Quando eravamo Paisà e Sciuscià… e segnorine.

Quando eravamo Paisà e Sciuscià…

…e segnorine, borsari neri. Un libro racconta l’Italia del Sud dallo sbarco degli Alleati al 25 aprile tra stragi, eroismi, antiche miserie e nuove libertà.

 

“Cornuto, e come voleva vincere?”. Turbatissimo, il venditore ambulante scappato fortunosamente dalla costa di Licata raccontava ai compaesani dell’entroterra l’apparizione delle navi alleate, così tante che il mare non si vedeva più. E, quasi in trance, ripeteva: “Cornuto, e come voleva vincere?” anche quando si avvicinò il segretario del Fascio e gli fecero segno di tacere. Così, in “La guerra spiegata al popolo”, Leonardo Sciascia raccontava lo sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 visto, appunto, da un popolano che dopo un ventennio poteva pubblicamente dare del cornuto a Mussolini.

Con questa citazione Mario Avagliano e Marco Palmieri aprono “Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile 1943” (il Mulino, pp. 504, € 26), corposissimo saggio che attinge dalle fonti ufficiali, ma anche dalle memorie più intime della corrispondenza privata e dei diari.

Un buco infernale.

Secondo la descrizione non proprio lusinghiera della “Soldier’s Guide to Sicily”, voluta dal generale Eisenhower per i militari americani –molti dei quali figli e nipoti di emigranti meridionali, quindi paisà, nel senso di compaesani- la Sicilia è “un buco infernale (…) abitato da gente troppo povera per andarsene o troppo ignorante per sapere che esistono posti migliori”.Tanta finezza antropologica spegne rapidamente gli iniziali entusiasmi della popolazione invasa/liberata, stigmatizzati nel suo diario del 15 luglio da Roberto Suster, direttore dell’Agenzia di stampa Stefani: “Le cose in Sicilia vanno di male in peggio. I nostri non si battono, ma si arrendono. Il Paese è disgustato. I fascisti furibondi. Il mito del Duce è crollato. La molla patriottica sembra spezzata. Ognuno incomincia a vergognarsi di essere italiano, e di essere stato fascista”. Ma già l’8 agosto il generale britannico Rennell denuncia un “sostanziale cambiamento nello spirito pubblico dei siciliani”, ormai consapevoli che lo sbarco degli Alleati non ha “significato il regno dell’abbondanza”. Quindi, dismesso l’iniziale “atteggiamento di cani bastonati e di cuccioli scodinzolanti” sono subito passati a chiedere e pretendere. Gli inglesi, che hanno combattuto più a lungo gli italiani e non hanno con loro il legame dell’immigrazione, sono meno piacioni e ben visti degli americani ma, nonostante il tono sprezzante, qualche settimana dopo Rennell riconosce che malumore e lagnanze sono del tutto “giustificabili in quanto noi non abbiamo tenuto fede alla nostra propaganda”.

Nonostante il sottotitolo del libro, su tredici capitoli solo il decimo si occupa di sciuscià, segnorine, stupri e spose di guerra. Nelle centinaia di pagine che lo precedono, i bombardamenti, gli espropri, i saccheggi, la miseria, la fame, le umiliazioni, e la fuga del re a Brindisi, le insipienze del governo Badoglio, la dipendenza materiale e psicologica dagli occupanti, la borsa nera, la complicità criminale fra paisà –locali e in uniforme americana- contribuiscono massicciamente alla disfatta morale e civile della popolazione, allestendo l’apoteosi dei piccoli lustrascarpe, della prostituzione di massa, delle marocchinate, dei matrimoni d’interesse, ma a volte anche d’amore, fra American boys e segnorine che vogliono scappare dalla miseria. E se i tedeschi in rotta si sono macchiati di eccidi e rappresaglie, anche gli alleati che distribuivano Camel e caramelle non sono sempre stati gioviali come sosteneva la propaganda.

Una delle prime stragi si registra a Vittoria il 10 luglio, il giorno dello sbarco: una dozzina di civili, tra cui il podestà di Acate in fuga con la famiglia, allineati e falciati dai mitra. D’altra parte, il generale Patton aveva ammaestrato così le sue truppe: “Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero”.

Tammurriata nera.

