Riscossa per Penelope, eroina di oggi

Riscossa per Penelope, eroina di oggi

 

A giudicare dal numero di pubblicazioni uscite negli ultimi tempi, i poemi omerici non godevano di tanta attenzione, tra riscritture traduzioni e saggi, da quando la moderna filologia a cavallo tra Otto e Novecento cominciò a mettere in discussione non solo la loro unitarietà, e l’appartenenza a un unico autore, ma anche il peso determinante del contesto orale in cui erano stati prodotti, e a lungo tramandati, prima di diventare scritti. Con buona pace della cancel culture che in alcuni prestigiosi college statunitensi ha suggerito di eliminare la lettura di Iliade e Odissea perché considerate depositarie di valori misogini, razzisti e guerrafondai, o forse anche proprio per reazione a questo fraintendimento madornale sull’uso della letteratura, assistiamo a una nuova fioritura di interesse per i testi considerati alla base della cultura occidentale (…)

Oggi più che mai non possiamo considerare l’antichità un blocco di sapere e di valori da accettare in maniera acritica, o farne un uso estetizzante, ancorché magnifico, come è stato fatto nel Rinascimento, o pensare come Daniel Mendelsohn che “la natura dell’uomo è la stessa fin dalle origini. Per questo i miti ci dicono cose che sono vere ancora oggi”, perché è un assunto essenziali sta che non tiene conto di quanto l’umanità sia determinata da geografia e storia e ciò che chiamiamo natura altro non sia che cultura, quindi elaborazione di rapporti di forza e sovrastruttura simbolica. La trasmissione del passato ha sempre avuto, e ha ancora oggi, bisogno di molte mediazioni per potere cogliere continuità e discontinuità; ogni rilettura dovrebbe essere un esercizio di contestualizzazione. Se vogliamo attenerci alla definizione di Calvino –“classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”– allora la validità dei testi antichi si misura sulla capacità nel tempo di continuare a sollevare domande più che a dare risposte, che verosimilmente saranno diverse per ogni epoca, ossia la capacità di contenere dentro di sé porosità, punti ciechi e sfondamenti, elementi che sfuggono alla normatività con cui una società si autorappresenta.

La questione dei diritti della donna e del suo ruolo nella cultura greco-romana è centrale a questo processo, e si può solo essere grati a una studiosa come Eva Cantarella che, ben prima del diffondersi dei gender studies, ha analizzato la marginalità giuridica e l’alienazione sociale femminile in un libro fondamentale come “L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana”, la cui prima edizione risale al 1984. Cantarella è tornata su questo argomento anche con “Gli inganni di Pandora. Le origini della discriminazione di genere nella Grecia antica” (Feltrinelli, 2019), dove fin dal titolo è reso esplicito il legame fra i fondamenti antichi della nostra civiltà e la condizione minoritaria che ancora oggi le donne vivono. Per poterle relegare in spazi ben definiti della casa, impedire loro di attraversare la città se non accompagnate, privarle del diritto di successione ereditaria, di quello di voto e di scelta del marito, nonché dell’istruzione –con qualche deroga che però conferma la consuetudine generale- era infatti necessario fare risalire l’inferiorità e la pericolosità delle donne a un disegno cosmogonico, che è precisamente quello che il poeta greco Esiodo fornisce ne “Le opere e i giorni”, quando racconta come per punire gli umani del furto del fuoco, Zeus prima incatenò Prometeo a una pena eterna, poi mandò sulla terra Pandora, la prima donna, portatrice di infinite sofferenze con il vaso che le era stato dato in dono dal re stesso dell’Olimpo e che lei, curiosa e inaffidabile come tutte le donne, aprì in barba al divieto ricevuto.

Con un’antenata del genere, bellissima, seduttrice e “di indole cagnesca”, come potevano le donne non essere quell’alterità sempre diminuita, di cui è stato messo in discussione tutto, perfino l’attributo biologico più evidente, cioè la capacità di generare la vita? Non dimentichiamo infatti che per Aristotele, per Dante e per molti fisiologi ancora alla fine del ‘700 il contributo femminile alla procreazione era quello di essere un mero contenitore. Un altro vaso, dunque. Il meglio che poteva fare una donna era: essere bella, occuparsi delle faccende domestiche, ubbidire al padre o al marito.

Esistono eccezioni come Circe, Medea, Cassandra, Calipso, le quali, tuttavia, per godere di un maggiore spazio di movimento devono avere a che fare con la magia, il sacerdozio, la capacità profetica o la divinità; si tratta quindi di figure eccezionali nel loro percorso e nei loro attributi. Non è un caso che su di esse si siano concentrati alcuni casi tra i più interessanti di riscrittura, penso alla Cassandra e alla Medea di Christa Wolf, o alla più recente Circe di Madeline Miller. Sono eroine in cui l’immagine femminile appare più sfaccettata e quindi più facile è l’avvicinamento con la modernità.

