Repubblica giacobina napoletana. 37° puntata. 10-31 gennaio 1800

Cronologia della Repubblica giacobina napoletana. Trentasettesima puntata.  10 – 31 gennaio  1800. “Una nota di compianto e di denuncia. Il governo borbonico distrugge i documenti. Condanne ed impiccagioni”.

 

Comincio a scrivere, in molte puntate, una cronologia dettagliata degli avvenimenti che –giorno dopo giorno- caratterizzarono l’esperienza della Repubblica giacobina napoletana e meridionale del 1799. Ai fatti intreccerò le opinioni e i commenti dei cronisti di quei giorni e degli storici otto-novecenteschi per far convivere la cronaca in presa diretta con uno sguardo panoramico in posizione arretrata: costruendo così una struttura alla quale appendere una serie immensa di fatti, delitti, eroismi, pensieri, avventure, sacrifici, ideali.

Voglio rivivere io e far rivivere ai lettori –nei limiti del possibile- le esaltazioni e le sofferenze di quelle giornate, gli entusiasmi e i fanatismi, le contraddizioni e le illuminazioni, così che risulti più chiaro, o meno oscuro, l’avvilupparsi contrastato degli episodi. “La storia è il corpo” –ha scritto Alexander Ross- “ma la cronologia è l’anima della scienza storica”, anche se (aggiungo io) la linea del tempo non spiega il Tempo, ma questo lo sappiamo da sempre senza riuscire bene a spiegarlo. Bisogna sempre tenere a mente un pensiero di George Santillana: “Quelli che non hanno familiarità con la storia sono condannati a ripeterla senza nessun senso di ironica futilità. Ci sediamo a guardare, e la storia si ripete. Non abbiamo imparato niente? No, non abbiamo imparato niente”.

Tanti anni fa, ero studente di liceo, lessi per la prima volta le cronache di quella rivoluzione. Mi colpirono, in modo vivissimo, il martirologio finale, l’eroismo civile dei patrioti impiccati e decapitati, i tanti morti ammazzati negli scontri, la furia selvaggia della plebe, la ferocia vile della monarchia borbonica. Fui indotto a riflettere sulla separazione drammatica che i tragici fatti di quei mesi avevano prodotto, nel Sud dell’Italia, tra il ceto colto e illuminato e la grande massa della popolazione, un dato che era già stato anticipato –sia pure in misura minore- nella guerra antifeudale del 1647-’48.

“Alla fine del Settecento la situazione nelle regioni meridionali italiane si presentava in modo gravemente sbilanciato: da un lato la popolazione era aumentata, la produzione pure, il prezzo dei cereali ed altre derrate era salito moltissimo, il commercio si era intensificato, le terre comunali erano state divise, le proprietà nobiliari e borghesi si erano moltiplicate; dall’altro il lavoro scarseggiava ed erano cresciuti i disoccupati, i salari erano rimasti quelli di mezzo secolo prima, la piccola proprietà contadina era in crisi, dilagavano pauperismo e brigantaggio, c’era una fuga costante dai villaggi rurali verso le città. Non si erano sviluppati nuovi moderni rapporti di lavoro nelle campagne, non si erano visti massicci investimenti di capitali, sviluppo di manifatture, una riorganizzazione finanziaria e creditizia. Le continue usurpazioni a danno delle proprietà comunali prima, la quotizzazione dei demani poi a vantaggio dei proprietari borghesi avevano accelerato un generale processo di proletarizzazione contadina e diminuito le già scarse possibilità di sopravvivenza delle grandi masse popolari. A ciò si aggiungeva che l’attacco ai beni ecclesiastici e la soppressione di parecchi conventi avevano peggiorato la situazione dei contadini inaridendo l’unica possibilità per essi di avere piccoli prestiti ad un tasso modico di interesse ed esponendoli al ricatto delle speculazioni usuraie dei mercanti (la Chiesa, infatti, esercitava da sempre un prestito di denaro ai piccoli coltivatori, allevatori ed artigiani ad un basso saggio di profitto per venire incontro alle loro esigenze immediate). Le poche e contrastate riforme che s’erano fatte avevano colpito, in ultima analisi, le forze socialmente più deboli (i contadini) o politicamente più scoperte (il clero), aumentando anzi il potere dei gruppi più potenti: da ciò uno squilibrio sociale, una tensione e un’inquietudine popolari crescenti”. (Questo avevo scritto in un mio libro nel 1975, Cucciniello, p. 9). Questa mia analisi era stata confermata, qualche anno dopo, dal giudizio di G. Galasso: “Complessa, pluridimensionale e contraddittoria era l’articolazione nazionale del popolo meridionale, con la difficoltà obiettiva di stringere in un unico nesso le molte e discordi fila di una storia singolare. Diversi i gradi di differenziazione e di mobilità sociale, diversi la natura e il ritmo di sviluppo delle attività economiche, diversi il folklore e gli usi e i costumi, forti i caratteri di disgregazione sociale e di debolezza dello spirito pubblico”.  In un contesto di questo genere si collocano i fatti di cui qui si narra. Senza sottovalutare un dato: l’illuminismo armato di Bonaparte frantumerà anche nel Sud Italia le illusioni delle élites liberali e patriottiche.