I soli cento giorni di occupazione tedesca della Campania hanno prodotto 1406 morti in 499 episodi di violenza. Eroica nelle sue Quattro Giornate, con l’arrivo degli alleati Napoli diventa l’epicentro della scostumatezza. Se già nel giugno del ’43 il mercato nero in città assorbiva il 66,95% della spesa alimentare, nel marzo del ’44 la quota aumenta all’86,25%. Un soldato semplice americano guadagna l’equivalente di 6000 am-lire al mese, mentre un prefetto come quello di Taranto solo 2500. L’occupazione, arenata per mesi sulla linea Gustav, tra le foci del Garigliano e del Sangro, gonfia i prezzi, la piccola borghesia fa la fame, i lazzari si organizzano come hanno sempre fatto. Fruttuosissime le joint venture criminali tra militari e civili: quasi un terzo dei viveri che vengono scaricati a Napoli sparisce già durante il tragitto dal porto ai depositi.

E qui si innesta anche la questione dei negri. Dopo anni di propaganda razzista del regime, ai benpensanti risulta intollerabile vederli a spasso con le italiche fanciulle. Ma i soldati di colore sono adibiti soprattutto ai servizi logistici, a contatto con generi alimentari e ogni altro bene, dai farmaci agli pneumatici, quindi a una famiglia affamata fa comodo fidanzare una figlia a uno di questi ragazzi, senza dar peso al colore della sua pelle. “Durante la guerra la gente diceva: “Poi ci faremo pulire le scarpe dagli inglesi”. Adesso siamo ridotti a chiedere l’elemosina ai negri”, scrive la borghesissima Elena Canino nel suo diario. In altre famiglie si va più per le spicce: una dodicenne finisce in ospedale per le bastonate che le ha dato il padre perché, prostituendosi, “non riesce a guadagnare più di 2000 lire al giorno, mentre la sorella quattordicenne ne guadagna da 4 a 5mila. Ma essa, la dodicenne, non sa vincere la ripulsione di lasciarsi avvicinare dai negri”.

La paura e la morte si combattono con il sesso, i soldati lo sanno e si sfrenano senza ritegno. Molestano, stuprano e uccidono anche. Soprattutto i marocchini dei reparti coloniali francesi, che considerano bottino di guerra le ragazze, ma violentano e massacrano anche uomini, preti, vecchi, nonne, bambini. I superiori fanno finta di non vedere, ma a Cancello, nel Casertano, cinque di loro vanno incontro a una terribile giustizia di popolo. Riporta il giovane ufficiale inglese Norman Lewis nel suo splendido “Napoli ‘44”: “Li hanno attirati offrendo loro delle donne, poi del cibo e del vino che conteneva un veleno paralizzante. Quando erano ancora pienamente in sé li hanno prima evirati, poi decapitati”.

L’Unione Tosatori. A Roma i castigatori dei costumi ricorrono alle forbici. Da parrucchiere. Il 29 luglio 1944 appaiono sui muri della città dei manifestini dell’Unione Tosatori Romani. C’è scritto: “Abbiamo un programma unico: desideriamo con tutte le nostre forze tosare. Chi?… Non bianche pecorelle, ma le numerosissime gagafelle di nostra e vostra conoscenza, che gettano il discredito sulle donne italiane. Non siamo mossi da benché minima ostilità verso gli Alleati: il mal costume è di quelle venerelle idolatre solo di cioccolato e di sigarette esotiche”. La colpa della decadenza morale è quindi delle donne che, se possono permettersela, ricorrono alla parrucca per evitare la tosatura. L’autorità costituita non sa bene come porsi rispetto a questi exploit moralizzatori dell’orgoglio virile. Da una parte auspica il ritorno all’ordine, anche sessuale, dall’altra teme di compromettere le relazioni con il comando alleato. E la moda dei tosatori si estende. Il 7 aprile 1945, con incerta proprietà di linguaggio, il capo della polizia di Napoli allerta il ministero degli Interni: “I militari della marina italiana persistono nell’arrecare disturbo ai militari alleati che si accompagnano con donne italiane nei cui confronti essi si abbandonano a deprecabili atti tra cui quello di tagliare la capigliatura delle donne”. La guerra sta finendo, comincia il battibecco.

                                                                  Paola Zanuttini

 

Questo articolo è stato pubblicato nel “Venerdì”, inserto del quotidiano “La Repubblica”, del 10 dicembre 2021, pp. 113-117.