Eppure, a rileggere con attenzione i poemi omerici, i mitografi antichi e lo storico Pausania che parla della sua infanzia, anche la donna che più di tutte sembrerebbe incarnare l’ideale normativo, ossia Penelope, emerge come una figura assai più sfidante della moglie fedele al marito, ubbidiente e rinchiusa nelle mura della propria casa-reggia, che la tradizione ha tramandato. Molteplici sono infatti gli elementi di difformità. Intanto, nonostante perfino il figlio Telemaco si rivolga a lei con parole che marcano in maniera incontrovertibile la misoginia antica –“Su, torna alle tue stanze e pensa alle opere tue./ Telaio e fuso; e alle ancelle comanda / di badare al lavoro; all’arco penseranno gli uomini / tutti, e io sopra tutti, mio qui in casa è il comando” (Odissea, 21, 350-53) – Penelope riesce a far sì che non subentri per vent’anni un altro re a Ulisse. Telemaco non è tale, né lo sono i proci. Poi: non solo nel canto XVIII, dopo un assedio pluridecennale decide inspiegabilmente di rivelarsi ai pretendenti nella sua bellezza e di chiedere doni nuziali, ma anche in precedenza aveva scambiato con loro messaggi, oltre a tenerli buoni con lo stratagemma della tela. Flirtava con qualcuno di loro? Lo pensava già lo scrittore greco Apollodoro, ipotizzando che Penelope avesse ceduto al corteggiamento di Antinoo. Inoltre: è credibile che non abbia riconosciuto Ulisse, sotto i panni del mendicante, e ciononostante che abbia insistito perché partecipasse alla gara con l’arco? Non sarebbe più logico che avesse riconosciuto il marito e ne avesse intuito le intenzioni, altrimenti per quale ragione Anfimedonte dichiara, nel Canto XXIV, che la strage dei proci compiuta da Ulisse era stata pianificata con Penelope?

Lontana dall’essere “quella piccolo-borghese che aspira solo alla tranquillità domestica” –secondo la sprezzante definizione di D’Annunzio (Maia, 1903)- Penelope, oscurata per secoli dall’ingombrante marito per il quale ogni epiteto porta in greco il prefisso polymolto intelligente, molto astuto, molto capace etc.- ha attirato nelle seconda metà del ‘900 una crescente attenzione: da parte dei filologi per le discrepanze nel testo che la rendono un personaggio non univoco e sfuggente, da parte di saggisti e scrittori che hanno provato a ricomporne la figura proprio a partire dalle sue ombre che si estendono dalla sua infanzia con un tentativo di annegamento del padre Icario al confronto con le terribili cugine Clitennestra ed Elena.

Penelope è diventata, come afferma Elena Rausa, una figura chiave con cui misurare il nostro rapporto con l’antichità.

Si potrebbe partire con il ricordare “Penelope alla guerra” di Oriana Fallaci (Rizzoli, 1962) dove il confronto con l’archetipo muliebre della pudicizia e della fedeltà è risolto sul piano della provocazione: la protagonista si proietta in un’eroina intrisa di femminismo che ripudia la casa e la quiete e sceglie il viaggio, l’avventura. Mentre Silvana La Spina in “Penelope” (La tartaruga, 1988) dilata l’infanzia dell’eroina facendone una figlia abusata dal padre e quindi impaziente di scappare; d’altronde questa Penelope abbandona anche Odisseo e fugge da Itaca. Nel romanzo di Luigi Malerba, “Itaca per sempre” (Mondadori, 1997) l’inverosimiglianza del mancato riconoscimento di Odisseo da parte di Penelope diventa il motore di una narrazione intima del loro rapporto di coppia, che fa emergere un Ulisse assai meno sicuro di se stesso e delle proprie astuzie e una Penelope piena di complessità psicologica. Una lettura che i poemi omerici in una certa misura legittimano poiché la complicità racchiusa nella coppia Andromaca-Ettore trova parallelo solo in quella Penelope-Odisseo, uniti da un comune sentire, come basterebbero da soli a siglare i versi del Canto XXXIII in cui i due, finalmente ricongiunti, si raccontano le loro peripezie sul talamo nuziale. Sul ricongiungimento dei due è incentrato anche il monologo drammatico di Rosaria Lorusso “Penelope” (Editore d’If, 2003), tour de force linguistico nell’interiorità dell’eroina. Roberto Calasso ne “Le nozze di Cadmo e Armonia” (Adelphi, 1988) si concentra sul gesto di alzare il velo: non solo un atto di pudore, ma un modo per alludere all’insondabilità dell’anima, al suo apparire e nascondersi, di cui Penelope sarebbe altamente consapevole.