Certo, c’è un rischio in questo lavoro ed è quello che si arranchi dietro agli avvenimenti alla ricerca di una contemporaneità coi fatti che giorno dietro giorno vediamo svolgersi sotto gli occhi, fatti dei quali afferriamo solo il senso ristretto e localistico, sfuggendoci la dimensione universale di cose che in quegli anni stavano trasformando l’Europa. Già Huizinga nel 1919, in “L’autunno del Medioevo”, sosteneva che i passaggi storici erano un lento declinare della vecchia epoca unita all’incubazione di una nuova età: e proprio il nostro 1799, paradigmaticamente, è un intrecciarsi terribile di perduranze –anche superstiziose- e di utopie innovative.  Si può anche restare affascinati dal gioco dei “si dice”: un gioco vario, imprevedibile, che riesce quasi a darci il respiro intimo del tempo, la voce pubblica nel suo dinamico e contrastato formarsi. I “si dice” riflettono il tessuto mutante delle opinioni e permettono quasi di vedere l’avvenimento prima ancora che sia accaduto, nei mutamenti anche psicologici che lo preparano e lo determinano. Si sa, una cronaca puntigliosa, infinita può essere insensata e inutile. Se essa è legata, invece, ad una storiografia che è ricerca mirata, orientata da problemi e da valori, interpretazione documentata, può favorire l’abitudine al giudizio informato, il possesso di un metodo, la conoscenza strutturata di nozioni, il confronto con una varietà di analisi, distinte con chiarezza nelle loro premesse e nelle loro conseguenze.

Non scrivo di più. Ho usato un metodo di ricerca attento alla decodifica delle informazioni e alla validazione delle fonti. Lascio ai lettori l’interpretazione dei dati e le conclusioni che vorranno trarne.

 

                                                                       Gennaro Cucciniello

 

10 Gennaio. Venerdì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio perpetuo, col sequestro dei beni, Giulio Carbo, Luigi Bettelli, Giuseppe Bello, Giovanni Salvio, Vincenzo Ciancio, Girolamo Passano, Antonio Clemente, Angelo delle Donne, padre conventuale Samuele Mandarini, Felice Longobuco, Antonio Vitelli, Luigi Sargio, Nicolò Piccinini (le loro difese sono state frivole); allo sfratto dal Regno sotto pena di morte Angelo Merchi fiorentino, Michele Trucchi di Nizza, Vittorio Agusto genovese, Andrea Giusti veneziano, Luigi Baston francese; all’esilio per quindici anni Ferdinando Chitti suddiacono e Michele Tramontano (Filiazione dei rei di Stato, pp. 300-303).

12 Gennaio. Domenica. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, Luigi Barba di Catanzaro, Giovanni Pignalver, Luca dell’Erba di Carvensano, Angelo Lupo, Antonio Ferrara, Clemente Nardi, Giuseppe Marsilli, Tommaso Astorino, padre Michelangelo Gallucci, Pietro Fronda (perché all’entrata dei Francesi da sopra la di lui casa svolazzava un fazzoletto con la mano), padre Alessandro Pelliccia benedettino, Nicola Coppola, padre Raffaele Fortunato agostiniano, padre Ferdinando Sansone verginiano, paolo Cortaccio, chierico Michele Staraci, Francesco Sangler; all’esilio per quindici anni Giovanni Battista Mazzarella, padre Forsiano Alevace; all’esilio per cinque anni Ardovino Mangone (Filiazione dei rei di Stato, pp. 303-5).

