. Le donne dell’aristocrazia fiorentina, per fare un esempio ben documentato, a partire dai diciotto anni avevano in media un figlio ogni due anni, per cui a trentasette anni avevano già partorito dieci volte e più. La madre di Caterina da Siena, per dire, ha avuto venticinque figli. E questo nonostante le interdizioni sessuali imposte dalla Chiesa nei vari giorni da dedicare alla preghiera e al Signore. E’ stato calcolato che agli sposi davvero pii restavano a disposizione solo sei mesi l’anno.

Esisteva qualche alternativa alla maternità e alla vita coniugale, per una donna?

Il monastero. Ma non bisogna pensare che quelle donne fossero necessariamente delle infelici. Anzi. Una ragazza ambiziosa e attratta dallo studio –e ce n’erano tantissime- poteva trovare nel chiostro le risorse e la tranquillità economica per coltivare se stessa ed esprimere a pieno le proprie doti. Il monastero offriva libertà dalla custodia maschile e una ricca varietà di esperienze intellettuali. Oltre alla possibilità di farsi un nome, come è stato per le grandi sante, e di lasciare un segno nella cultura.

Per esempio?

Quando abbiamo fra le mani un codice, magari miniato, automaticamente immaginiamo che debba averlo copiato e decorato la mano di un uomo. E invece dovremmo pensare a generazioni e generazioni di monache che hanno copiato, collazionato, miniato, composto… E’ un’immagine di serenità e pienezza, molto diversa dal classico stereotipo del monastero. A questo proposito mi viene in mente una miniatura che si trova in un breviario a uso delle clarisse di Siena, realizzata da Sano di Pietro. E’ riprodotta anche nel libro. Siamo a gennaio. Una monaca con la rocca in mano osserva la neve scendere fitta da una grande vetrata. Nel camino arde il fuoco, a cui si sta scaldando una consorella seduta su una panca. Una terza monaca ha appena posato una bottiglia di vino sulla tovaglia. A breve sarà servita la cena. Regnano il silenzio, i gesti pacati, la gioia di essere insieme al riparo dall’inverno. Ecco un’immagine diversa delle donne nel Medioevo.

 

                                                                       Giulia Villoresi