Ma il testo che ha rivisitato in maniera più incisiva e dinamica la figura di Penelope, anche rispetto alle fonti antiche e alla problematicità della presa di parola di una donna, è “Il canto di Penelope” di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie, 2018). Qui un’ombra ci parla dai campi Elisi e ripercorre la propria storia a partire dal nome che le è stato dato, Penelops, che Atwood, accogliendo una tradizione di tardi commentatori, associa a quello dell’anatra. Dunque non una donna di mitica bellezza –figuriamoci una che si chiamava anatra-, ma intelligente e introspettiva, in grado di apprezzare le stesse doti di Odisseo, di prevederne gli inganni e lasciarglieli compiere, ma anche frustrata per una vita d’attesa, per un marito irrequieto perfino da morto, e per la strage da lui compiuta delle sue dodici ancelle, già vittime degli stupri dei Proci. La Penelope di Atwood traspone nell’interiorità ricostruita dell’eroina istanze di riconoscimento tipicamente femministe, ma con grande efficacia le mette in relazione a elementi già presenti nel mito.

Anche nel suo recente “La morte di Penelope” (Marsilio, 2019) Maria Grazia Ciani, che dei poemi omerici è anche grande traduttrice, accoglie l’idea di Apollodoro che Penelope dopo tanti anni di solitudine abbia ceduto al corteggiamento di Antinoo, e che Odisseo ritornato l’abbia uccisa per questo. Ciani ci consegna una figura che ricuce l’elusività omerica a una più vibrante umanità, la sua è una Penelope stanca e insoddisfatta della vita che ha vissuto, più tragica che epica. Infine, nel saggio “Elena e Penelope. Infedeltà e matrimonio” (Einaudi, Stile libero, 2021) Giorgio Ieranò mette a confronto le due cugine: apparentemente due modelli opposti, ma secondo lo studioso, esse sono le facce di un’unica medaglia, la condizione femminile stretta fra rigide convenzioni ed eversione da quelle stesse.

Penelope, a quanto pare, ci interroga ancora.

 

                                                        Alessandra Sarchi

 

Questo articolo è stato pubblicato ne “La Lettura”, supplemento culturale del Corriere della Sera del 16 gennaio 2022, pp. 16-17.

 

 

Sulla figura di Penelope, coniuge fedele, –tra lo scherzo e il dramma-, mia moglie Maria Luisa Pignataro, allora docente al “Luzzatti” di Mestre, si divertì a scrivere questo testo:

 

Penelope ’97”

 

Penelope tesseva la sua tela,

chiusa in casa, da mattina a sera,

pensando –e il cuore le batteva forte-

all’amore di Ulisse e alla sua sorte:

al suo Ulisse e al suo gran da fare

prima in terra ed ora pure in mare.

Penelope non ricordava quando

Ulisse era andato guerreggiando:

aveva seguito il suo ideale

che credeva lo potesse realizzare.

Era partito per una grande guerra

e non era più tornato alla sua terra.

 

“Dove sarà?”, pensava nella sera

sotto le stelle della primavera.

Triste sognava le dolci sue carezze

nell’estate sfiorata dalle brezze.

E, in autunno, sostando sulla soglia

sentiva l’anima sua dolente e spoglia.

E l’inverno, infreddolita al focolare,

piangeva fino a sentirsi male.

Sola, ricordava i tempi belli

e respingeva tutti i pretendenti;

innamorata –sempre- il suo ritorno

Penelope aspettava, notte e giorno.

 

Ma mentre a casa la fedele sposa

paziente lavorava con la spola,

Ulisse, per due divinità avverse,

faceva le esperienze più diverse.

Dieci anni al guerreggiar avea donato

poi verso casa s’era riavviato,

ma nel ritorno s’era un poco perso

tra tempeste, avventure, mostri e sesso.

Delle sirene avea evitato il canto,

ma di Nausica avea ceduto al pianto,

a Circe avea opposto resistenza

ma non gli dispiaceva l’insistenza.

 

E Penelope solitaria nel gran letto

si consolava accarezzando il petto.

Poi un giorno Ulisse ritornò a dimora:

s’era stancato e non vedeva l’ora

di ritrovar la paziente sposa

che l’avea amato senza dubbio o posa.

Ma Penelope, dopo vent’anni e più,

avea perso la bellezza della gioventù:

era invecchiata nella lunga attesa

e non forniva più alcuna sorpresa.

Così Ulisse, dopo tanto andare,

s’incominciava un poco ad annoiare

e amici e amiche prese a frequentare

per potersi, ogni tanto, anche svagare!

 

Ma Penelope s’era un po’ stancata

d’essere stata sempre trascurata:

aveva tanto atteso quel ritorno,

aveva mascherato ogni bisogno:

ora non accettava più di stare sola

a consolarsi col filo e con la spola.

Fatta saggia dalla sua esperienza,

chiuse a chiave la casa e la credenza,

salì su “un’automobile” un po’ usata,

prese su la nutrice un po’ smagata

e cominciò anche lei a girare il mondo

scoprendo quanto è vario e quanto è tondo!

E quando Ulisse, ormai un po’ sfigato,

tornò a casa per esser consolato,

invece di trovarla rassegnata

scoprì che lei si era emancipata.

 

Non date retta a ciò che scrisse Omero:

non tutto ciò che disse era vero!

La pazienza ha un limite, si sa,

e c’è chi resta e c’è chi se ne va!

E fu così che Ulisse riprese a navigare

e si perse nell’immensità del mare!

 

                                                        Maria Luisa Pignataro