14 Gennaio. Martedì. Una nota di compianto e di denuncia. “Il massacro dei repubblicani di Napoli operato dalle Giunte di Stato, nominate da Ferdinando IV Borbone, fu terribile. Più di cento patrioti furono impiccati e decapitati e si aggiunsero così agli altri massacrati dagli uomini di Ruffo subito dopo l’occupazione di Napoli, a Francesco Caracciolo fatto assassinare da una corte marziale con la complicità del Nelson e alle altre migliaia di vittime trucidate nelle province. Ciò che fece più impressione fu la qualità degli uomini che allora furono assassinati, poiché di assassinio si deve parlare a causa della violazione della capitolazione. I nomi illustri di Mario Pagano, di Vincenzo Russo, di Eleonora de Fonseca Pimentel, di Giuseppe Logoteta, di Ignazio Ciaia, di Francesco Conforti, di Domenico Cirillo, insieme a quelli di valorosi combattenti repubblicani, come Ettore Carafa, Pasquale Matera, Andrea Vitaliani, Gabriele Manthoné, e di tanti altri, rimasero nel ricordo, non solo dei patrioti italiani, ma di tutto il mondo civile a perenne vergogna di Ferdinando IV, di Maria Carolina, di Nelson e dei loro complici. Il martirologio del Risorgimento, iniziatosi con i giustiziati delle congiure del 1794 e del 1795 ai quali si aggiunsero i patrioti piemontesi caduti nel ’96, nel ’97, nel ’98, si accresceva così della luminosa schiera dei martiri della Rivoluzione napoletana” (Candeloro, pp. 275-6).

15 Gennaio. Mercoledì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio perpetuo, col sequestro dei beni, il sacerdote Vincenzo Rossi (per aver dato alle stampe un avviso salutare al Governo Provvisorio, col quale manifestava gli errori nei quali incorrevano quei rappresentanti opposti al fondamento della democrazia, e si gloriava di aver prodotti molti allievi, e per essere ascritto al libro della Sala patriottica); all’esilio per dieci anni Giovanni Battista Cupola, Luigi Cupola, Aniello Nobile, Domenico S. Giacomo (per aver dato alle stampe una parlata in lingua napoletana di elogio ai Francesi e ai ribelli); allo sfratto dai Reali Domini gli esteri Giovanni Froraquet di Avignone, Leopoldo Padovano di Modena; ha scarcerato Flavio Pirelli (Filiazione dei rei di Stato, pp. 305-7).

16 Gennaio. Giovedì. La distruzione dei documenti. “La repressione borbonica dopo la riconquista non fu condotta solo contro gli uomini ma anche contro le idee, che si credette di poter debellare bruciando tutto ciò che era stato scritto dai giacobini durante la Rivoluzione. Questo è il testo dell’editto che rivela la sua cieca forza vendicativa: “Per condannare all’obblio finanche la memoria dell’estinta anarchia, che tendeva a distruggere la Religione e lo Stato, s’è degnata la Sua Maestà emanare la seguente sovrana determinazione: Il luogotenente Capitan Generale del regno, il principe di Cassaro, con biglietto del 16 del corrente, ha partecipato alla Real Segreteria di Stato, Giustizia e Grazia, quanto segue: Non convenendo di far rimanere in mano dei particolari gli editti, manifesti, proclami e collezioni di essi, ed altre simili abominevoli carte, formate nel tempo dell’abbattuta anarchia, dall’intruso sedicente Governo, dai Generali e Commissari francesi, dalle varie Commissioni, ed altri che avessero avuto parte nel citato infame sedicente Governo, io partecipo a codesta Real Segreteria di Giustizia, affinché disponga un editto da pubblicarsi col quale venga prescritto a tutti coloro che ritengono presso di sé, fosse per curiosità semplice, e non già per sinistre intenzioni, tal sorta di editti, proclami, sanzioni, manifesti, tanto sciolti che in collezioni legate in volumi: che fra un certo determinato tempo, si esibiscano o in potere della Giunta di Stato, o del Direttore Generale della Polizia, colla comminazione di gravi e severe pene, ad arbitrio di S. Maestà, contro coloro che, elasso il termine che sarà prescritto nell’editto, continuassero a ritenere presso di loro le cennate carte. Disponga inoltre che raccolte che saranno le carte suddette, per mezzo del boia siano date alle fiamme e nei soliti luoghi in pubblico, ed ove la quantità fosse eccedente, dopo che se ne sarà abbruciata nel modo suddetto una porzione, il rimanente ancora si faccia consumare dal fuoco, ma in privato e nel migliore modo che si crederà conveniente: ritenendosi però una sola copia per ognuno di tali editti, sanzioni, proclami, manifesti, e collezioni in volumi, quali accompagnati di un elenco di essi mi si rimettano” (Battaglini, p. 131).

17 Gennaio. Venerdì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, Vincenzo Macaro, Andrea Coppola di Cansano, Andrea Valiante, Francesco Carpi, Nicola Coppola, Luigi La Greca, la Duchessa di Capracotta, la Baronessa di Castelvetere, Domenico Spataro, padre Marzio Gramigna, Caramuele Ceni, Luigi De Santis, Luigi Rossi, Angelo Di Domenico, Paolo Minardi, Giovanni Battista Gagliardi, Mercurio Muscari, il prete Antonio Jerocades, Salvatore Monte, Filippo Maria Guidi, Pietro Paolo Stracuzzi; all’esilio per quindici anni Di Vito Giacobino, Carlo Capobianco; all’esilio per cinque anni Benedetto Riccardi; all’esilio per tre anni Domenico Pace; allo sfratto dai Reali Domini gli esteri Gaetano Codini, Michele Mareschi, Luigi Firce francese (Filiazione dei rei di Stato, pp. 307-8).

18 Gennaio. Sabato. Napoli. E’ impiccato il frate abruzzese Michelangelo Ciccone, autore d’un Vangelo in dialetto, “La Repubbreca spiegata co lo sant’Avangelo a lengua nosta liscia e sbriscia, che se ‘ntenne da tutti”. Commenta uno storico: “Dei tentativi di conciliare il popolo alla libertà repubblicana per mezzo del Vangelo è notevole, per il carattere popolare dello scritto e per la fine dell’autore, questa opera. Si narra che il boia, nell’atto di impiccare il Cecconi, gli rivolgesse, parodiando, le parole con cui comincia il libro: “Popolo mio bello, facimmo na chiacchiariata all’uso nuosto, e vedimmo chi è cristiano”; e il boia: “Don Michelà mio bello fatte cca; facimmoce mo sta chiacchiariata all’uso nuosto” (Rodolico, p. 153). E’ impiccato Nicola Mazzola. E’ impiccato Luigi Allegro.

La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, Giuseppe Volpe, Antonio La Villa, frate Raffaele de Muro, frate Luigi Vaccaro, frate Franco Jovine, frate Raffaele Giordano, frate Gaetano Bova (tutti monaci di S. Luigi di Palazzo, per essersi dimostrati di genio repubblicano, per aver fatto brugiare due quadri del loro convento, che dinotavano l’armi reali, e per aver denunciato molti padri dello stesso monastero per realisti), Giulio Castelnuovo, Vincenzo Gambardella, Luigi Corrado, Vincenzo Ferrante (perché salariato dai ribelli per distribuire i pieghi e gli inviti repubblicani), Giuseppe Bonanni di Benevento, Saverio Amalfitano, Antonio Occhilupo, Bartolomeo Mantegna; all’esilio per venti anni il prete armeno Casos Isacco; all’esilio per quindici anni Gavino de Mena, capitano d’artiglieria di S. M.; all’esilio per sette anni Gennaro Imparato, Domenico Compagnucci, Francesco Antonio Graspini, Giuseppe Siviglia, Vito Antonio La Volpe, Franco Cappemani, Vincenzo Carelli, Stefano Pavese, Nicasio de Masi; allo sfratto dai Reali Domini gli esteri Francesco Bodoa francese, Antonio Lutero genovese, Appiano di Appiano milanese (Filiazione dei rei di Stato, pp. 308-11).

21 Gennaio. Martedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, Camillo Cardilli (già carcerato nel 1797), Errico Alò, Nicola Castaldi di Foria d’Ischia, Gaspare Panfini, Antonio Ritucci, Antonio Cardanopoli, Ignazio e Camillo Gallo (padre e figlio);all’esilio per cinque anni Gaspare Salvietti e i suoi tre figli Gennaro, Francesco ed Andrea (Filiazione dei rei di Stato, pp. 311-312).

27 Gennaio. Lunedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna alla relegazione in isola a vita il conte Michele Gicca, maggiore del Reggimento fanteria la Regina; alla relegazione in un castello delle isole siciliane Giovanni Letizia, già incarcerato nel 1797, segretario del ministro di Polizia Pignatelli, e Stanislao Melchiorre, anche lui già incarcerato nel 1797; all’esilio a vita, parimenti col sequestro dei beni, il prete Marino Guarano, cattedratico a tempo di S.M. nei Regi Studi, Aniello Jannone, Vincenzo Lojercio di Palmi; de mandato all’esportazione fuori dal Regno Gennaro Manente, Raffaele Grisolia, il prete Nicola Bonanni (confesso di essere stato uno di quei che sottoscrissero il ricorso a nome dei decisi patriotti per la dimissione di Doria, Pignatelli e Bruno), il prete Domenico Peccia (già incarcerato nel 1797), Gerardo Mazziotti, Felice Maria Zara, Nicola e Bartolomeo Pasca; all’esilio per diciotto anni Raffaele Vittoria (reo confesso di essere ascritto alla Società Popolare e di aver servito di attivo nella Civica); all’esilio per cinque anni Francesco Ruggi di Salerno (Filiazione dei rei di Stato, pp. 312-316).

28 Gennaio. Martedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna alla relegazione a vita in un castello Michele Giordano, fratello del giustiziato Annibale, e Luigi Poggio; all’esilio a vita, col sequestro dei beni, il prete Domenico Stiscia, Egidio Damiani, Giovanni Battista Torricelli, Michele Torcia (archi vario e bibliotecario dell’Azienda gesuitica, segretario di Moliterni), Giacomo Mallia, Giuseppe Antonio Pucci di Ariolo (lodava l’armata francese ch’era venuta a togliere tutti dalla schiavitù di Faraone), sacerdote Domenico Menichini, Arcangelo e Santo Sannino della Barra (mentre colà inalzavasi l’albero della libertà portarono le nocche tricolori e ne dispensavano ai paesani); all’esilio per dieci anni Sabato di Mauro, medico degli Incurabili (animava i pratici a servire la Repubblica e soffriva tutte le loro unioni e combriccole pel dispregio delle Sacre Persone), Michele Giordano, padre del giustiziato Giordano e del condannato Giordano (Filiazione dei rei di Stato, pp. 316-320).

30 Gennaio. Giovedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, Francesco Blanco, prete Michele De Cilles, prete Mariano Marchione, Antonio Madonno, Pietro Siviglia, Biase Salerno, Girolamo Bonito, Antonino Pastore, Giuseppe Grossi (per aver trattato nella di lui bottega di orologiaio molti francesi con familiarità, trattenendosi in lunghi discorsi coi medesimi, cacciando quelle persone che cercavano sentire cosa dicevano), Diego Cioffi, Tommaso Carratura, Olivio D’Anna palermitano, Paolo Battiloro, frate Giovanni Vincenzo Battiloro, Giuseppe M. Sorrentino, il duca Vincenzo Riario, fratello di due condannati a morte, tenente d’artiglieria; allo sfratto dai reali Domini gli esteri Franco Stenneri genovese, Francesco Fariselli cisalpino, Fortunato Valentino di Siena, Antonio Di Gregorio, Giuseppe Spinelli, Francesco Baldi veneziano, il frate Salvadore Poggio cisalpino, Vincenzo Otti di Macerata, Francesco Paolo Lancellotti svizzero, Giuseppe Xiperossi maltese, Franco Sherman tedesco, Vincenzo Buccinelli fiorentino, Domenico Caglieri fiorentino (Filiazione dei rei di Stato, pp. 320-2).

31 Gennaio. Venerdì. Napoli. E’ impiccato Annibale Giordano, già incarcerato nel 1794 e nel 1796, impiegato nel Comitato militare e poi nella Segreteria di Guerra. Sono impiccati Gaspare Pucci e Cristoforo Grossi, medici degli Incurabili (nel giorno 15 gennaio costoro, con altri pratici degli Incurabili armati, confabularono e rondarono; nel giorno 22 videro i francesi che si avvicinavano, sortirono da quello Spedale gridando per la libertà e andarono nel Largo delle Pigne per far fuoco contro il popolo che resisteva alla forza nemica; si vantarono di aver preso Castel Sant’Elmo dalle mani dei realisti; innalzarono nel cortile dell’Ospedale l’albero della libertà al suono di musica, ballando e gridando in lode della democrazia e malmenando la Monarchia; bruggiarono sotto l’albero suddetto i Reali ritratti, che caricarono di esecrande espressioni) (Filiazione dei rei di Stato, pp, 317-8).

Nota bibliografica

  1. Battaglini, “La rivoluzione giacobina del 1799 a Napoli”, D’Anna, Firenze, 1973
  2. Candeloro, Le origini del Risorgimento. 1700-1815, Feltrinelli, Milano, 1978
  3. Cucciniello, “Politica e cultura negli Illuministi meridionali”, Principato, Milano, 1975
  4. Filiazioni dei Rei di Stato condannati dalla Suprema Giunta etc. ad essere asportati da’ Reali Dominij”, Napoli, 1800
  5. Rodolico, “Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale”, Firenze, 1926